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Bod Yul

In viaggio sul Tetto del Mondo


Introduzione

Percorso del viaggio
Il percorso del viaggio
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Dal momento che questo racconto risale all’anno 2000, alcune descrizioni risulteranno inevitabilmente superate. Sia in Nepal che in Tibet si sono verificati nel frattempo numerosi e gravi avvenimenti che ne hanno mutato l’ordine politico e sociale.
Particolarmente riguardo al Tibet, sempre meno viva è l’attenzione internazionale ad esso rivolta. Ciò che si racconta di seguito pare, ad alcuni anni di distanza, già consegnato alla storia: ormai il numero dei cinesi residenti in Tibet ha ampiamente superato quello della popolazione autoctona.
A Lhasa le case del centro storico vengono distrutte per fare largo ai supermercati ed agli edifici commerciali. La pastorizia e le attività tradizionali sono abbandonate dai tibetani stessi, che ora preferiscono indugiare nell’alcol e nell’oppio.
In Nepal invece si è affermato un movimento democratico che ha rovesciato l’antica monarchia teocratica e castale, proclamando la Repubblica: la transizione verso un moderno stato di diritto risulta però tutt’altro che breve e indolore.


28 Giugno. Verso l’Asia

Si parte al tramonto dall’aeroporto della Malpensa per valicare le Alpi, atterrando un’ora più tardi a Vienna. È una sensazione assai strana aggirarsi di notte per l’aeroporto deserto.
Vi è un capannello di gente solo presso il nostro cancello d’imbarco per il volo verso Kathmandu, fra cui anche un monaco tibetano agghindato nelle sue vesti tradizionali, in procinto di tornare a casa. Nell’attesa scambiamo delle impressioni con un tizio di Brescia che lavora alla costruzione di una diga sul fiume Kali Gandaki nel Nepal Centrale: egli racconta di alcuni usi antichi delle popolazioni rurali nepalesi, fra cui il sati, sacrificio un tempo affrontato dalle vedove sulla pira funeraria del marito. Il discorso si sposta poi su altre storie di povertà, come quella di due fratelli che, possedendo un solo paio di scarpe, ne devono calzare una ciascuno alternandole di giorno in giorno.
Arriva infine l’ora dell’imbarco su uno scomodo aereo della Lauda Air in classe economica. Non v’è però motivo di lamentarsi: nel corso della stagione dei monsoni la gente del subcontinente indiano è poco incline agli spostamenti, pertanto disponiamo di parecchi sedili vuoti per sdraiarci e tentare di dormire.

29 giugno. Dove siamo finiti?

Bodnath
Stupa di Bodnath, Kathmandu
Nel corso della notte si sorvolano alcune città illuminate: Budapest, Varna, Tehran. Il mattino seguente transitiamo sul Kashmir, poi sull’Annapurna.
Apprestandoci ad atterrare, si approssima il panorama delle colline nepalesi, coltivate a risaie. Poco innanzi appare attraverso i finestrini la valle di Kathmandu, verdeggiante e punteggiata di costruzioni. Commentiamo che, da lontano, pare simile ad un panorama svizzero. Dopo qualche minuto l’aeromobile atterra all’aeroporto internazionale Tribhuvan: all’atto della discesa ci capacitiamo di non essere in Svizzera.
I portelloni si aprono, scendiamo dalla scaletta direttamente sulla pista e raggiungiamo l’edificio aeroportuale, fatto di scarni mattoni rossi. Alle pareti di un salone capeggiano i volti dei sovrani del Nepal: re Birendra e la consorte Aishwarya.
Alla dogana sorge qualche problema di comprensione: insistiamo per ottenere un visto multiplo (re-entry visa), ma il doganiere decide a suo arbitrio di stampare sui passaporti un visto per l’entrata singola. Dopo alcuni minuti di discussione, questi pare comprendere, industriandosi in un’ulteriore marea di bollini, timbri e firme sopra i precedenti. Di fronte a quella babele diplomatica, per la quale i nostri passaporti sono divenuti delle specie di album per figurine, le nostre perplessità non fanno che aumentare.
All’uscita dell’edificio aeroportuale fronteggiamo una nutrita folla di presunti mendicanti, di bambini che chiedono con veemenza chocolate e italian lire, d’insistenti portabagagli che tentano in tutti i modi d’appropriarsi (nel senso più lato del termine) delle nostre borse. Fra essi vi è inoltre l’assalto di moltitudini di taxi, tuk-tuk (le “Api Piaggio” locali) e guide turistiche ufficiali e abusive.
Scrutando qualche istante la folla scorgo finalmente un cartello con i nostri nomi e la scritta in italiano «benvenuti a Kathmandu». Con una fulminea carica di cavalleria, riusciamo a salire sul furgoncino facendoci strada tra le schiere di postulanti. Da seduti e a porte chiuse, controlliamo la situazione. Sollievo: i bagagli sono tutti al loro posto.
La giornata è soleggiata, con scarse nubi. Usciamo dai cancelli dell’aeroporto per dirigerci verso il centro cittadino. Sulla strada verso l’albergo si possono osservare i dintorni. È il Terzo Mondo in piena regola (secondo le statistiche il Nepal è uno dei paesi in assoluto più poveri): la sporcizia regna sovrana, mucchi di spazzatura in ogni angolo delle strade, case mezze costruite con mattoni a vista, preda dell’umido e verdi di muffe, colonne di cemento armato coi tondini arrugginiti che spuntano qua e là da altre costruzioni mai terminate, gente che lavora, vende, chiacchiera, si lava ai margini della strada polverosa. Le auto sono dei catorci e gli autisti dei pirati della strada.
Un’altra cosa che si nota arrivando a Kathmandu è un olezzo generalizzato, che si può riassumere in queste parole: discarica, spezie, metano, putrefazione; un odore stanco, dolciastro, nauseabondo: l’esausta espirazione metabolica d’una metropoli del subcontinente indiano.
Dopo l’attraversamento delle periferie più degradate ci si inoltra nel quartiere turistico di Thamel, ove «turistico» significa: un po’ più pulito, strade asfaltate, case meno scalcinate, decine di alberghetti e ristorantini. Siamo alloggiati al primo piano di un albergo vicino a Chhetrapati.
All’esterno vi sono circa trenta gradi con un tasso d’umidità elevato e costante. Perlomeno la camera, esposta a settentrione, offre un riparo dal sole dardeggiante. Le finestre sono affacciate direttamente sulle case di fronte. Sui tetti sono posti dei bidoni per il riscaldamento dell’acqua, circondati da aste e corde sulle quali sono issati i lungta, «cavalli del vento» tibetani.
Dopo esserci rinfrescati e rifocillati, scendiamo nel giardino e sorseggiamo una bibita discutendo della partenza per il Tibet, che sarebbe avvenuta da lì a tre giorni.
Al termine delle discussioni organizzative, il pomeriggio stesso è dedicato alla visita del centro storico di Kathmandu.
Neppure riposati si parte su un taxi abusivo alla volta di Pasupatinath, il più noto e sacro tempio indù del Nepal, il cui interno è però vietato a coloro che non professano detta religione. Salendo su un clivo prospiciente si possono scorgere torme di persone accalcate all’entrata: donne col loro sari sgargiante, uomini vestiti a festa, povera gente, santoni, partecipanti ai riti di cremazione, mendicanti e anche turisti. Molti di essi recano sulla fronte il tika, segno rosso che si applica al centro della fronte, simbolo del cosiddetto “terzo occhio”.
Attraverso il portone del tempio si scorge un grosso toro mansueto che si aggira tra i santoni. Quest’animale è sempre presente nei templi, in carne ed ossa o sotto forma di statua quale rappresentante del toro Nandi, cavalcatura del dio Shiva, creatore e distruttore. Sopra i ghat (gradinate) presso le rive del fiume Bagmati si svolgono invece le cerimonie di cremazione. Altri stalli, separati da quelli della plebe comune, sono destinati alle pire dei membri della famiglia reale.
Non lontano da Pasupatinath vi è Bodnath, quartiere buddista riconoscibile per via del suo imponente stupa (mausoleo buddhista). Questo luogo costituisce un centro d’accoglienza e residenza per i profughi tibetani e nei vari gonpa (monasteri) qui presenti sono rappresentate le quattro principali scuole di buddhismo tibetano: Nyingma, Kagyu, Sakya e Gelug. Entrando in monastero, accolti da un grande mulino di preghiera, ci ritroviamo per la prima volta a contatto con la realtà del buddhismo tibetano.
Dopo un giro in senso orario attorno al grande stupa (solo i seguaci della corrente sciamanica Bon praticano il percorso in senso contrario), si sale fino alla base della cupola semisferica, sostando a contemplare l’andirivieni della gente per la strada. Sopra le nostre teste, nubi nere si addensano minacciosamente: per fortuna non toccano la zona dove al momento ci troviamo.
La prossima tappa è situata al limitare delle colline occidentali della città: Svayambunath è un complesso di templi buddhisti e indù, infestato da vari branchi di babbuini. Da questo luogo si domina con lo sguardo tutta la città, quasi a sottolineare la supremazia della sfera spirituale e fortemente sincretica sul mondo materiale e terreno.
Sulla via del ritorno si nota che gli animali randagi non sono infrequenti: tori, vacche, cani, galline, maiali e talvolta capre circolano liberamente per le strade, e nessuno se ne cura minimamente. Nuovamente in albergo, una doccia fredda leva temporaneamente il calore ed il sudore.
La sera si gusta una tipica cena in stile nepalese: chapati (pane indiano), dal bhat (zuppa di lenticchie e riso), verdure, spinaci, tutto insaporito da spezie locali. La notte è passata quasi in bianco a causa del caldo e delle zanzare che penetrano all’interno della stanza, anche grazie ai serramenti sgangherati. La pioggia monsonica non rinfresca l’ambiente perché è tiepida.

