Disponibili i nuovi libri Giappone per caso e L’altro Iran

L'evoluzione della Questione tibetana dal 1950 ad oggi

per una visione integrata dal punto di vista storico, politico e sociale


Tibet o Cina?
Tibet o Cina? Una vicenda controversa da quattordici secoli
Indice
1. Introduzione
1.1. Nota sulla trascrizione dei termini
2. Tibet: il territorio e le popolazioni
3. L'Evoluzione dei rapporti
3.1. Premesse storiche
3.2. La fase degli accordi (1951-1959)
3.3. La rottura degli accordi (1959-1989)
3.4. Situazione attuale
4. Conclusioni
5. Postfazione

Note
Bibliografia
Risorse mediali


1. Introduzione
La questione del Tibet ha suscitato in particolar modo durante la seconda metà del XX secolo un acceso dibattito, che ha portato perlopiù alla formazione di due schiere contrapposte di sostenitori delle parti, identificate con quella cinese e quella tibetana.
Nel registrare gli avvenimenti si è originata inevitabilmente un'ideologia propria di ciascuna delle due parti riguardo alla descrizione di quattordici secoli di contatti tra Han (l'etnia maggioritaria della Cina) e tibetani, che trova espressione nelle reciproche rivendicazioni.
Si tratterà qui di queste ultime, in riferimento al periodo compreso tra la proclamazione della Repubblica Popolare cinese ed il giorno d'oggi partendo dalle premesse storiche ed arrivando alle tre grandi fasi evolutive, per considerare infine la situazione attuale.

1.1 Nota sulla trascrizione dei termini
Per quanto riguarda la trascrizione dei nomi di cose, luoghi e persone è stata utilizzata la versione più diffusa; ad esempio nel testo si troverà:

2. Tibet: il territorio e le popolazioni
L'altipiano tibetano raggiunge un'altitudine media di circa 4.900 metri s.l.m. Esso è delimitato da due catene montuose: a sud l'Himalaya ed a nord il Kunlun Shan.
L'oggetto delle rivendicazioni storicamente non è mai stato definito in modo univoco, e coesistono più posizioni riguardanti talvolta un territorio culturale, talvolta geografico, talvolta "storico". [1]
Come "Tibet" si può attualmente intendere:

I tibetani costituiscono uno dei più numerosi gruppi etnici delle 56 etnie riconosciute dalla Repubblica Popolare Cinese.
Secondo un censimento del 1959 in Cina si contavano 6.330.567 tibetani. Si possono inoltre enumerare altri 125.000 individui etnia tibetana in India, 60.000 in Nepal e 4.000 in Bhutan.
Il popolo tibetano è diviso in diversi gruppi di ceppo mongolico, che sono a loro volta suddivisi in diversi sottogruppi, ognuno dei quali mantiene una propria identità culturale.
I tibetani del Kham (zona del Tibet orientale compresa tra la regione autonoma del Tibet e la provincia di Sichuan) sono anche conosciuti come Kham-pa, mentre quelli stanziati nella zona centrale ed occidentale vengono comunemente chiamati Bod-pa.

Figura 1:  Carta dell'area etnolinguistica tibetana (o Tibet culturale).
Figura 1: Carta dell'area etnolinguistica tibetana (o Tibet culturale).

3. L'evoluzione dei rapporti

3.1 Premesse storiche
Nella trattazione seguente, ove non ulteriormente specificato, con il termine «Tibet» si intende il «Tibet storico-politico».
L'ingresso dell'esercito popolare di liberazione in territorio tibetano nel 1950/51 costituì solo un recente capitolo di una vicenda che ebbe origine durante il VII secolo d.C., ai tempi della dinastia di Yarlung nel Tibet centro-meridionale e della dinastia Tang in Cina.
In quel periodo si registrarono sia le incursioni delle armate tibetane in territorio cinese con l'imposizione del pagamento di un tributo al Tibet, sia il matrimonio del re Songtsen Gampo con una principessa Tang [4]. I confini furono formalizzati con una serie di trattati nel IX secolo. Durante il XII secolo i mongoli guidati da Gengis Khan invasero e sottomisero le popolazioni dell'altopiano tibetano e dopo la morte di quest'ultimo, il figlio del nuovo Gran Khan, Godan, conferì il governo del Tibet al lama [5] Sakya Pandita (Kunga Gyaltsen), dell'allora potente scuola buddista tibetana di Sakya, in cambio del riconoscimento della sovranità mongola e dell'istruzione religiosa.
Si venne così a creare il rapporto che i tibetani chiameranno lama-patron o sacerdote-protettore, sopravvissuto fino alla proclamazione della Repubblica cinese nel 1912. Questo fatto presupponeva una superiorità dell'imperatore cinese nella sfera degli affari civili, e del lama in quelle spirituali in un rapporto di tipo maestro-allievo.
Pur trattandosi dunque di un legame personale tra il capo spirituale tibetano e l'imperatore della Cina, esso assumeva contorni politici quando al primo venivano concessi titoli, onorificenze e facoltà di governare, che però sancivano una situazione di fatto già esistente.
Questa relazione resterà formalmente immutata anche all'avvicendamento delle scuole religiose al potere in Tibet (dai Sakya ai Gelug) e delle dinastie in Cina (dagli Yuan ai Ming ed infine ai Qing), ma il legame personale non avrà più significato quando l'impero cinese troverà fine nel 1911.
Alla fine del XVII secolo, dopo la morte del "Grande Quinto" Dalai Lama [6] i rapporti subirono una mutazione con l'intervento militare Qing in territorio tibetano contro gli Zungari [7], e la conduzione a Lhasa di due Amban, funzionari imperiali che venivano consultati per le decisioni di governo. Nel 1788 un attacco nepalese al Tibet dimostrò l'inadeguatezza delle forze armate tibetane, per cui si rese necessario un intervento militare cinese; l'episodio spinse i Qing a riorganizzare il governo tibetano (nelle cui forme rimarrà quasi immutato fino al 1959) e ad istituire il sistema dell'"urna d'oro" per la scelta dei Dalai Lama [8].
Il Tibet non fu però assorbito come provincia cinese, né pagò tasse o tributi alla Cina. Questa forma di tutela, che comportava vincoli maggiori di quelli di una situazione di autonomia ma minori di quelli di un protettorato, fu definita suzerainty dai diplomatici britannici di stanza in India.
Nel corso del XIX secolo il potere degli Amban diminuì parallelamente a quello della dinastia Qing, mentre il governo tibetano acquisì una progressiva autonomia decisionale, a tal punto che la guerra tibeto-nepalese del 1841-1842 non vide alcun intervento cinese. L'espansionismo britannico portò invece all'attacco del Sikkim (1888) ed alla spedizione di Sir Francis Younghusband (1904) [9]. La ritirata inglese avvenne dopo il pagamento di un'indennità da parte della dinastia Qing, mentre il XIII Dalai Lama si trovava in esilio in Mongolia. Nel frattempo l'amministrazione imperiale istituiva dei distretti presso la maggior parte dei territori tibetani all'interno della zona etnolinguistica tibetana (nel cosiddetto «Tibet etnografico» o «culturale»).
In seguito i Qing permisero al Dalai Lama di ritornare a Lhasa, a patto che non esercitasse alcuna forma di potere; ma già nel 1910 inviarono un esercito in Tibet, causandone la fuga in India.
L'amministrazione cinese iniziò un processo di sinizzazione del Tibet [10] forse propedeutico alla trasformazione del territorio in una provincia dell'impero, ma questo si arrestò nel 1911 con la caduta della dinastia Qing [11] e la proclamazione della Repubblica.
Nel 1913, con l'aiuto logistico dell'India britannica e del Nepal, il XIII Dalai Lama fece ritorno in Tibet, e rispose al presidente e generale Yuan Shikai che «intendeva esercitare sia il potere temporale che quello religioso» [12]: molti interpretarono queste parole come una dichiarazione di indipendenza, mentre la Cina repubblicana assumeva fra suoi mandati quello di ricostituire uno stato forte e di liberarlo dalle influenze straniere; in un editto cinese si dichiararono il Tibet, la Mongolia e lo Xinjang nella stessa posizione delle altre province, e la questione tibetana assunse così la sua forma moderna.
Le rispettive posizioni emersero pubblicamente alla conferenza di Simla (1913), convocata dalla Gran Bretagna, nella quale il Tibet sostenne di essere indipendente, mentre la Cina argomentò il contrario [13]. La stesura finale prevedeva un regime di autonomia per un Tibet "esterno" sotto la sovranità cinese, ed un Tibet "interno" sotto l'amministrazione diretta di Pechino. La Cina non ratificò la convenzione perché non si raggiunse un accordo sulla definizione del territorio e dei confini politici: la parte tibetana chiedeva l'inclusione di tutto il territorio etnografico, mentre la Cina sosteneva che il suo confine dovesse correre a «centoventicinque miglia ad est di Lhasa» [14]. La Gran Bretagna, da parte sua, non fu mai disposta a riconoscere un Tibet indipendente perché ciò avrebbe potuto fomentare sentimenti irredentistici da parte delle popolazioni di etnia e lingua tibetana rientranti sotto la propria sfera d'influenza [15], problematica che passò nelle mani dell'Unione Indiana all'atto della sua costituzione (1947). L'amministrazione britannica aveva però interesse ad incrementare i rapporti politici e commerciali con un Tibet che risultasse come "zona cuscinetto", ma che all'occorrenza potesse trasformarsi in piattaforma geopolitica strategica dell'azione verso la Cina, la Russia e l'Asia sudorientale [16].
Nonostante il fallimento della conferenza, il Tibet godette di un incontestato periodo di indipendenza de facto tra il 1913 ed il 1933, ventennio durante il quale in tutta la zona amministrata da Lhasa non fu permesso di risiedere ad alcun funzionario o soldato cinese. Dal 1933 in poi fu permessa nuovamente l'esistenza di un ufficio con un funzionario cinese per il disbrigo delle pratiche burocratiche.
Il Tibet non seppe approfittare della debolezza della Repubblica cinese e, anziché cercare appoggi internazionali alla propria causa, istituendo ambasciate e chiedendo l'ammissione alla Società delle Nazioni, si chiuse in se stesso a causa della diffidenza della classe dirigente monastica, timorosa di perdere i propri privilegi. Questa scarsezza di lungimiranza portò anche, nel breve periodo, all'abbandono delle riforme (pubblica amministrazione, istruzione, trasporti, poste, moneta ecc...) volute dal XIII Dalai Lama.
È possibile affermare che alla sua morte nel 1933 il paese avesse subito un'involuzione nel senso delle modernizzazioni rispetto a dieci anni prima.
Tale situazione di isolamento perdurò fino al 1950, mentre nel frattempo era stato riconosciuto il nuovo Dalai Lama, il quattordicesimo: Tenzin Gyatso. Senza quasi che il Tibet se ne accorgesse, o volesse accorgersene, la Cina proseguiva la guerra civile, interrottasi durante la seconda guerra mondiale, e terminata nel 1949 con la fuga di Chiang Kai-shek con le sue ultime truppe sull'isola di Formosa, e la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao Zedong.