30 Giugno. Effetti collaterali

A colazione assumo una compressa di un medicinale diuretico (acetazolamide) per favorire l’adattamento del corpo in quota, in vista della salita sull’altopiano tibetano (si volerà da 1300 a 3600 m s.l.m.). Passiamo pressoché tutta la mattina a casa di un amico italiano, orgoglioso del suo orticello ove il basilico ed altri ortaggi nostrani crescono rigogliosi.
Nel pomeriggio mi sento repentinamente male, debole e stordito al punto da non riuscire ad alzarmi dal letto. Il farmaco mi ha abbassato eccessivamente la pressione sanguigna, suscitando così effetti collaterali ben poco desiderati. Giaccio tutto il pomeriggio sul letto in uno stato di prostrazione.
La sera, avendo ritrovato un po’di forze, riesco ad alzarmi per raggiungere una steak house. Mi viene spacciata per “yak” una comunissima bistecca (anche se a Kathmandu non vi sono yak) ma poco importa, dopo cena mi sento già meglio.

1 Luglio. Riposo ed attesa

Mi rifiuto di salire in Tibet con l’ausilio di farmaci. La mattina è dedicata al riposo in vista delle fatiche venture. Il pomeriggio trascorre chiacchierando con un amico.

2 Luglio. Chengdu

Everest
L’Everest visto dal volo Kathmandu-Lhasa
Sabato è finalmente arrivato: la levata avviene ad un’ora antelucana.
Radunati zaini e valigie, si parte verso l’aeroporto. La nostra meta? La città sacra del buddismo, un tempo residenza del Dalai Lama e meta dei pellegrinaggi: Lhasa.
Il sorvolo della catena Himalayana avviene sopra alcune tra le più note ed elevate vette del mondo: Chomolagma (Everest), Cho Oyu, Kanchenjunga, sogno di generazioni di alpinisti europei.
Quando, circa un’ora più tardi, siamo sopra Gonggar (unico aeroporto del Tibet degno di questo nome) con nostro grande sconforto viene comunicato che le condizioni meteo sono troppo inclementi per atterrare. L’aereo prosegue dal remoto Tibet verso Chengdu, città della Cina centrale, allungando il volo di un’ora e mezza.
Le nostre speranze d’essere reimbarcati subito per Lhasa sono vane: attendiamo qualche ora, usciamo e poi rientriamo nell’aeroporto fino a quando non siamo scortati in hotel per trascorrere la notte.
Primo impatto con un tipico albergo cinese: arredamento d’un gusto oscillante tra il barocco e Stalingrado, con varî ed orrendi tentativi d’ostentazione d’un “lusso” pacchiano mediante grandi saloni anonimi con lampadari dorati. Anche se le camere sono provviste di lenzuola abbastanza pulite, i cuscini presentano sospette colorazioni gialle e marroni.
La cena è offerta dalla China Southwest Airlines ed è costituita da riso bollito, servito in bianco con contorno di peperoncini piccanti crudi. Bevande a nostro carico.
Ad un tavolo accanto alcune persone stanno festeggiando qualche ricorrenza e, vedendo che siamo in vena di fare amicizia, ci offrono della grappa. È fortissima: dopo il primo bicchiere siamo costretti a declinare ulteriori offerte.
L’immagine gioiosa che offrono questi cinesi, gente dei dintorni ancora agricoli, è ben differente rispetto da quella degli abitanti urbani.
Per digerire il lauto pasto decidiamo di fare una passeggiata serale per l’anonima periferia di Chengdu, grande centro industriale nel bacino del fiume Yangtze. Paghi delle bellezze paesaggistiche ed architettoniche, torniamo in albergo. Alla reception cerchiamo d’informarci sull’orario del volo di domani: le impiegate al banco non comprendono l’inglese, né sanno fornire indicazioni in merito.