Figura 2: Tibet storico-politico, sfera d'influenza del governo del XIII Dalai Lama.
Figura 2: Tibet storico-politico, sfera d'influenza del governo del XIII Dalai Lama.

3.2 La fase degli accordi (1951-1959)
La prima delle fasi cruciali moderne individuate nei rapporti tra il Tibet e la Cina è quella in cui, in seguito all'entrata dell'esercito di liberazione popolare nel Tibet "storico-politico", le istituzioni tibetane sono rimaste tali, ed i rapporti tra queste ed il governo centrale di Pechino sono stati regolati da accordi sottoscritti da entrambe le parti.
Anche dopo la proclamazione della Repubblica popolare cinese il primo ottobre 1949, la Cina continuava a rivendicare il territorio tibetano come parte integrante della «madrepatria», posizione che era già stata a sua volta propria sia dell'impero Qing che del governo repubblicano nazionalista. Nella nuova entità statale il Tibet si sarebbe dovuto configurare come regione dotata di autonomia, e non di una provincia cinese in senso stretto. Una delle prime esigenze di Mao Zedong fu dunque di riportare la sovranità cinese sul Tibet politico, da attuarsi mediante un'azione militare contro forze considerate «imperialiste» [17]; questi discorsi suscitarono viva preoccupazione nel governo tibetano, che inviò alcune delegazioni ai governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Nepal e Cina medesima, ma furono respinte.
L'intento di Mao Zedong era però quello di fornire alla sua azione una base legalitaria, ovvero di «liberare pacificamente» il Tibet previo consenso del governo tibetano stesso, che fu invitato a Pechino a trattare. L'ultimatum imposto scadde, per cui il 7 ottobre 1950 l'esercito di liberazione popolare attaccò il confine tibetano, iniziando l'azione di penetrazione militare all'interno del Tibet orientale, per poi arrestarsi presso la città di Chamdo e costringere il governo di Lhasa a trattare [18]. Il governo tibetano si rivolse alle Nazioni Unite, alle quali però non aveva mai chiesto l'ammissione; la questione fu sollevata da El Salvador, ma la delegazione indiana e quella britannica ne chiesero l'archiviazione.
Per il Tibet non rimase altra scelta che la via di Pechino: il 23 maggio 1951 una delegazione capeggiata dal plenipotenziario Ngabö Ngawang Jigme firmava l'«Accordo in diciassette punti per la liberazione pacifica del Tibet», fondamento della fase di coesistenza tra le vecchie istituzioni tibetane ed il governo della Repubblica popolare cinese.
Il testo è stato tratto dall'internet in lingua inglese. La traduzione in italiano è dello scrivente.
«1. Il popolo tibetano dovrà unirsi e cacciare le aggressive forze imperialiste dal Tibet; il popolo tibetano dovrà ritornare nella grande famiglia della madrepatria - la Repubblica popolare cinese.»
«2. Il governo locale dovrà coadiuvare attivamente l'Esercito di liberazione popolare per l'entrata in Tibet, e consolidare le difese nazionali.»
I primi due punti dell'accordo si riferiscono alla visione cinese del Tibet "politico" come parte della "madrepatria", inoltre si sancisce che questa visione è condivisa anche dal governo tibetano.
«3. In accordo con la politica fra nazionalità stilata nel programma comune della Conferenza Consultiva del Popolo Cinese, il popolo tibetano ha il diritto di esercitare autonomia nazionale regionale sotto la guida unificata del Governo Centrale Popolare.»
«4. Le autorità centrali non altereranno il sistema politico esistente in Tibet. Le autorità centrali non altereranno il costituito status, le funzioni ed i poteri del Dalai Lama. I funzionari dei vari gradi potranno esercitare come di consueto.»
Nei punti 3 e 4 si delinea la volontà di istituire una regione autonoma in seno alla Repubblica popolare cinese, e la volontà di mantenere le cariche esistenti; questo punto risulta però controverso perché, già dal tempo degli imperatori Qing e poi della Repubblica cinese, da una parte si considerava il Dalai Lama come Sovrano del Tibet, e dall'altra «Leale e sottomesso vicereggente» [19].
I punti 5 e 6 si riferiscono alla figura del Panchen Lama, il cui ruolo è qui volutamente messo quasi sullo stesso piano politico di quello del Dalai Lama [20].
Gli altri punti trattano dell'incorporazione dell'esercito tibetano nell'esercito popolare di liberazione, della gradualità delle riforme da attuare in Tibet, del rispetto per la religione, dello stanziamento di truppe militari e dei rapporti con i paesi confinanti, in particolare al punto 14:
«Il Governo centrale si occuperà di tutti gli affari esterni dell'area tibetana, vi sarà una coesistenza pacifica con gli Stati vicini, con l'istituzione e lo sviluppo di buone relazioni commerciali con essi sulla base dell'eguaglianza, del mutuo beneficio e del mutuo rispetto per il territorio e la sovranità.»
Qui si trova nuovamente il principio di non interferenza negli affari interni di uno stato straniero, poiché il Tibet era considerato non solo dalla Cina parte integrante di sé stessa, ma anche dall'India, che aveva ereditato dalla Gran Bretagna gli stessi accordi e le stesse problematiche riguardo al Tibet e che fino ad allora erano cambiate sostanzialmente poco dai tempi della conferenza di Simla; pertanto in quel momento si esprimeva una comunione d'intenti sino-indiana sulla questione tibetana.
Infine l'ultimo articolo:
«17. Questo accordo entrerà immediatamente in vigore dopo la firma e l'apposizione dei sigilli su di esso.»
Riguardo a questo punto, il governo tibetano in esilio sosteneva che le firme fossero state estorte, ed i sigilli falsificati: nel caso fosse stato provato, ciò sarebbe risultato giuridicamente sufficiente come causa d'invalidità dell'intero accordo.
Il Dalai Lama si era intanto trasferito precauzionalmente con la sua corte a Yatung, città confinaria con l'India, al fine di poter fuggire agevolmente nel caso in cui gli eventi fossero precipitati. Lì si seppe degli accordi solamente quando essi furono conclusi; la delegazione di Pechino ritenne opportuno non fornire informazioni mentre le negoziazioni erano in corso perché ciò avrebbe suscitato un aspro dibattito all'interno del governo tibetano, ed avrebbe portato allo stallo delle trattative con un evidente aggravamento della già precaria posizione tibetana. La Corte si divise in due fazioni: alcuni ritenevano che il Dalai Lama dovesse fuggire in India, altri che dovesse tornare a Lhasa ed accettare le condizioni dell'accordo. Prevalse quest'ultima, anche se una parte gli averi personali al seguito del Dalai Lama non ritornarono a Lhasa, ma furono preventivamente depositati in India.
La «guerra fredda» era ormai iniziata, e i servizi segreti degli Stati Uniti d'America (la CIA) iniziarono a dimostrare interesse verso il Tibet, seppure senza un preciso piano d'azione e senza neppure la volontà di fornire aiuti materiali o logistici al Tibet; essi si limitarono alla fornitura di armi leggere attraverso l'India e all'elaborazione di piani di fuga che parvero bizzarri alla stessa Corte del Dalai Lama [21].
Nella primavera del 1951 quest'ultimo tornò a Lhasa, seguito pochi mesi dopo dall'entrata pacifica [22] nella città dell'Esercito di liberazione popolare, avendo le due parti sottoscritto e accettato un accordo scritto che prevedeva diritti e doveri per entrambe le parti.
Al Tibet "politico" era concesso, fra l'altro, di continuare ad esistere con le proprie istituzioni, fatto che non ha trovato riscontro in nessun altra zona cinese popolata da etnie minoritarie.