3 Luglio. Lhasa

Norbhulingkha
Palazzo del Norbulingkha
Oggi siamo in piedi alle cinque del mattino. Non abbiamo neppure il tempo per la colazione perché dobbiamo affrettarci aeroporto, ove attendiamo la chiamata del volo fino alle dieci e mezza. Nell’attesa si nota una marea di persone di tutte le etnie, stremate ed accampate sulle sedie e sul pavimento del terminal. Unica eccezione è costituita da una coppia di anzianotti inglesi, lei con un libro in mano e lui sonnecchiante, fermi e tranquilli come se stessero attendendo l’inizio della corsa dei cavalli sulle gradinate dell’ippodromo.
Prima della partenza mi reco presso il bar interno per sorseggiare una tazza di sciacquatura di piatti chiamata ufficialmente «caffé d’orzo».
Dopo qualche falso allarme finalmente si parte. Durante il volo sono assalito dal mal di stomaco, sia per l’aria condizionata gelida che per le agghiaccianti comiche cinesi in trasmissione sugli schermi (scena cruciale: moccioso che sta defecando in un pitale e nel mentre si ribalta a terra).
Sul finire di quest’infelice trasferta il velivolo si abbassa sulla valle del fiume Tsangpo (noto come Brahmaputra in sanscrito) e atterriamo presso Gonggar, l’aeroporto di Lhasa, che dista ben cento chilometri dalla capitale.
L’intensità della luce che filtra oltre lo strato di nubi è assai elevata: siamo a ben 3500 m sul livello del mare.
Data la stanchezza mi sdraio per qualche minuto sulle sedie di plastica dell’aeroporto, poi mi accingo anch’io al ritiro dei bagagli.
All’uscita siamo accolti dalla nostra «Guida Nazionale di Pechino» (la guida obbligatoria del governo per chi si reca in Tibet), una mesta donna di etnia tibetana, che con voce sommessa ci dà il benvenuto in Tibet.
Siamo tosto condotti ad un vecchio land cruiser assai sgangherato, “accomodandoci” per quanto possibile. Il viaggio da Gonggar a Lhasa si rivela a tratti inquietante poiché, perlomeno si assiste a numerosi incidenti con frontali rovinosi ed auto rovesciate nei fossati di fianco alla strada.
Meglio volgere lo sguardo altrove: i monti che delimitano questo panorama sono brulli e poco aspri, vi cresce solamente qualche erba. Qualche gruppetto di casette si scorge ogni tanto in lontananza. Solo il fiume melmoso e gli incidenti d’auto interrompono la monotonia del paesaggio.
Il lungo ponte sullo Tsangpo introduce nella valle laterale del Kyi-Chu. Dopo qualche chilometro ci fermiamo nei pressi di un noto bassorilievo raffigurante Buddha, scolpito su una parete rocciosa ai margini della carrozzabile.
Proseguendo, ad un certo punto all’orizzonte compare il palazzo del Potala, che si erge per più di cento metri sulla pianura circostante.
Non è ancora il momento di ritirarsi in albergo: la prima tappa è il Norbulingka, residenza estiva del Dalai Lama. I giardini di tale complesso sono assai estesi e vi crescono vari alberi da frutta che una volta alimentavano la mensa del Gyalpo Rimpoche (“prezioso sovrano” in tibetano). I tibetani, appassionati di picnic, erano soliti accamparvisi durante l’estiva festa dello Shoton (festa dello yogurt).
Nel Norbulingka ho provato per la prima volta l’ebbrezza dei servizi igienici alla maniera tibetana: si entra in una stanzetta buia, ove si trovano alcune buche contigue nel terreno che esalano miasmi putreolenti. Qui gli utenti espletano i propri bisogni gli uni affianco agli altri, senza alcuna separazione (eccetto quella tra uomini e donne). Manifestazioni di pudore suscitano, da parte dei tibetani, un certo stupore se non addirittura l’ilarità.
La visita prosegue al Jokhang, il tempio più sacro del buddhismo tibetano. Dal momento che non mi sono ancora del tutto ripreso, sono costretto a rimanere nel veicolo parcheggiato ai limiti della piazza, scrutando il viavai delle persone: uomini affaccendati, pie donne, mercanti, tibetani, cinesi e pochi turisti.
A breve distanza dal tempio vi è l’albergo dove siamo alloggiati. Dalle finestre delle nostre stanze, affacciate sopra uno stretto vicolo della città vecchia, si fronteggiano le tipiche case di pietra e calce del centro storico, mentre in lontananza si scorge la severa mole del Potala.
Cena a base di momo, ravioli di farina d’orzo ripieni di carne e verdura, sia fritti che a vapore.
Una volta rifocillati sfruttiamo la serata per recarci a piedi fino al Jokhang fra i pellegrini che, nonostante il buio, continuano a prosternarsi davanti all’ingresso del tempio. Acquistiamo un po’ d’incenso di ginepro e lo bruciamo nei forni posti di fronte all’entrata principale.

4 Luglio. Potala, Sera e dibattiti metafisici

Monastero di Sera, momento di dibattito
Monastero di Sera, momento di dibattito
Dopo aver cambiato auto ed autista a causa di sporcizia ed inaffidabilità di entrambi, ci dirigiamo  verso il maestoso Potala, che con le sue mille stanze e la sua imponenza domina la città. Il palazzo fu fatto costruire nel XVII secolo dal quinto Dalai Lama Lobsang Gyatso come residenza ufficiale  dopo aver lasciato Drepung. Dal settimo Dalai Lama in poi fu utilizzato solo come residenza invernale: per il periodo estivo era stato costruito il Norbulingka con i suoi freschi giardini, nelle vicinanze del fiume Kyi Chu.
Il Potala, la cui etimologia potrebbe ricondursi al concetto di “Terra Pura” di Avalokitesvara, è costituito da due unità distinte: il palazzo rosso (marpo potrang) in cui si svolgevano le attività religiose ed il palazzo bianco (karpo potrang), fino al 1959 sede del governo e degli uffici politici del Tibet.
Si entra nell’edificio del Palazzo Rosso da una rampa posteriore: come in tutti i monasteri vi è una fitta oscurità ed un forte odore di grasso bruciato proveniente dai lumi tremolanti.
Per visitare una piccola parte del Potala (circa un terzo) si impiega una mattinata intera. All’interno sono collocati, fra l’altro, gli stupa contenenti le reliquie dei alcuni Dalai Lama quali il quinto, il settimo ed il tredicesimo, con rivestimenti in oro massiccio ed incastonati di pietre preziose, tripudî di drappeggi barocchi e di soffocante ricchezza. Talvolta si comprende che, nelle descrizioni sull’opulenza asiatica, Marco Polo non esagerò ma descrisse il vero.
Dai tetti si gode di un’ampia vista sulla città di Lhasa e su Chakpo-ri, la collina che ai tempi del Vecchio Tibet era sede della più famosa scuola di medicina tradizionale, ora distrutta per far posto ad un ripetitore televisivo.
La prossima meta è il monastero di Sera, il cui nome significa “giardino di rose”, luogo che fu uno dei tre “pilastri” dello stato lamaista, centro di rilevanza politica oltre che religiosa.
Sera è diviso in tre collegi: Me (per i precetti fondamentali di base), Je (per l’istruzione superiore dei monaci erranti) e Ngagpa (per gli studi tantrici).
Ciascun collegio si compone di un ampio cortile lastricato, antistante ad un porticato che conduce all’interno di una grande sala per le preghiere, dove i monaci sogliono quotidianamente riunirsi in preghiera.
Visitiamo il collegio di Je. Nel cortile si sta svolgendo il dibattito, momento culmine dell’attività cenobitica: i monaci si radunano in gruppetti nei quali uno rimane in piedi a rivolgere una domanda di carattere filosofico e religioso ad un altro seduto, che deve cercare di rispondere. Gli spettatori possono a loro volta intervenire. Quando si vogliono sottolineare i punti salienti si batte una mano sull’altra. In queste contese non sono infrequenti i lazzi ed i giochi di parole per confondere l’avversario, anche se il fine non è quello della competizione ma dell’apprendimento. In determinate situazioni può anche scapparvi la risata liberatoria.
In seguito ci dirigiamo prima alla grande sala delle riunioni, poi al muro del Thang-ka, dipinto su tela a soggetto sacro che viene srotolato durante le feste.
Dopo cena, breve passeggiata notturna al Jokhang in cui bruciamo dell’incenso.

5 Luglio. Drepung e Jokhang

Drepung
La valle del Kyichu dal monastero di Drepung
Cambiamo nuovamente fuoristrada perché le gomme di quello precedente erano talmente consunte che guardandole intensamente sarebbero probabilmente scoppiate.
Drepung (“Mucchio di riso”), il complesso conventuale più vasto del mondo, è una cittadella che può arrivare ad ospitare fino a diecimila monaci, anche se attualmente ve ne risiedono soltanto seicento. Esso fu la residenza dei Dalai Lama dal primo al quinto finché questi non fece costruire il Potala.
Si visitano vari collegi ed anche le cucine, i cui cuochi stavano preparando carne con patate. Non pensavo che la carne fosse consentita in un monastero. È pur vero che per i buddhisti, se da un lato non è lecito uccidere gli animali, dall’altro li acquistano già macellati dai musulmani, magari dicendo qualche orazione in suffragio. Le patate novelle vengono sbucciate automaticamente per sfregamento scuotendole nel loro sacco con dell’acqua. I pezzi di carne sono tagliati sotto al porticato di un collegio, con le mosche ed i cani che vi girano attorno.
A Drepung si vedono ovunque cani randagi, in genere dall’aria mansueta. Sono in libertà ed i monaci li nutrono perché vi è la credenza che nella loro vita precedente siano stati a loro volta monaci che, non avendo inteso correttamente la legge religiosa del Dharma, si sono reincarnati in cani, esseri considerati inferiori.
È altresì interessante l’osservazione dell’atteggiamento positivo dei tibetani nei confronti del lavoro: alcune donne stanno pestando della terra per spianare la soletta di un balcone in costruzione (la struttura degli edifici antichi è fatta di pietre, fango e terra battuta), cantando all’unisono un motivo tradizionale, che fornisce loro il ritmo e permette di alleviare la fatica.
Si scende poi verso il tempio di Nechung, una volta sede dell’Oracolo di Stato, monaco incarnazione d’una divinità tutelare che veniva consultata ogni qual volta si doveva prendere una decisione cruciale riguardante le sorti della Nazione. L’ambiente è simile ai Gön-Kang, le cappelle dei numi terrifici presenti in tutti i templi. L’ambiente è piuttosto tetro ed incute un certo timore: maschere, idoli terrifici, teschi ed animali morti pendono assieme ai drappeggi dalle pareti.
Il pomeriggio è libero, occasione per recarsi nuovamente al Jokhang dal momento che ieri non mi sentivo bene.
Secondo il canone, ogni pellegrino deve prosternarsi 108 volte, numero sacro, meglio se con i piedi legati per trarne maggiori meriti spirituali. I due forni collocati sulla piazza, che bruciano in continuazione rami di ginepro, restituiscono un’atmosfera di tempi ormai lontani.
Si entra attraverso un ingresso laterale. Tutti i pellegrini percorrono il circuito sacro (Kora) ma nessuno s’addentra nell’edificio, che è deserto (forse non sarà stato il giorno propizio?). Innanzi a noi si palesano alcune grandi statue: Padmasambhava, anche conosciuto come Guru Rimpoche, il “prezioso maestro” che introdusse il Buddhismo nel Tibet; il Buddha del futuro Maitreya ed infine Chenresig, Bodhisattva della compassione e protettore del Tibet (Avalokitesvara in sanscrito), di cui il Dalai Lama è manifestazione.
Dopo la visita delle cappelle si sale sul tetto, da dove si può godere d’una bella vista sul Potala e sui suoi tetti dorati che brillano al sole. Quale brulicare caotico giù per la strada e nella piazza! Intanto anche un monaco sale sul tetto per scrutare verso il basso.
Giù nel mercato del Barkhor, le bancarelle vendono di tutto: stoffe, bronzi, false antichità, cose vecchie, souvenir, strumenti musicali, arredi sacri, borse taroccate, vestiti di marca taroccati ed accessori elettronici, anch’essi taroccati. Presso un banchetto ho acquistato una classica tenda con il “nodo senza fine” (uno degli otto Sacri Simboli) e un rosario tradizionale.

6 Luglio. Tsetang

La giornata consiste essenzialmente nel trasferimento verso Tsetang, la quarta città del Tibet in ordine di popolazione. Da Lhasa si percorrono duecento chilometri di strada. Per gran parte del tragitto si costeggia il fiume Tsangpo. La prima tappa è il monastero di Drölmalakhang, fra i pochi rimasti integri durante la Rivoluzione Culturale.
Tsetang è una cittadina moderna di scarso interesse; è però possibile effettuare una digressione inerpicandosi sulla collina da dove si può vedere la città vecchia con il suo monastero. Anche se arriviamo già nel primo pomeriggio, pranziamo egualmente con un piatto di riso fritto misto, fra le poche cose ingurgitabili in Tibet. Il pomeriggio è a nostra disposizione per la ricognizione del programma di viaggio. L’albergo, pur trovandosi a quota 3600 m, possiede un lussureggiante giardino con varie specie di fiori e piante, ove spendiamo un paio d’ore a studiare guide e mappe.

7 Luglio. Samye e le radici del buddismo tibetano

Il fiume Tsangpo
Il melmoso fiume Tsangpo
Si ripercorre un tratto della strada verso Gonggar per raggiungere l’imbarco per il monastero di Samye, il più antico del Tibet. Qui nel IX secolo ebbe luogo il Dibattito di Samye, che diede origine al buddhismo tibetano Vajrayana, nel quale si confrontarono e si mescolarono le teorie dei fautori della concezione buddista indiana e di quella cinese.
Si rende necessario l’attraversamento dello Tsangpo, che in questo punto è largo sei chilometri, a bordo di una piccola chiatta fluviale di legno spinta da un vecchio motore per trattore di fabbricazione cinese. La barca fa acqua, ma per fortuna riesce a portarci fino all’altra riva.
Qui un pulmino scassato ci trasporta lungo una strada di sabbia e limo dalle sponde del fiume fino al monastero, l’unico del Tibet dotato d’un recinto non irregolare ma circolare, d’ispirazione indiana.
Si entra nel monastero transitando sotto una grande campana. Dentro all’edificio i monaci sono intenti a suonare trombe e tamburi nelle loro funzioni religiose.
All’ultimo piano un’ampia volta è sorretta da un ardito incastro di travi in modo che non vi siano colonne al centro della sala: una costruzione ingegnosa per via dell’assenza di archi nelle tecniche costruttive tibetane.
Nel percorso del ritorno si ha qualche difficoltà nel lasciare l’approdo a causa della forte corrente del fiume per via di un violento temporale scatenatosi a monte.

8 Luglio. Yarlung ed i primi re del Tibet

La valle di Yarlung si apre a sud di Tsetang, dove sorge l’arroccato fortino (dzong in tibetano) di Yumbulakhang, dal quale vi è una magnifica vista sulla vallata sottostante con i suoi campi d’orzo, alimento base della dieta tibetana, e di colza, da cui si può ricavare l’olio. Si nota un netto contrasto tra il verdeggiante fondovalle ed i brulli rilievi circostanti.
Lo Yumbulakhang è la più antica costruzione del Tibet, pare risalente ai tempi di Songtsen Gampo, primo re del Tibet nel secolo VII.
Sulla strada del ritorno si effettua una tappa presso il monastero di Tandruk, ove si stanno fabbricando tamburi saldando le pelli alle casse con un ferro rovente, sollevando un’odore acre e sgradevole di pelle bruciata. Intanto i monaci sono intenti al lavaggio dei dung-chen, le lunghe trombe adoperate durante le sacre funzioni.
Un pittore cinese sta nel frattempo affrescando una parete con motivi religiosi, ma non occorre l’occhio di un esperto per capire che sono di cattiva fattura.