Bandiera militare del Tibet
Bandiera militare del Tibet, ca. 1912-1950.

La visione del Tibet da parte del governo tibetano era però estesa non solo al Tibet "politico", ma anche a quello etnografico. L'accordo in diciassette punti non si applicava alle zone corrispondenti a quest'ultimo, che costituivano già parte di province cinesi, e questo portò a due conseguenze.
La prima riguarda il fatto che da parte tibetana l'applicazione dell'accordo fu vista come una ridefinizione del territorio tibetano, perchè qui si sanciva il diritto di Lhasa a governare solo sul Tibet politico, e non su quello etnografico [23].
La seconda concerne il programma cinese delle riforme: la loro attuazione nelle aree tibetane delle province cinesi fomentò una serie di rivolte sanguinose che si espansero anche nel Tibet politico a causa dei rifugiati e dei ribelli, che avranno in seguito a loro volta un ruolo determinante nella preparazione dell'insurrezione del 1959.
All'interno del governo tibetano stesso, vi era chi voleva approfittare della situazione per iniziare un processo di modernizzazione del Tibet (principalmente fra le componenti laiche), e chi invece anche in quel frangente avversava qualsiasi cambiamento, perseverando nell'atteggiamento che aveva portato già al fallimento delle riforme volute dal XIII Dalai Lama.
Il XIV Dalai Lama, intronizzato prematuramente e frettolosamente all'età di sedici anni [24], non seppe prendere posizione contro l'ala nazionalista del suo governo, che creò sin dall'inizio un'atmosfera conflittuale rifiutando ogni apertura, portando così anche alla scarsezza di approvvigionamenti: si pensava che ciò potesse indurre i soldati cinesi a lasciare Lhasa, ma il risultato non fu altro che l'ulteriore esacerbazione degli animi.
L'ala nazionalista trovò inoltre sostegno negli esuli del Tibet etnografico, che iniziarono verso la metà degli anni '50 ad organizzare azioni di guerriglia con il sostegno degli Stati Uniti d'America.
La posizione del Dalai Lama risultava estremamente delicata perché, se da un lato era criticato dai funzionari cinesi per l'apparente accondiscendenza verso i guerriglieri, dall'altro la sua volontà di non esporsi suscitava aspre critiche da parte dei nazionalisti tibetani, dai quali fu perfino tacciato di collaborazionismo [25].
Nel 1957 l'inasprimento del clima politico portò Mao Zedong a dichiarare per iscritto che nel Tibet politico non vi sarebbe stata alcuna riforma per i sei anni successivi, e neppure oltre se la popolazione non fosse stata pronta a recepirle. Il fallimento di questa politica si ebbe nel 1959 quando, dopo un crescendo di episodi di violenza, il 10 marzo di quell'anno scoppiò la rivolta a Lhasa. Neppure l'autorità morale del Dalai Lama fu in grado di fermarla, anzi il governo tibetano stesso non era più considerato affidabile dalla popolazione, organizzatasi in comitati ed assemblee popolari improvvisate guidate da capi-popolo eletti sul momento.
In quell'occasione il Dalai Lama decise di intraprendere la strada della ricerca del sostegno internazionale per la causa dell'indipendenza del Tibet, per cui denunciò l'accordo in diciassette punti (cosa che fece anche la Cina stessa) e fuggì in esilio in India insieme alla sua Corte ed ai suoi funzionari. Il governo tibetano fu dichiarato illegale da parte della Repubblica popolare cinese il 28 marzo 1959, ma contemporaneamente il Dalai Lama formava un governo provvisorio presso il villaggio Lhuntse Dzong, pochi giorni prima di varcare il confine indiano [26].
Intanto gli aiuti promessi dagli Stati Uniti furono insufficienti e tardivi, a Lhasa la rivolta falliva e si instaurava un regime militare.
Questo periodo non ebbe sostanzialmente né vincitori né vinti: il Dalai Lama non seppe unire alla volontà di tutelare le istituzioni tradizionali del Tibet una politica che gli assicurasse sia l'appoggio della dirigenza cinese che dei nazionalisti tibetani; d'altro canto Mao Zedong vide il fallimento della politica gradualistica e di trattamento speciale per la regione a causa dell'indisposizione tibetana ad accettare supinamente le riforme imposte dalla parte cinese.

3.3 La rottura degli accordi (1959-1989)
La sospensione dell'accordo portò il Tibet politico ad essere privato di quel particolare status, unico nella Cina di allora, che gli avrebbe permesso di conservare le proprie istituzioni tradizionali e di derogare sine die le riforme già in atto nelle altre zone della Cina. Fu instaurato un nuovo governo rispondente alla struttura comunista, le proprietà fondiarie furono confiscate, e la quasi totalità dei monasteri (in numero di migliaia) dovettero chiudere, i monaci lavorare o sposarsi.
A partire dal 1959, riguardo al Tibet iniziarono a svilupparsi due ideologie differenti, una sostenuta da Pechino, una dagli esuli. Ognuno forniva ora una lettura della storia, portando svariati argomenti a sostegno di una propria autolegittimazione, che si ritrovano ancora nella retorica dei discorsi attuali.
Da parte cinese si sosteneva che il vecchio sistema feudale e teocratico fosse arretrato e crudele, con la servitù della gleba ancora in vigore; da parte degli esuli si citavano le violazioni dei diritti umani da parte cinese, e si diceva che nel vecchio Tibet non vi fossero più vessazioni che nella Cina stessa, ma che in compenso la popolazione seppur povera materialmente era "felice", in particolar modo grazie alle consolazioni spirituali della religione buddista [27].
I primi anni dell'esilio hanno visto a livello internazionale la prevalenza dell'ideologia portata dagli esuli, anche in seno ad organizzazioni internazionali come l'ONU [28], la quale in una risoluzione del 1961 si dice «gravemente preoccupata per il persistere di deplorevoli eventi nel Tibet, quali la negazione dei diritti umani e la soppressione della vita culturale e religiosa di cui il popolo tibetano ha tradizionalmente goduto» ed esprime «Profonda ansietà sulle sofferenze che tali eventi infliggono al popolo tibetano» [29], ribadendo i medesimi concetti anche in un documento successivo [30].
Nel 1959 un rapporto della Commissione internazionale dei giuristi affermò che il Tibet era «praticamente un paese indipendente ed aveva goduto di un ampio grado di sovranità» [31].
Nel 1960 il segretario di stato degli Stati Uniti faceva presagire un cambiamento della politica del suo paese verso il Tibet quando scriveva al Dalai Lama che «il popolo americano ha anche tradizionalmente sostenuto il principio di autodeterminazione. Il governo degli Stati Uniti crede che questo principio debba applicarsi al popolo del Tibet e che esso dovrebbe avere l'ultima parola riguardo al proprio destino politico» [32].
Tuttavia il governo esule rimaneva propenso a ricercare l'indipendenza del Tibet, cosa che né gli Stati Uniti né l'India di Nehru erano disposti a sostenere: un documento statunitense del 1959 riporta: «condividiamo con i tibetani l'obiettivo di tenere viva la loro causa nella coscienza del mondo e mantenere nel Dalai Lama il portavoce del popolo tibetano. Tuttavia crediamo che il riconoscimento americano di un governo indipendente del Dalai Lama non sarebbe di alcun vantaggio» [33].
La posizione degli esuli si incrinò notevolmente a partire dalla fine degli anni '60, con l'apertura da parte degli Stati Uniti alla Cina popolare da parte del presidente Nixon: nel 1971 il segretario di stato americano Henry Kissinger visitò segretamente la Cina, che pochi mesi dopo venne ammessa all'ONU occupando il posto di Taiwan. Nel 1972 seguì la visita dello stesso presidente degli Stati Uniti.
Intanto, già nel corso degli anni '60, iniziò a farsi sentire il fenomeno dei profughi, stimati in numero di centomila [34], che in particolare a causa delle carestie e dell'imposizione delle riforme socialiste, cercarono rifugio negli stati confinanti: in prevalenza India, Nepal e Bhutan. Il flusso sempre crescente di coloro che attraversavano la frontiera iniziò a preoccupare il governo indiano, che trovò un accordo con l'amministrazione degli esuli riguardo allo stanziamento ed alla possibilità di un lavoro.
Furono allestiti numerosi campi profughi sia alle pendici dell'Himalaya (perlopiù centri di prima accoglienza) che nell'India meridionale (come stanziamenti permanenti). Il governo indiano tese comunque ad evitare un raggruppamento territoriale dei profughi, favorendone invece il frazionamento, con l'istituzione di piccoli campi profughi sparsi per tutto il territorio dell'Unione. I lavori che vennero loro offerti furono tra i più duri, quali la costruzione di strade nell'Himalaya e la bonifica di terreni improduttivi nel clima torrido dell'India meridionale, cui i tibetani non erano abituati [35].
I rapporti tra l'India di Jawaharlal Nehru e la Cina di Mao Zedong, che erano stati cordiali durante gli anni precedenti, iniziarono ad incrinarsi. Già nel 1950 Nehru aveva dichiarato in Parlamento che la cosiddetta «linea McMahon [rappresentava] il confine tra il Tibet e l'India fissato dalla convenzione di Simla nel 1914» [36] (corsivo dell'autore: in realtà la conferenza si tenne nel 1913, ma nel 1914 si erano tenuti gli incontri fra McMahon ed il rappresentante tibetano alla conferenza stessa, quando quest'ultimo accettò il confine proposto dal governo britannico). Tre mesi dopo la dichiarazione, l'India occupò il territorio corrispondente a gran parte dell'attuale stato dell'Arunachal Pradesh ed il vecchio governo tibetano, formalmente ancora in carica, protestò con veemenza. In ogni modo l'India procedette a stabilizzare i confini sull'Himalaya portando sotto la sua sfera d'influenza (quando non addirittura di sovranità) alcuni stati autonomi rivendicati storicamente, come il Sikkim ed il Bhutan. Anche la Cina, come già visto, stava attuando un processo similare sull'altro versante della catena montuosa, e quindi preferì non interferire nella vicenda.
In questo contesto, l'unico stato himalayano a restare neutrale fu il Nepal, che però in quegli anni era in preda ad una bufera politica interna: il re Tribhuvan ritornò dall'esilio indiano nel gennaio del 1951 dopo le dimissioni nel medesimo anno dell'ultimo primo ministro [37] di una dinastia ereditaria che teneva le redini del paese dal 1846. Nel 1955 Tribhuvan morì, e la corona passò al figlio Mahendra, di simpatie filocinesi. Egli indisse le prime elezioni della storia del paese, tenutesi nel 1959. La vittoria andò al partito del Congresso nepalese, di tendenze filo-indiane ed il neo Primo ministro Bishweshwar Prasad Koirala, dopo soli tre anni di governo fu arrestato ed imprigionato. Dopo il colpo di stato, il re dichiarò la messa al bando dei partiti politici e decise di instaurare l'antico sistema indiano apartitico dei panchayat [38]; questo sistema rappresentativo dalla struttura piramidale rimase in vigore fino al 1991. In generale il debole governo nepalese rispecchiava la politica del suo sovrano quasi assoluto, che cercava di trarre all'occasione il massimo vantaggio sia dalla Cina che dall'India in termini di investimenti (la maggior parte delle attuali strade carrozzabili nepalesi sono state costruite da ingegneri cinesi e indiani) e in termini commerciali (l'unica strada percorribile tra l'India, il Tibet e la Cina è sempre stata, almeno fino a poco tempo fa, quella che passava attraverso il Nepal via Kathmandu-Kodari). I profughi tibetani però, spesso privi di documenti, preferivano superare i passi di montagna più impervi per eludere la sorveglianza della polizia nepalese, che risultava assai sollecita a riportare i clandestini nelle mani delle autorità cinesi.
Nel frattempo l'attrito tra Cina ed India portò da parte di quest'ultima all'occupazione del territorio noto come Aksai Chin, attraversato dalla strada che collegava il Tibet al Sinkiang, nonché ad un'altra questione, riguardante la zona dei rilievi ad oriente del Bhutan: spesso sull'Himalaya la linea delle creste della catena montuosa non corrisponde alla linea dello spartiacque, pertanto in alcune zone ci si trova già a nord dell'Himalaya, ma si è ancora nel bacino idrografico del Gange e non, come dovrebbe teoricamente risultare, del Brahmaputra. L'India, nel rivendicare il confine sullo spartiacque, spinse le proprie truppe al di là della linea McMahon, causando così la reazione cinese e l'inizio della guerra sino-indiana (1962).
In questo contesto gli esuli, rimando ad osservare le mosse dei contendenti, non poterono che giungere ad una conclusione, ovvero che sarebbe stata necessaria un'organizzazione per conservare una pretesa di legittimazione come entità politica, anche se virtuale. Per questo si decise la creazione di un'«Amministrazione centrale tibetana» o «Governo tibetano in esilio», che oltre a mantenere le relazioni con il governo indiano e con l'estero, avrebbe avuto le funzioni di supportare gli esuli in arrivo dal Tibet, amministrare i campi profughi e gli insediamenti permanenti, preservare la cultura tibetana e promuovere l'istruzione tradizionale dei profughi.
Il 29 aprile 1959 il Governo tibetano in esilio si è insediato nella località indiana di Masūrī (Mussoorie), mentre il trasferimento definitivo a Dharamaśālā [39], ove opera tutt'oggi, è avvenuto nel maggio del 1960. Come si può notare dalla collocazione geografica di detti luoghi, il governo indiano pur permettendo l'esistenza di istituzioni gestite dagli esuli, allo stesso tempo le allontanò dai centri di potere, confinandole in piccole località site sui primi contrafforti dell'Himalaya, che a loro tempo avevano costituito il ritiro estivo degli ufficiali britannici di stanza in India.
Il Dalai Lama, che non ebbe possibilità di agire sul suo governo quando era ancora in Tibet, decise di intraprendere un'azione di «democratizzazione» del governo esule, basandosi sul principio della separazione dei poteri. A partire dal 1960 si ebbero le riforme che portarono all'istituzione degli organi «democratici» tuttora esistenti, spesso mutuati dalla compagine del vecchio governo tibetano:

Molti fra i profughi, una volta giunti in India, si recarono (e si recano tuttora) a Dharamsala per chiedere un aiuto immediato, portando nel frattempo la loro testimonianza sulle loro vicissitudini; dalle loro parole si poteva dedurre che in territorio tibetano vi fosse realmente una violazione delle libertà fondamentali e dei diritti umani, in particolare riguardo alla libertà di espressione. La testimonianza di Palden Gyatso [40], un monaco buddista perseguitato, risulta eloquente:
«Tutti noi, valligiani, prigionieri, unità di lavoro, eravamo strettamente sorvegliati dai membri del partito e chi non assisteva ai thamzing [41] con il dovuto entusiasmo era sicuro di ricevere la visita di un funzionario cinese, il giorno stesso o il giorno dopo. Questi, con espressione di profondo rincrescimento, diceva di aver osservato come l'incauto non avesse mostrato nam gyur yag po, una faccia amabile. Questo significava che era un uomo marchiato.» [42].
In generale l'amministrazione esule non potette fare alcunché riguardo alle condizioni di vita dei tibetani nel Tibet, cui le riforme cinesi minarono seriamente la struttura sociale tradizionale, cosa che secondo l'ideologia da essi portata rappresentava invece un fattore di progresso.
Il primo settembre 1965 nacque ufficialmente la Regione Autonoma del Tibet [43], nota internazionalmente con l'acronimo di TAR (Tibet Autonomous Region). In concordanza con gli articoli 111 e 112 della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese e seguendo l'esempio dell'Unione Sovietica, il governatore doveva essere di etnia tibetana, controllato dal locale segretario del Partito Comunista Cinese, generalmente un cinese di etnia Han.