9 Luglio. Gyantse

Il lago Yamdrok
Il lago Yamdrok scendendo dal passo di Kamba
4500 m s.l.m.
Oggi lasciamo Tsetang diretti verso Gyantse, terza città del Tibet per popolazione.
Dobbiamo ritornare fino alla confluenza fra il Kyi-Chu e lo Tsangpo e proseguire lungo il segmento meridionale della “strada dell’amicizia”, ovvero la vecchia carovaniera che collega il Tibet al Nepal.
Si lascia la valle del Brahmaputra per affrontare il primo passo, il Kamba-la (4.700 m). Durante la salita tra le nebbie si riesce a scorgere a tratti soltanto qualche pascolo, da dove degli yak ci fissano incuriositi. Sul passo i tibetani circondano il fuoristrada chiedendo l’elemosina, quasi da non riuscire ad uscire. Mostrandoci un po’ risoluti tentiamo la sorte per prendere una boccata d’aria. Un altro turista, avendo regalato qualche Jiao (centesimo di Yuan) ad un bambino, è stato preso d’assalto da tutti gli astanti, che esigevano loro parte. Stante la situazione ripartiamo velocemente: non mi stupirei se a quell’individuo incauto nella foga avessero strappato anche la giacca. Inevitabilmente mi domando cosa sia rimasto della dignità di quel popolo del passato di cui narrano, tra gli altri Harrer, Tucci, Maraini, Hedin e Richardson.
Sui passi si notano anche quelli che definirei “yak da esposizione”, pesantemente bardati per la classica fotografia del turista occidentale assieme al suddetto bovino. La differenza tra i due è talvolta ben difficile da notare.
Scendendo dal Kamba-la si costeggia lo Yamdrok Yumtso, uno dei laghi sacri del Tibet, creduto dimora di spiriti.
Successivamente la strada risale su un altro passo, incastrato tra le montagne in un paesaggio desolato e lunare, per poi ridiscendere nella piana di Gyantse che come città è, se possibile, ancora più desolata di Tsetang.
Nell’albergo non v’è l’acqua calda. Decidiamo pertanto di non lavarci, non in ossequio agli usi locali, bensì per non congelare.
La sera si trangugia il solito riso fritto (unica portata) in una stanzetta del primo piano adibita pomposamente a “ristorante”.
La notte non si riesce a dormire a causa di un inquietante e fastidioso fracasso proveniente dalla strada.

10 Luglio. Da Gyantse a Shigatse

Statua nel Kumbum
Statua nel Kumbum
A colazione desidero provare il classico tè tibetano al burro. Me ne viene servita una caraffa intera: provo una certa vergogna quando mi capacito di non essere riuscito ad arrivare neppure alla terza sorsata. Il tè tibetano, oltre ad essere assai fermentato, non si beve con lo zucchero ma col sale e possibilmente con l’aggiunta di una grossa fetta di burro rancido.
In mattinata si raggiunge il monastero di Pelkor Chöde (sempre in Gyantse), ove i monaci sono intenti nella preghiera mattutina. Nel medesimo complesso è presente il Kumbum, uno stupa a forma di Mandala tridimensionale contenente alcune fra le più belle statue di divinità buddhiste di tutto il Tibet.  Gli artigiani che lo realizzarono appartenevano all’etnia nepalese dei Nevar, originaria della valle di Kathmandu.
Il recinto, visto dall’esterno, può ben mostrare la distruzione messa in atto dai cinesi durante il periodo della Rivoluzione Culturale (1966–1969): originariamente si contavano quindici monasteri, dodici dei quali furono fatti saltare a colpi di dinamite.
Di fronte al monastero vi è lo dzong, il forte che fu attaccato nel 1904 dalla spedizione britannica capeggiata da Sir Francis Younghusband: la Gran Bretagna in quel periodo mirava a stabilire una missione commerciale in Tibet con la diplomazia o con la forza contro le ambizioni russe e cinesi.
Il viaggio da Gyantse a Shigatse, completamente in pianura, risulta abbastanza rilassante.
Giunti in città si accende una diatriba con la guida tibetana perché quest’ultima, in base a proprî traffici di cui non eravamo stati informati, desidera alloggiarci in un albergo di infima categoria, diverso da quello indicato sul programma ufficiale. Insistiamo a lungo per non fermarci in quella stamberga. Infine, data la nostra irremovibilità, essa acconsente ad accompagnarci all’albergo previsto. Quest’ultimo è comunque tutt’altro che lussuoso, equivalente ad un nostro due stelle scarso.
Possiamo dunque recarci a visitare Tashilumpo, monastero sede del Panchen Lama, seconda carica spirituale e politica del Tibet dopo il Dalai Lama.
Il decimo Panchen Lama, di due anni più giovane dell’attuale Dalai Lama, fu istruito a Pechino quando, una volta tornato in Tibet, dimostrò apertamente le proprie simpatie per l’azione degli esuli. Fu arrestato, rilasciato e poco tempo dopo morì “per crisi cardiaca” (secondo la vulgata ufficiale) anche se in molti sospettano che sia stato assassinato. Ora le sue spoglie sono conservate nel chörten (mausoleo) appositamente costruito all’interno del monastero.
Intanto alcuni operai sono intenti alla ristrutturazione di due stupa: distensione tra le parti oppure dzüma, imbroglio, inganno, farsa, fumo negli occhi?
Da un terrazzo sotto il muro dei Thang-ka si gode dello spettacolo della città contornata dalle montagne, illuminata dalla calda luce serale. Cena al ristorante dell’albergo, poi breve passeggiata prima di recarsi al giusto riposo.