Figura 3: La regione autonoma del Tibet, istituita nel 1965 all'interno della Repubblica popolare cinese.
Figura 3: La regione autonoma del Tibet, istituita nel 1965 all'interno della Repubblica popolare cinese.

Con la progressiva regolarizzazione dei rapporti diplomatici delle potenze mondiali con la Repubblica popolare cinese e la conseguente «distensione», la causa del Tibet perse progressivamente importanza agli occhi della comunità internazionale. A partire dagli anni settanta fu definitivamente sancito che la questione tibetana costituiva una problematica «interna» alla Cina. Anche gli Stati Uniti decisero l'abbandono del programma di finanziamento ed addestramento dei guerriglieri tibetani che avevano il loro quartier generale nel Mustang, un regno autonomo nell'alta valle del Kali Gandaki (Nepal), dal quale partivano per compiere incursioni oltre confine.
In Cina nel 1976 morirono sia Zhou Enlai che Mao Zedong. Ad ottobre venne arrestata la «banda dei quattro» [44] mediante un'azione di polizia. Nell'aprile era stato designato Hua Guofeng come primo ministro, un funzionario che si schierò con l'ala radicale estromettendo il "moderato" Deng Xiaoping, la cui linea trionfò invece negli anni seguenti; fu questo il momento in cui Pechino riconobbe il governo esule come interlocutore sulla questione tibetana. Nel 1978 si ebbe un colloquio tra i rappresentanti del governo cinese ed il fratello del Dalai Lama ad Hong Kong. Quest'ultimo, poco tempo dopo, fu chiamato a Pechino dallo stesso Deng Xiaoping, il quale lo informò che, eccetto le rivendicazioni di indipendenza, si sarebbe potuto discutere di tutte le problematiche riguardanti il Tibet per tentare di risolverle. Fu anche proposto agli esuli l'invio di una delegazione esplorativa nella regione autonoma per osservarne le reali condizioni; con questo si sperava che essi rimanessero impressionati dal progresso economico, e che nel tornare a Dharamsala riferissero della bontà dell'amministrazione cinese. Gli inviati riportarono invece delle impressioni fortemente negative: bassa qualità di vita, scarso sviluppo economico e cultura tradizionale pressoché distrutta; in compenso furono oggetto da parte della popolazione di manifestazioni di affetto e simpatia, cosa che non era stata neppure prevista dalle forze di sicurezza [45].
Il governo centrale cinese decise di tentare di placare il malcontento con una serie di politiche mirate al miglioramento delle condizioni economiche ed al parziale ripristino della libertà religiosa.
Nel 1980 furono espresse queste parole nel corso di una conferenza sul lavoro in Tibet: «Ci siamo stabiliti in Tibet da trent'anni. Adesso la situazione internazionale è assai complessa. Se non approfittiamo di questo momento per migliorare subito i rapporti tra le [due] nazionalità commettiamo un grave errore. Tutti i membri del partito devono riconoscere l'importanza della questione e raggiungere un'opinione unanime» [46].
Nello stesso anno Hu Yaobang, segretario del partito comunista cinese e Wan Li, vice primo ministro, effettuarono un viaggio in Tibet; era la prima volta per delle cariche cinesi di così alto grado. Essi trovarono la situazione assai peggiore rispetto alle loro aspettative; si rese necessario stilare una lista di sei punti per un programma di sviluppo di stampo più «liberale» di quello che era stato seguito fino ad allora. Fra le aperture degne di nota si riportano [47]:
Al punto 1 una ripresa di alcune concessioni che riecheggiavano alcune di quelle sancite a suo tempo nell'accordo in diciassette punti: «Tutto ciò che non sia adatto alle condizioni del Tibet deve essere rifiutato o modificato [...]» inoltre «La Regione autonoma deve esercitare pienamente il suo diritto di decidere per sé sotto il comando unificato del Comitato centrale del Partito, e deve stabilire leggi, norme e regolamenti secondo le sue speciali caratteristiche, per proteggere il diritto di autonomia nazionale e i suoi particolari interessi nazionali» [48].
Al punto 2 una constatazione dello stato di fatto in cui versava il Tibet: «In confronto ad altre province e regioni autonome del paese, è evidente che la qualità di vita in Tibet è rimasta molto indietro. Questo significa che il peso sulle masse va alleggerito di molto [...]. Tutti i generi di esazioni vanno aboliti.» [49].
Al punto 5 si profilò un'apertura nel campo della preservazione della cultura dell'educazione tradizionale: «Purché venga fatto rispettare l'orientamento socialista, grossi sforzi devono essere intrapresi per far rivivere la cultura, l'educazione e la scienza tibetane e per svilupparle» inoltre si riconobbero i seri danni causati alla tradizione religiosa autoctona «Alcune reliquie e testi sacri buddisti nei templi sono stati danneggiati, e occorre uno sforzo scrupoloso per proteggerli, riordinarli e studiarli» e si stabilì che «i quadri di nazionalità Han che lavorano in Tibet devono imparare la lingua tibetana parlata e scritta» [50].
Venne inoltre concesso per la prima volta ai residenti tibetani della regione autonoma di viaggiare all'estero per visite familiari, e vennero incoraggiati gli esuli a visitare il Tibet.
Anche se in complesso vi furono notevoli aperture, in particolar modo rispetto al precedente periodo della Rivoluzione Culturale [51], segnato dall'intransigenza e dalla prevalenza di una deformazione quasi "espressionistica" della stessa ideologia socialista, al Tibet non era comunque concessa alcuna forma sostanziale di autogoverno, essendo il potere in ultima istanza nelle mani del Partito comunista cinese.
Nonostante le parole accomodanti di Deng Xiaoping, la realtà dei fatti dimostrava che i temi di dialogo tra Pechino e l'amministrazione esule erano in realtà piuttosto scarsi. Il Dalai Lama rispose a quest'ultimo: «Le tre delegazioni d'inchiesta hanno potuto constatare sia gli aspetti negativi che quelli positivi in Tibet. Se l'identità del popolo tibetano è mantenuta e loro sono felici, non c'è motivo di lamentarsi. Tuttavia più del novanta per cento dei tibetani stanno soffrendo mentalmente e fisicamente, e vivono in profonda angoscia. Queste tristi condizioni non provengono da calamità naturali ma da azioni umane. Quindi, devono essere fatti sforzi autentici per risolvere il problema in modo ragionevole in accordo alla realtà esistente. Perché ciò accada, dobbiamo migliorare i rapporti fra la Cina ed il Tibet [52] così come fra i tibetani dentro e fuori dal Tibet» [53].
Nonostante le permanenti differenze di pensiero, la volontà di riconciliazione spinse il fratello del Dalai Lama ad incontrarsi con Hu Yaobang, il quale stilò una lista di cinque punti su cui, secondo Pechino, si sarebbe dovuto fondare tale processo, in particolare [54]:
Punto 2: «Il Dalai Lama e i suoi delegati dovrebbero essere sinceri e onesti con il governo centrale, non menare il can per l'aia [sic!]. Non sono autorizzate altre discussioni sugli avvenimenti del 1959».
Punto 4: «Il Dalai Lama godrà dello stesso status politico e delle stesse condizioni di vita del 1959. È meglio che non vada a vivere in Tibet o detenga una carica là [...]»
Qui per «stesso status politico del 1959» si intende la carica di «vicepresidente del Comitato centrale del Partito comunista cinese»; e risulta perlomeno curiosa l'assonanza con la carica tradizionale di «leale e sottomesso vicereggente» assegnata a suo tempo dal governo imperiale Qing ai predecessori dell'attuale Dalai Lama.
Nel 1982 giunse a Pechino una delegazione per avviare i negoziati, che si protrassero per alcuni mesi. Da una parte i cinque punti di Hu Yaobang erano risultati per il Dalai Lama deludenti ed inaccettabili, e si pensava che avrebbero portato inevitabilmente ad un compromesso al ribasso. Ciò avveniva invece nel momento in cui l'amministrazione esule era propensa a portare avanti una campagna di sensibilizzazione «nazionalista» che non guardava solo al Tibet politico, ma al «Grande Tibet», comprendente la zona etnolinguistica tibetana all'interno della Repubblica popolare cinese. D'altra parte, se il Dalai Lama avesse manifestato delle aperture verso la Cina su questi punti, si sarebbe irrimediabilmente persa la coesione sociale della comunità in esilio.
I colloqui, anche se costituirono di per sé un punto di svolta nelle relazioni, si conclusero con un sostanziale fallimento; il governo cinese fu deluso dai discorsi generici ed elusivi della delegazione esule [55], che in sostanza si limitò a dichiarare, peraltro incidentalmente, che se si intendeva offrire a Taiwan la formula di «un paese, due sistemi», il Tibet doveva ottenere di più. Venne inoltre rifiutata a priori qualsiasi forma di supremazia politica del partito comunista cinese.
Nonostante alcune deboli aperture dunque, sia Pechino che Dharamsala rimanevano ferme sui punti fondamentali delle rispettive rivendicazioni; anzi da parte degli esuli si oltrepassò l'argomentazione della violazione dei diritti umani, per passare a quella di genocidio [56]. Se la prima sembrò essere oggettivamente suffragata da prove, la seconda risultò invece eccessiva [57].
Nel 1984 vi furono dei nuovi colloqui nei quali la delegazione tibetana rifiutò il piano in cinque punti ed avanzò ufficialmente la propria proposta: la creazione di un «Grande Tibet» [58] autonomo e smilitarizzato.
Il declino delle proposte da entrambe le parti spinse Pechino ad intraprendere autonomamente il piano di modernizzazione ed industrializzazione della regione, cercando nel frattempo di concedere al Tibet quel grado di libertà che era stato promesso da Hu Yaobang.
Tra il 1986 ed il 1987 Dharamsala si fece portatrice di una nuova strategia di sensibilizzazione internazionale alla causa tibetana; il Dalai Lama ora nei suoi viaggi emergeva presso l'opinione pubblica non solo più come capo religioso, ma anche politico.
Fra gli obiettivi primari di questa campagna vi furono gli Stati Uniti d'America, che già negli anni '50 avevano sostenuto i nazionalisti ed i guerriglieri tibetani. Non è dunque un caso che in questo paese il Dalai Lama pronunciò, nel 1987, il suo primo discorso politico a livello internazionale; in questa occasione sostenne che: «malgrado i tibetani abbiano perso la libertà, per la legge internazionale il Tibet oggi è ancora un paese libero, occupato illegalmente». Inoltre avanzò una sua proposta in cinque punti per il Tibet:

  1. Trasformazione di tutta l'area tibetana (Grande Tibet) in un'«area di pace», ovvero smilitarizzata.
  2. Interruzione del trasferimento della popolazione, che avrebbe minacciato l'esistenza del popolo tibetano.
  3. Rispetto dei diritti umani del popolo tibetano.
  4. Protezione dell'ambiente naturale del Tibet.
  5. Incoraggiamento di ulteriori colloqui con la Cina.

Appena tre settimane più tardi, il Congresso degli Stati Uniti approvava il Foreign relations Authorization Act [59], comprendente un emendamento che recava [60]:

  1. Gli Stati Uniti devono esprimere solidarietà verso i tibetani che hanno sofferto e sono morti come risultato delle lotte, delle persecuzione e della carestia negli ultimi quarant'anni.
  2. Il modo in cui il popolo tibetano viene trattato dev'essere un fattore importante nella gestione dei rapporti con la Repubblica popolare cinese da parte degli Stati Uniti.
  3. Il governo della Repubblica popolare cinese deve rispettare i diritti umani internazionalmente riconosciuti e cessare la violazione dei diritti umani in Tibet.
  4. È compito degli Stati Uniti esortare il governo della Repubblica popolare cinese a contraccambiare attivamente gli sforzi del Dalai Lama per stabilire un dialogo costruttivo sul futuro del Tibet.
  5. Gli Stati uniti devono esortare la Repubblica popolare cinese a rilasciare tutti in prigionieri politici in Tibet.

A Lhasa si venne a conoscenza di queste nuove prospettive, e dell'interesse statunitense verso la causa del Tibet. Alcuni monaci del monastero di Drepung, poco fuori dall'abitato, si diressero verso il centro cittadino e, giunti presso il tempio del Jokhang iniziarono una dimostrazione girandovi attorno lungo il circuito del Barkhor, la strada ove si teneva abitualmente il mercato. La polizia inizialmente non intervenne, ma quando essi si diressero verso la sede del governo tibetano, vennero arrestati. Pochi giorni dopo il copione si ripeté, ma dopo l'arresto dei monaci intervenne anche la folla chiedendone il rilascio; le forze dell'ordine caricarono ed aprirono il fuoco, ed in poco tempo i disordini si trasformarono in aperta rivolta. Questa fu sedata con la forza militare, e l'intervento doveva, secondo Pechino, essere effettuato in modo rapido perché tali fatti non attirassero eccessivamente l'opinione pubblica internazionale, avallando così le tesi dei nazionalisti tibetani sul malgoverno cinese e sul mancato rispetto dei diritti umani.
All'interno della compagine governativa cinese si andava affermando la convinzione che in Tibet fosse stata condotta una politica troppo conciliante, e lo scoppio di una rivolta di tali dimensioni ne sarebbe stata la prova. Superficialmente si continuava però a promuovere ancora il dialogo.
Nel febbraio del 1988 si tenne come di consueto a Lhasa la festa del capodanno tibetano (Mönlam), cui erano soliti intervenire migliaia di pellegrini. La situazione minacciava di essere esplosiva e, nonostante i consigli di alcuni lama anziani di tenere le cerimonie nei monasteri evitando le manifestazioni pubbliche, l'amministrazione cinese volle in ogni modo che le celebrazioni si tenessero ugualmente in pubblico [61]. Ciò che si paventava invece accadde: il 5 marzo 1988 scoppiò, durante una processione, la seconda rivolta nell'arco di pochi mesi; questo non contribuì che ad esacerbare gli animi da entrambe le parti: la maggior parte dei funzionari cinesi si schierò dalla parte degli intransigenti, mentre gran parte della popolazione tibetana si assestò su posizioni nazionaliste.
Nell'ottica di queste agitazioni bisogna anche considerare che nella seconda metà degli anni '80 cominciò a emergere una politica cinese relativa all'immigrazione degli Han sull'altopiano. Il Tibet fu considerato una meta ideale per l'immigrazione di massa e ai cinesi disposti a trasferirsi vennero offerti incentivi economici e prestiti senza interesse. Soltanto nel 1984, più di 100.000 cinesi Han usufruirono degli incentivi per stabilirsi in Tibet.
Altro fattore era costituito dalla carenza di libertà religiosa; non tanto per quanto riguarda il culto in sé, quanto soprattutto per la limitata autonomia dei monasteri, cui era imposto un numero massimo di monaci. Ciò avveniva perché i monasteri costituivano il principale baluardo dei nazionalisti tibetani, e l'esperienza aveva provato che la maggior parte delle rivolte era partita da lì; inoltre da parte della popolazione stessa queste limitazioni verso il clero erano malviste e facevano dimenticare le aperture che erano già state effettuate dal governo cinese in questo campo.
Le rivolte non furono dunque espressione della precarietà delle condizioni di vita materiale, che erano sostanzialmente migliorate lungo il corso degli anni '80 [62], ma di un risentimento di tipo «etnico» che vedeva il connubio di Tibet e tibetani come una nazione in senso moderno, però governata e sottomessa da usurpatori considerati «stranieri», ovvero gli Han, non appartenenti all'etnia tibetana.

Figura 4: L'area del «Grande Tibet» secondo l'amministrazione esule.
Figura 4: L'area del «Grande Tibet» secondo l'amministrazione esule.

Preoccupata dall'avvicinamento del Dalai Lama agli Stati Uniti, la Cina affermò che il capo degli esuli avrebbe potuto vivere in Tibet (e non a Pechino come precedentemente espresso), a patto che rinunciasse a qualsiasi pretesa d'indipendenza.
La risposta a questa proposta fu presentata dal Dalai Lama stesso nel 1988 al Parlamento europeo in un discorso nel quale per la prima volta si pronunciò sulle condizioni per un suo eventuale ritorno in Tibet:
«L'intero territorio del Tibet conosciuto come Cholks-Sun (comprendente Ü-Tsang, Kham e Amdo) dovrebbe divenire un'entità politica democratica autogovernantesi, basata sul diritto in virtù del consenso del popolo, per il bene comune e la protezione di se stesso e del suo ambiente, in associazione con la Repubblica Popolare Cinese.
Il Governo della Repubblica Popolare dovrebbe rimanere responsabile della politica estera tibetana. Il Governo del Tibet potrebbe tuttavia stabilire e mantenere relazioni internazionali per quanto concerne la Religione, il Commercio, L'Educazione, la Cultura, il Turismo, la Scienza, lo Sport e altre attività non politiche, attraverso un suo Ufficio per gli Affari Esteri. Il Tibet dovrebbe unirsi alle organizzazioni internazionali che si occupano di tali attività» [63].
La novità più rilevante in senso politico di questo discorso è costituita dall'esplicita rinuncia alle pretese d'indipendenza da parte del Dalai Lama, insieme alla richiesta della concessione di un'autonomia totale un'area definita come «U-Tsang, Kham e Amdo».
Le rivendicazioni territoriali ricalcano sostanzialmente quelle dei colloqui del 1984, anche se in questa posizione è implicita anche la rinuncia alla visione del territorio tibetano come «Tibet culturale» nella sua interezza dal momento che le regioni citate non comprendono alcuna zona popolata da minoranze tibetane negli stati confinanti con la Repubblica popolare cinese. D'altronde questa precisazione risultò finalizzata da una parte al mantenimento di rapporti cordiali con il governo indiano (ospitante gli esuli), e dall'altra alla creazione di una maggiore base di consenso e legittimazione presso le diplomazie internazionali.
Di fronte a questa dichiarazione il governo cinese si trovò in forte imbarazzo perché, se da un lato non aveva intenzione di discutere sui contenuti della proposta, aveva già dichiarato che si sarebbe potuto trattare di qualsiasi questione che esulasse dalla questione dell'indipendenza. Alla fine prevalse la corrente dell'intransigenza, e si bollò l'intervento del Dalai Lama come una richiesta d'indipendenza di fatto.
Nel Gennaio del 1989 morì il X Panchen Lama [64], e la Cina approfittò dell'occasione per invitare il Dalai Lama a Pechino per una cerimonia di commemorazione, fatto che avrebbe peraltro consentito l'apertura di un dialogo sul problema del Tibet. Il governo esule però non volle esporsi e, nel timore che i colloqui personali con il Dalai Lama si sarebbero risolti con un compromesso al ribasso, fece sfumare l'occasione e dichiarò che avevano già provveduto loro stessi a commemorare il defunto.
Nello stesso anno si ebbero in Cina i moti di piazza Tienanmen e l'assegnazione al Dalai Lama del premio Nobel per la pace. Se il primo fatto non interessò eccessivamente i tibetani, che consideravano quei fatti come «interni» alla Cina, il secondo incoraggiò gli esuli a proseguire nell'opera di sensibilizzazione politica degli stranieri verso la loro causa.

3.4 Situazione attuale
Negli anni successivi al 1989 si delinearono le posizioni che sono tuttora (2007) sostenute dalle parti.
Pechino si persuase a non ritenere più il Dalai Lama un interlocutore affidabile e non ricercò più un dialogo con gli esuli, procedendo unilateralmente alla stabilizzazione dell'area mediante l'applicazione della legge marziale ed il soffocamento sul nascere dei focolai di rivolta.
Per contro si volle anche stimolare l'accrescimento del benessere e della qualità della vita mediante degli investimenti per incoraggiare la produttività e la realizzazione di infrastrutture quali strade, aeroporti ed addirittura, qualche anno più tardi, l'apertura della prima ferrovia in Tibet [65].
Dal punto di vista delle relazioni internazionali invece, uno degli stati maggiormente coinvolti nella questione tibetana , oltre l'India, è il Nepal. Nella gestione del problema tibetano il governo nepalese ha sempre condotto una politica ambigua, che si può spiegare solo con la varietà di interessi in gioco essendo un debole stato-cuscinetto schiacciato tra due superpotenze (un tempo regionali, adesso globali), e con l'interesse a non scontentare alcuno dei suoi vicini ma al tempo stesso a non turbare l'ordine interno. Venne così a crearsi un equilibrio nel quale si alternarono, nei momenti in cui la pressione diplomatica cinese si fece più forte, gli episodi di autoritarismo e le azioni di polizia contro gli stanziamenti tibetani; per contro si lasciò che si creassero delle forti comunità tibetane, attualmente fiorenti in particolar modo nei quartieri di Bodnath a Kathmandu e di Jawalakel a Lalitpur. Non è inoltre da trascurare il fatto che il Nepal fosse fino al 2006 uno stato confessionale di religione induista [66], e che da parte della classe dirigente e della casta brahmanica mal si tollerasse la presenza di forti nuclei di religione buddista. Anche se a partire dalla promulgazione della Costituzione nel 1990 sono stati garantiti alla popolazione ed alle minoranze alcuni diritti civili [67], tuttora le forze di esercito e polizia sono sospettate di intervenire arbitrariamente nell'arresto di esponenti tibetani non graditi alla Repubblica Popolare Cinese.
Riguardo al Dalai Lama ed il suo governo esule, seppure con il sostegno dell'opinione pubblica internazionale, essi furono marginalizzati ed esclusi dal dialogo con il governo cinese, e dovettero rassegnarsi ad osservare passivamente ciò che accadeva sull'altopiano.
Nel 1994, la terza conferenza nazionale sul lavoro stabilì che il Tibet dovesse incrementare rapidamente il suo sviluppo economico, e stilò un piano di crescita che prevedeva ritmi non inferiori al 10% annuo insieme al raddoppio del prodotto interno lordo della regione autonoma entro sei anni.
Questi provvedimenti, se da un lato hanno portato ad un benessere prima difficilmente riscontrato, dall'altro hanno accentuato la dipendenza economica da Pechino. Radio Cina internazionale si è spinta ad affermare che «su dieci yuan che affluiscono in Tibet, nove provengono dal governo centrale» [68]. Anche se questi dati non sono suffragati da fonti e sono presentati con un intento perlopiù propagandistico, hanno la loro rilevanza perché dimostrano che ormai il Tibet non può più fare a meno della Cina: non in senso culturale, né in senso politico, ma perlomeno per ragioni squisitamente economiche.
Le ragioni dello sviluppo hanno portato anche ad un ulteriore incoraggiamento della politica d'immigrazione degli Han, in particolare di quelli in possesso di conoscenze tecniche specifiche per l'impianto di attività produttive, e ciò costituisce un perenne motivo d'attrito con i tibetani, i quali ritengono che questa politica sia invece atta ad emarginare socialmente la componente etnica tibetana all'interno del suo stesso territorio. Anche il sistema educativo non è ritenuto valido perché si dice che favorisca un'istruzione improntata sui modelli cinesi, a partire dalla lingua (il tibetano è poco insegnato e non ha carattere di ufficialità).
Attualmente in Tibet si è persa quella politica di sensibilità «etnica» a vantaggio soprattutto del processo di modernizzazione della regione, che è posto come obiettivo politico primario anche a costo della perdita dell'identità culturale locale.
La Cina ha dunque voluto scommettere sul Tibet puntando sul fattore specifico dello sviluppo, tralasciandone altri come quello dell'identità tibetana. Tale scelta risulta assai rischiosa perché in Tibet la coesione sociale tra le etnie gode di salute già precaria, e una strategia di sola crescita economica non sortirebbe che l'effetto di contribuire al benessere non tanto dei tibetani (mediamente poco istruiti), ma degli Han stessi e della loro forza lavoro maggiormente qualificata, alimentando in tal modo ulteriormente il risentimento etnico che si tradurrebbe inevitabilmente (e si traduce già tuttora) in uno stato di tensione latente [69].
A partire dagli anni '90, il Dalai Lama, figura ormai conosciuta a livello internazionale, non ha potuto che limitarsi ad osservare dall'esterno il processo di modernizzazione elaborato dal governo cinese, essendosi ormai chiusi i canali di comunicazione.
Il governo cinese ha avocato a sé anche la gestione degli affari religiosi in Tibet, mantenendo uno stretto controllo sulla successione dei lama più influenti. Dopo la morte del X Panchen Lama, si è verificata la prima grande frattura tra Pechino e Dharamsala su una questione religiosa, quando il successore designato dal Dalai Lama [70] è stato disconosciuto ed arrestato (non senza un passo falso di quest'ultimo, che ne ha dato precocemente l'annuncio del suo riconoscimento); al suo posto il governo cinese ha insediato un candidato di suo gradimento [71] scelto mediante il sistema dell'Urna d'oro. Si è assistito dunque per la prima volta allo scisma del lignaggio dei Panchen Lama, tuttora non ricomposto per l'irrigidimento delle rispettive posizioni, e per il fatto che dal 1995 non si hanno notizie del candidato riconosciuto da Dharamsala. In quest'ottica si è posto anche il problema di un'eventuale successione del Dalai Lama stesso. Per prevenire le inevitabili lunghe reggenze insite nel sistema tradizionale, è stata addirittura avanzata la proposta della sua elezione entro un consiglio dei lama esuli più anziani ed autorevoli [72].