11 Luglio. Il giorno più lungo

Il Land Cruiser in panne
Il nostro Land Cruiser in panne
Sveglia alle sei. È buio, piove e pare una mattinata novembrina della pianura padana.
Colazione nella sala ancora deserta, poi partenza per Sakya.
Ad un tratto la strada s’interrompe sulle sponde di un fiume: è subito chiaro che dobbiamo guadarlo. L’autista scende ed inserisce le quattro ruote motrici. Dopo qualche istante di preparazione spirituale c’immergiamo tra i flutti e poco dopo ne usciamo indenni. Poco più a monte si scorge la carcassa di un altro fuoristrada travolto dalla corrente. Di nuovo in strada, dopo qualche tempo il veicolo inizia a perdere potenza, finché non si arresta definitivamente. Sotto una debole pioggia l’autista apre il cofano, vi guarda dentro ed inizia (immagino) a proferire una sequela di male parole in cinese. Nel frattempo ci transita affianco un convoglio di carretti trainati da muli, che avevamo baldanzosamente superato e salutato qualche decina di minuti addietro. Il fuoristrada riesce infine a ripartire, per andare successivamente in panne ancora un paio di volte. Gli autisti (nel frattempo s’è aggregato a noi un altro veicolo) insistono ad identificare nelle candele la causa dell’avaria, mentre a noi pare invece una problematica legata al filtro dell’aria. Dopo aver pulito quest’ultimo, il fuoristrada non si ferma più; in salita sembra anzi avere una ripresa migliore. In cima al valico, il veicolo con cui abbiamo viaggiato nella mattinata si stacca per raggiungere Zhangmu (il posto di frontiera tra Tibet e Nepal) entro mezzanotte a causa della scadenza del visto di alcuni di loro.
Noi deviamo invece sulla strada per Sakya, monastero casa-madre dell’omonima scuola. Le case della zona recano una caratteristica distintiva: i muri vengono dipinti con strisce verticali rosse, bianche e blu, del tutto differenti dalle altre abitazioni tibetane.
Di Sakya si nota il senso di desolazione. Non vi è un’anima viva a pagarla oro: pare quasi una città morta.
Breve pranzo al sacco, poi di nuovo in viaggio: ad un certo punto si oltrepassa bivio per il Tibet occidentale, ovvero la strada per il monte Kailash ed il vecchio regno di Guge. Noi svoltiamo invece in direzione del Nepal, che raggiungeremo domani dopo qualche centinaio di chilometri in direzione sud.
Dopo neppure cinque minuti, con spavento e panico appare nel senso di marcia opposto un camion con un grosso tubo di ferro, sporgente di lato dal cassone, che punta dritto verso il nostro veicolo. Per tentare di evitarlo, il nostro autista frena bruscamente senza poter sterzare a causa dei fossi sui lati della strada. Nonostante una vigorosa sonata di clacson, accompagnata (così ci è parso) da una caterva d’improperî in cinese, il camion continua inesorabilmente la propria marcia nella nostra direzione. Ad un tratto, con grande terrore il tubo colpisce violentemente il nostro parabrezza: per fortuna il vetro non si frantuma, rimanendo solo scheggiato. A distanza si ferma anche il camion, il cui conducente constata il fatto. Il nostro autista, nel tentativo di raggiungerlo, effettua una rapida inversione di marcia per inseguirlo, ma il fedifrago tenta di scappare cercando rifugio in un cortile. Una volta raggiunto, il camionista nega di aver causato l’incidente. L’atmosfera si surriscalda: in un quarto d’ora giunge la polizia, che conduce i litiganti in una catapecchia.
Poco dopo si giunge ad una mediazione: noi avremmo continuato il viaggio, mentre l’autista ed il camionista avrebbero risolto la loro questione in seguito. Il vetro scheggiato viene riparato con del nastro adesivo
La marcia riprende attraverso le strette gole che conducono verso il passo chiamato Gyatso-la (5.220 m), sulla cui cima si contano solamente pochi gradi sopra lo zero: per terra le pozzanghere sono quasi ghiacciate.
Scendendo incappiamo in un intoppo dietro una lunga fila di camion con le ruote sprofondate nel fango. La strada risulta inagibile e si rende necessario il transito fuori dal tracciato. Nel tentativo di passare, anche il nostro fuoristrada s’inabissa nella melma profonda circa mezzo metro, senza apparente via d’uscita. Vi sono alcuni ceffi d’origine Khampa (popolazione di nomadi e predoni) che invece di aiutarci s’appoggiarono sul cofano del Land Cruiser ad osservare divertiti la scena. Un minuscolo trattore cinese tenta di trainarci ma le sue ruote non riescono a far presa sul terreno. Chi di noi è riuscito a conservare una buona dose di lucidità insiste sull’opportunità di mettere delle pietre sotto alle ruote del fuoristrada, ingranare le quattro ruote motrici e dare gas: il vittorioso risultato di questo lavoro vede come coronamento la stretta di mano tra noi e l’autista, il quale poi parte da solo per superare il tratto con le buche più profonde, mentre noialtri lo seguiamo a piedi. Seguono un paio d’ore di sobbalzi e buche assai profonde, per giungere a Nuova Tingri (Shegar) verso le nove di sera. Il villaggio sorge sulla “strada dell’amicizia”, sperduto in una landa desolata: vi si trovavano poco più d’una ventina di case col solo pianterreno ed un alberghetto ad una stella soltanto, ma pulito ed accogliente. Pur essendo stata questa la sistemazione con le minori pretese in assoluto, disponiamo stranamente dell’acqua calda nel bagno, mentre la biancheria dei letti è addirittura pulita.
Cena nella poco illuminata sala da pranzo. La successiva nottata è particolarmente tranquilla: si sente solo spirare il freddo vento della montagna.

12 Luglio. Addio monti...

Passo del Lalung
Passo di Lalung, 5100 m s.l.m.
La mattina dell’ultimo giorno in Tibet ci regala un forte sole ed una luce assai intensa.
Di nuovo in viaggio, domandiamo alla guida di sostare un istante al bivio della strada per il campo base dell’Everest. Poco tempo dopo la suddetta si volta verso di noi e, indicando un punto indefinito alle nostre spalle verso l’orizzonte, sentenzia: “There was the road of Mount Chomolagma (nome tibetano dell’Everest, n.d.a.) Base Camp, you see?”. L’autista, ignaro di tutto, procede speditamente. Alcuni di noi sono furenti e desiderano tornare indietro a tutti i costi. Altri, più saggiamente, invitano a proseguire per via dell’incertezza sulle condizioni della strada: se si rivelerà accidentata come quella di ieri, rischieremo di arrivare a Zhangmu, posto di frontiera col Nepal, a notte ormai fatta. Si sale dunque verso l’ultimo passo, il Lalung-la (5.100 m), per iniziare di seguito la lunghissima discesa nella valle del fiume Bhote Kosi: tra oggi e domani scenderemo fino a quota novecento metri in Nepal. Sosta per il pranzo a Nyalam. La guida e l’autista vanno a rifocillarsi in una bettola mentre noi ci ristoriamo al sacco proseguendo per un tratto a piedi. Mentre sostiamo su un lato della strada presso alcuni orti poco fuori dell’abitato, volgiamo lo sguardo ai dintorni: i versanti della valle che stiamo discendendo si fanno sempre meno brulli e sempre più umidi, scoscesi, stretti, angusti e franosi. Si vedono i primi ruscelletti, che poi si fanno cascatelle e poi torrenti che si gettano direttamente sulla strada. Siamo costretti ad effettuare un paio di guadi: qui i camionisti espletano i loro bisogni ai lati della strada mentre attendono il raffreddamento dei pneumatici immersi nell’acqua. La vegetazione è ormai quella della lussureggiante foresta umida nepalese.
Si giunge infine a Zhangmu (anche conosciuta come Khasa), cittadina confinaria ed avanguardia del mondo indiano, fatta di catapecchie abbarbicate su una parete molto scoscesa.
Una fila chilometrica di camion attende di poter scaricare le merci alla dogana: per proseguire verso l’abitato siamo costretti ad abbandonare l’auto scendendo lungo degli scivolosi e fangosi sentieri. I bagagli si ricongiungono a noi un paio d’ore più tardi. Come a Shigatse, la guida tenta d’indirizzarci verso un albergo di infima categoria (scalcinato, con i pitali fuori dalle camere) ma noi pretendiamo quello descritto sul programma. Poco dopo, da Kathmandu ci informano telefonicamente che l’automobile per il trasporto in Nepal, previsto per domani, si trova già al posto di frontiera dalla parte nepalese. Risolto il malinteso è già ora di cena: ecco il solito riso fritto, al quale sono abituato al punto da non sprecare tempo neppure per leggere l’inutile menù, composto dalle solite quattro voci. Dalla bocca mi esce solo uno stanco «mixdfrairais» (mixed fried rice).
La sera usciamo a fare una passeggiata per Zhangmu. La gente del luogo ci lancia un’occhiata incuriosita e prosegue per la propria strada.
Zhangmu in una calda notte estiva presenta un’atmosfera malsana, calda, fetida, umida. Le catapecchie di legno sono poggianti da un lato sulla parete inclinata della montagna e dall’altra su lunghi pali (come palafitte a metà) per ovviare al dislivello. Quando chiudono i vari negozi di articoli elettronici contraffatti e di merci di contrabbando, una volta calate le tenebre si aprono le discoteche improvvisate ed i bordelli, che spesso sono la stessa cosa.
La camera dove dorme un compagno di viaggio presenta sul soffitto delle infiltrazioni d’acqua, ma per fortuna la pioggia è caduta sul letto solo a lui…

13 Luglio. Calata nel Samsara

Dalle finestre delle nostre camere si scorgono più in basso delle serre di plastica: osservando con maggiore attenzione si nota che in realtà sono abitazioni.
Al nostro risveglio, la mattina presto, gli inservienti dell’albergo sono stravaccati a dormire sui divani e sui tappeti sporchi della hall. La saletta-cucina della sera precedente è sprangata col lucchetto: e la colazione?
La guida ci conduce in un lurido locale di fronte all’albergo, dall’altra parte della strada: le porte si aprono ed il padrone intima la sveglia ai camerieri, che poco a poco si tirano su dal pavimento ove stanno dormendo ammassati. Sia per questi spettacoli poco familiari ad un europeo che per l’estrema sporcizia del luogo, la puzza ed i repentini conati di vomito, torniamo brevemente sui nostri passi.
Dopo aver atteso ancora qualche minuto fuori dalla “sala ristorante” dell’albergo (gli inservienti sono sempre addormentati lì per terra), finalmente arriva qualcuno ad aprire i battenti. Colazione con un caffè rivoltante ed una fetta di pancarrè accompagnata da un po’di marmellata.
Ormai è giunta l’ora del commiato dall’autista, che ci ha accompagnato fin da Lhasa, rivelatosi una persona assai laconica ma scrupolosa ed attenta. Ho avuto l’impressione che fosse uno di quei cinesi che, attirati in Tibet dalla propaganda con la prospettiva di un lavoro sicuro, si sia ritrovato in seguito impossibilitato a tornare indietro, adattandosi a fare il mestiere del conducente.
È l’ora della partenza: per raggiungere la frontiera, espletate le formalità doganali, si percorre un pezzo di strada nella zona franca ove solo un numero limitato di veicoli è abilitato a transitare. Ultimo saluto alla guida ed all’autista e foto di gruppo. Da questo punto, caricati i bagagli sopra un camion riccamente decorato alla maniera indiana, si parte per un lungo tratto di strada dissestata. Venti chilometri di fango e tornanti più in basso si raggiunge il “ponte dell’amicizia”, sul fiume Bhote Kosi, che segna il confine tra il Tibet ed il Nepal.
Sull’altra sponda, nella baracca che funge da posto di frontiera dalla parte nepalese, lo sguardo di re Birendra scruta severo i turisti stanchi da un quadro appeso al muro.
Terminate le operazioni di convalida del visto, l’automobile già ci attende per partire alla volta di Kathmandu. La discesa di questa valle himalayana, iniziata ieri a 5100 metri d’altitudine, termina 4200 metri più un basso per lasciare il passo all’assolata ed umida campagna nepalese, coltivata a risaie.
Risaliti sul Pahar a milletrecento metri, siamo finalmente a Kathmandu, subito riconoscibile dalle strade intasate di risciò e tuk-tuk scoppiettanti e puzzolenti. Stavolta in albergo disponiamo dell’aria condizionata, senza la quale d’estate è difficile dormire per il caldo.
Il resto del pomeriggio è speso a casa di un amico italiano, col quale discutiamo dell’esperienza tibetana di fronte ad un ottimo tè nepalese. Tra una parola e l’altra il tempo passa in fretta e, in men che non si dica, è già l’ora di cena. Cena in un ristorante italiano da lui consigliato: discreto nonostante l’appartenenza alla categoria dei “ristoranti italiani all’estero”.

14 Luglio. Bhaktapur e Patan

Patan
Centro storico di Patan
Mattinata dedicata alla visita di Bhaktapur il cui centro storico, concentrato intorno a Durbar Square (piazza delle pubbliche udienze), è patrimonio dell’UNESCO. I monumenti risalgono perlopiù al periodo d’oro dell’arte Nevara ovvero l’epoca Malla (secoli XIV-XVIII circa).
Desidero acquistare un Thang-ka (dipinto sacro): vengo condotto in un negozietto conosciuto da una guida locale e scelgo una bella Tara bianca che è tuttora appesa in casa mia. In seguito la suddetta “guida” è passata a riscuotere la propria percentuale dal venditore con la scusa di dover andare a “fare un bisogno”, un copione uguale in tutto il mondo da Kathmandu a Marrakech.
La passeggiata prosegue alla ricerca di incisioni di canti religiosi tibetani, che fortunatamente riesco a trovare.
Ad una svolta si nota in un vicolo un albero fatto crescere dentro ad un tempietto, quasi fino a sventrarlo: un simbolo della caducità delle cose terrene. Nel frattempo un bambino, giunto presso di noi, prima chiede di farsi fotografare, ed immediatamente di seguito chiede soldi in italiano. Quando si tratta di riscuotere denaro, persino i neonati dimostrano di conoscere tutte le lingue del globo. Viceversa, quando è il viaggiatore a doversi fare le proprie ragioni, gli interlocutori diventano improvvisamente sordomuti ed analfabeti.
A Patan, città nota per la lavorazione dei metalli, approfittiamo per effettuare altri acquisti: un dorje, un drilbu, una ruota di preghiera e altri pochi oggetti per familiari e amici. Al ristorante dell’albergo il cuoco ci ha evidentemente preso in simpatia: sera dopo sera le razioni si fanno sempre più abbondanti.

15 Luglio. Sangue e arena

Buddha-lingam
Lingam con figure di Buddha. Circa XVIII sec.
Dakshinkali, tempio situato fra le colline a sud di Kathmandu, è il luogo ove tutti i sabati si eseguono in massa sacrifici animali di galli e capretti in onore della dea Kali, una delle varie manifestazioni terrifiche, assieme a Durga, Annapurna e Taleju Bhavani della Mahadevi (Grande Dea) ovvero la shakti (controparte femminile, aspetto energetico) di Shiva, dio creatore e distruttore.
Seguendo l’andirivieni delle persone ci si inoltra lungo un sentiero nella foresta, in coda ad una fila di migliaia di persone, ognuna delle quali tiene un gallo sottobraccio od un capretto al guinzaglio. Dall’alto di un rilievo prospiciente si scorge un recinto, proibito ai non indù, nel quale opera un boia in grado di sgozzare un gallo ogni dieci secondi o una capra in un minuto. La testa rimane al tempio come offerta, mentre il resto è cucinato e consumato da coloro che hanno compiuto il sacrificio.
In quest’atmosfera pesante, umida, in mezzo alle esalazioni della foresta, degli incensi e della putrefazione delle sostanze organiche, il terreno è rosso di sangue degli animali sacrificati. Lo scolo che lo raccoglie forma un orrendo rivolo che si getta nel torrente sottostante.
Ecco lo spirito dell’India sotterranea e notturna. È follia, delirio mistico collettivo, voglia di sangue a fiotti, pubblica orgia della metafisica, sacrificio spettacolare: così va appagato lo Spirito della Dea (rappresentato dall’aspetto assunto come Chinnamasta, la Decapitata) secondo questi culti che, più che Indù, sono animistici e appartengono al profondo substrato irrazionale di derivazione dravidica dell’India, passato indenne nonché celato nel profondo degli animi al passaggio dei caucasici, dei turcomanni, dei mongoli, dei musulmani e dei colonizzatori occidentali. V’è da dire che molti bramini prendono le distanze da tali manifestazioni, rabbrividendo quando queste vengono qualificate come “induismo”.
La dura reazione scatenata da questi spettacoli in uno stomaco europeo può essere ribaltata da un punto di vista culturale: in realtà si tratta di un semplice mattatoio, nel quale l’uccisione delle bestie avviene pubblicamente ed in modo ritualizzato. Nella ricca Europa invece, dove la carne è assai più consumata che in Nepal, v’è l’ipocrisia di dover nascondere le mannaie alle nostre povere menti sensibili. Forse, se le vedessimo un po’ di più, comprendemmo meglio il valore della vita degli animali. In seguito ci si appresta a tornare in città. Sosta presso il tempio di Manjushri, sulle cui pareti sono appese ogni anno tre pentole nuove in occasione della festa dedicata alla divinità tutelare della valle di Kathmandu.
Da Kirtipur infine, cittadina situata a ridosso di un’altura, si offre una vasta panoramica sulla capitale e dintorni. Resto del pomeriggio libero.

16 Luglio. Nagarkot

Stamattina rotta con un taxi verso Nagarkot, promontorio situato a nord-est di Kathmandu e balcone privilegiato per l’osservazione delle montagne. Queste però risultano occultate dalle nubi: non è affatto facile scorgere l’Himalaya durante la stagione dei monsoni. Si trascorre ugualmente qualche ora lontano dal traffico caotico della città. A Nagarkot v’è inoltre un piccolo sacrario che commemora la caduta di un velivolo di linea.
Nel pomeriggio, ritornati a Kathmandu, ne approfittiamo per rifornirci di spezie, tè ed incensi.

17 Luglio. Fiori e piante a Godavari

Si parte per una gita a Godavari, situata a sud Kathmandu, con il giardino botanico nazionale. Il tempo è brumoso, caldo e coperto. Vagando tra le piante del sottobosco subtropicale è necessario abituarsi alla sensazione dell’umido sulla pelle e sotto i vestiti.
Piacevole diversivo è costituito da un gruppetto di ragazzi nepalesi, con cui mi dilungo a chiacchierare mediante un inglese molto approssimativo.

18 luglio. Kathmandu insolita

Nagarkot
Colline intorno a Nagarkot
Appuntamento con un amico per esplorare la città fino al pomeriggio senza itinerari precisi.
Ci soffermiamo innanzi alle locandine d’un cinematografo: anche senza comprendere la lingua, qui è possibile entrare in contatto con una parte rilevante della psicologia del mondo indiano, assai emotiva e facilmente incline al riso, al pianto, alla rabbia ed alla gioia improvvisa. I film sono perlopiù dei masala movies prodotti a “Bollywood” (la Cinecittà di Bombay) e doppiati in nepalese, copioni sempre uguali di azione, violenza, amori impossibili, morale tradizionale e siparietti danzati completamente avulsi dal contesto. Trama tipica: v’è l’eroe di turno (il bel ragazzo) che ama la tal brava ragazza, c’è il cattivo di turno, ci sono le rivoltelle e le scimitarre, i balli e le canzoni. Fine. Spesso durante la proiezione la folla s’infervora a tal punto che inizia ad inveire contro l’antagonista che tende l’immancabile agguato all’eroe, poi tumulta, incoraggia ora questo, denigra ora quell’altro.
Verso mezzogiorno sostiamo presso una gelateria descritta come “la migliore della città”: un chiosco all’aperto del tutto sconsigliato agli intestini non abituati alla carica batterica locale.
Giunti ad Ason Tole acquistiamo delle spezie e del tè nepalese, oltre a degli incensi tibetani ed indiani. In un negozio d’antiquariato riesco fortunatamente a trovare qualche Ga-den tranka, vecchia moneta tibetana d’uso comune prima del 1950. Poi noto ancora un bel maglione, spacciato inizialmente per “lana di yak” e rivelatosi nel corso delle trattative di lana di pecora neozelandese.
Al rientro in albergo mi intrattengo in una lunga conversazione con un cameriere del ristorante. Costui racconta che nella sua famiglia è un privilegiato perché dispone di un impiego sicuro nella capitale. I suoi parenti sono poveri e vivono in un villaggio a metà strada tra Kathmandu e Pokhara. Ci soffermiamo su vari aspetti dell’agricoltura: è curioso di sapere quali siano le principali coltivazioni in Italia. Tento d’illustrargli le differenze tra il chicco di riso asiatico (oblungo e sottile) e quello europeo (corto e tozzo), ma non credo di essere riuscito a spiegare la differenza tra un risotto nostrano ed un basmati al vapore... Il discorso spazia poi su molti altri temi quali l’immigrazione e la religione. Infine, indicando una rana in giardino, mi domanda quale sia il suo nome in italiano: “rana” gli rispondo. Ne risulta alquanto stupito, come magari potrebbe esserlo qualsiasi nepalese. “Rana” è un nome assai comune in Nepal ma rimanda anche ad un capitolo turbolento della storia del paese, quando il generale Jang Bahadur Rana ordì sul finire del XIX secolo il cosiddetto “massacro di Kot”, trucidando numerosi esponenti dell’aristocrazia e dell’esercito ed assicurando a sé ed alla sua famiglia il potere politico per molte decadi a venire. Anche se l’oligarchia Rana è ufficialmente terminata nel 1951 con il ritorno del re Tribhuvan dall’esilio, ancora oggi i Rana esercitano una notevole influenza nelle vicende politiche del paese.

19 Luglio. Ultimo giorno

Giornata di preparativi in vista del rientro. Uscita mattutina per acquistare qualche cespo di banane e dei manghi per il pasto meridiano. Questa frutta non ha nulla a che vedere con la stessa che si può trovare in Europa; qui proviene direttamente dal produttore al consumatore, maturando direttamente sulla pianta. Si trascorre l’ultimo pomeriggio presso alcuni amici, commentando i punti salienti del viaggio.

20 Luglio. Verso casa

L’ora della partenza si avvicina: riceviamo in dono dai nostri amici i khata, sciarpe rituali che vengono regalate come saluto d’addio a chi parte, con l’augurio di un felice ritorno a casa.
Dopo le formalità burocratiche ed i controlli, siamo imbarcati su un aereo più comodo di quello dell’andata.
Scalo tecnico a Delhi, quindi si sorvolano in pieno giorno l’India nordoccidentale, il Pakistan, il deserto dell’Iran, Teheran, il Kurdistan, la Turchia, il mar Nero, la Romania e l’Ungheria per atterrare infine a Vienna. Qui si attende la coincidenza per Milano: dopo il transito sulle Dolomiti, illuminate dalla rossa luce serale, il velivolo si abbassa sulla pianura Padana ormai avvolta dalle tenebre. I bagagli arrivano con mezz’ora di ritardo, quando infine riusciamo a riabbracciare chi nell’impazienza stava già attendendo il nostro volo da ore.
Nessun luogo è meglio della propria casa: con gran stanchezza ritrovo il mio letto, non senza un ultimo pensiero all’esperienza vissuta ed ai nostri amici, che dopo la nostra partenza hanno acceso per noi un lumino a Svayambunath.

Scritto nel 2000, pubblicato nel 2008.