4. Conclusioni
La forza attuale della Cina dipende anche dal fatto di essere assurta a potenza economica globale, e di essere pienamente inserita nel sistema delle relazioni internazionali d'inizio del XXI secolo. Questa posizione di vantaggio ha anche portato ad un ridimensionamento dell'appoggio internazionale al Dalai Lama verso la causa dello stesso Tibet «autonomo», in particolare a causa del febbrile lavoro della diplomazia di Pechino, alla quale non sfugge occasione per protestare con veemenza quando si prospetta un incontro tra il capo degli esuli ed una carica ufficiale di un paese straniero.
Se la Cina si trova in un'oggettiva situazione di forza, questo non significa che non vi siano validi motivi per tentare degli approcci differenti verso la questione del Tibet, in particolar modo che coinvolgano meno la sfera emotiva e mettano in evidenza i possibili vantaggi della pacificazione della regione.
Per questo fine potrebbe risultare utile cogliere ogni occasione di dialogo possibili, prima fra tutte i giochi olimpici di Pechino 2008, una manifestazione che vorrebbe simboleggiare in sé lo spirito di concordia fra i popoli. La tentazione di boicottare questi eventi potrebbe essere forte da parte dell'ala intransigente tibetana, ed alcune ragioni emotive dettate da fattori come la limitata libertà di espressione dei tibetani residenti in Tibet potrebbero essere anche comprensibili.
Se però il confronto non trovasse il modo di avviarsi, il passato non potrebbe mai essere visto con occhi neutrali, e non si potrebbero pianificare strategie vincenti per il futuro: un futuro che le etnie cinesi dovrebbero affrontare insieme per costruire una Cina federale e, forse, «unita nella diversità».

5. Postfazione
Le precedenti righe, scritte nell'autunno del 2007, lasciavano presagire seppure in una situazione difficile, uno spiraglio di speranza per una convivenza pacifica fondata se non su una comunione d'intenti, perlomeno su fattori utilitaristici. Questo giudizio deve purtroppo essere ribaltato.
Anche la prospettiva delle olimpiadi si è rivelata essere non un'occasione di riappacificazione, ma una finestra mediatica utile per esercitare la propaganda di parte.
Nei giorni successivi al 10 marzo 2008, quarantanovesimo anniversario della rivolta tibetana, sono state inscenate a Lhasa delle dimostrazioni anticinesi, che hanno causato l'immediata repressione da parte dell'esercito, suscitando di conseguenza una rivolta sanguinosa che si è estesa progressivamente (e si sta estendendo tuttora, aprile 2008) alle altre aree della regione autonoma del Tibet ed addirittura all'interno delle province cinesi comprese nel Tibet etnografico.
Il velo della censura è immediatamente calato mediante il filtraggio della Rete e l'espulsione degli stranieri dalla Regione autonoma, seguita dalla chiusura fisica delle sue frontiere. Radio Cina Internazionale parla di tredici morti, vittime di «violenze» e «saccheggi» perpetrati da «teppisti» comandati dalla «cricca del Dalai Lama», un vocabolario rimasto pressoché immutato dagli anni '50. Ciò nonostante, ufficiosamente si parla di più di un centinaio di morti sul campo, e gli sviluppi sembrano tutt'altro che rosei.
L'opinione pubblica internazionale ha immediatamente condannato questi fatti, e molte istituzioni non hanno esitato ad impugnare la vicenda per prendere in contropiede la Cina, già in strapotere globale nell'ambito economico, segnando così queste olimpiadi che paiono, ancora prima di iniziare, già parzialmente fallite sul piano dell'immagine pubblica del governo cinese.
Gli avvenimenti sono tuttora in corso, difficile azzardare previsioni. Forse è necessario limitarsi ad analizzare i fatti, e prima che la verità sugli ultimi scontri venga a galla, probabilmente dovrà passare qualche anno.
Aprile 2008



NOTE

  1. L' elaborazione delle immagini è stata effettuata partendo da «Ethnolinguistic Groups from Communist China Map Folio, U.S. Central Intelligence Agency, Directorate of Intelligence, Office of Basic Geographic Intelligence, 1967».
  2. 2.670.000 abitanti al 2002, confinante a nord e a est con la regione autonoma dello Xinjiang e le province di Qinghai, Sichuan e Yunnan; a ovest e a sud con l'India, il Nepal ed il Bhutan.
  3. Viene definito da parte tibetana come le zone di Ü, Tsang, Kham e Amdo, anche se su queste ultime due vi sono dubbi sul fatto che Lhasa esercitasse una reale sovranità, non avendo su di esse il controllo di gran parte del territorio.
  4. Songtsen Gampo ebbe due mogli, che secondo la tradizione indussero il Sovrano alla conversione al buddismo: la principessa Tang Wen Cheng (cinese) e la principessa Thakuri Brikhuti Devi (nepalese). Inoltre ebbe altre numerose mogli tibetane.
  5. Lama è l'equivalente tibetano della parola sanscrita gurū (maestro spirituale).
  6. Lobsang Gyatso, 1617-1682.
  7. Ciò avvenne nel 1720; gli Zungari esercitavano il potere in Tibet ed erano stati incitati all'espansionismo da parte del reggente Sangye Gyatso. I mongoli orientali, da questi sconfitti, ricorsero alla protezione dell'imperatore cinese, che a sua volta sconfisse gli Zungari ed in seguito le sue truppe entrarono a Lhasa.
  8. Questo sistema è stato abbandonato nel 1877 con l'elezione del XIII Dalai Lama, avvenuta con il tradizionale metodo delle premonizioni, dei responsi degli oracoli e dei segni divini. Il potenziale candidato era sottoposto ad una serie di prove atte a ricordare la vita precedente. Se l'esito risultava positivo egli era riconosciuto come reincarnazione del suo predecessore.
  9. Alla spedizione seguì una convenzione, non firmata dagli Amban, che stabiliva per l'Inghilterra il diritto di intrattenere relazioni commerciali con il Tibet, e proibiva ad ogni paese straniero di esercitare un'influenza politica sul Tibet. La convenzione di Pechino del 1906 riaffermava però la sovranità cinese sul Tibet, e dichiarava che «Il governo cinese si impegna [...] a non permettere ad alcuno stato straniero d'intromettersi nel territorio tibetano e a non interferire nell'amministrazione del Tibet».
  10. Un esempio è costituito dall'introduzione della lingua cinese accanto a quella tibetana.
  11. La rivoluzione che portò alla fondazione della Repubblica cinese ebbe inizio con rivolta di Wuchang (1911), durante la quale la maggioranza delle province meridionali della Cina aderirono alla nuova entità statale. La proclamazione della repubblica avvene il primo gennaio 1912, e Sun Yat-sen fu nominato presidente provvisorio dal Consiglio delle province. Pochi mesi dopo, Sun Yat-Sen, per evitare ulteriori conflitti, rinunciò alla presidenza a favore di Yuan Shikai, generale dell'esercito del nord, che aveva nel frattempo fatto dichiarare la caduta dell'ultimo imperatore della Cina, Aisin-Gioro Pu Yi. Alla caduta della monarchia le province periferiche del Tibet e dello Xinjiang si resero autonome. La Mongolia divenne indipendente perché era un territorio della Corona e, alla dissoluzione della dinastia, non sussistevano ormai più legami con la Cina.
  12. M. C. Goldstein, Il dragone e la montagna, Baldini e Castoldi, 1998, p.50
  13. Nella dichiarazione d'apertura da parte tibetana: «Il Tibet è uno Stato indipendente e il Dalai Lama è il suo sovrano in tutte le questioni sia temporali che spirituali [...]» e da parte cinese: «Il Tibet forma una parte integrante del territorio della Repubblica cinese [...]».
  14. M. C. Goldstein, Il dragone e la montagna, Baldini e Castoldi, 1998, p.53
  15. Ladakh, Sikkim, e più generalmente le zone himalayane dell'India.
  16. La posizione britannica è espressa dall'art. 2 Conv. Simla: «The Governments of Great Britain and China recognizing that Tibet is under the suzerainty of China, and recognizing also the autonomy of Outer Tibet, engage to respect the territorial integrity of the country, and to abstain from interference in the administration of Outer Tibet (including the selection and installation of the Dalai Lama), which shall remain in the hands of the Tibetan Government at Lhasa [...]».
  17. Heinrich Harrer però osserva che a quel tempo gli unici stranieri ammessi in Tibet erano quelli degli uffici di rappresentanza (indiano, nepalese e cinese), due radio-operatori e non più di un'altra decina di europei.
  18. L'esercito tibetano, piccolo e male attrezzato, fu sconfitto in due settimane.
  19. Infatti il Dalai Lama sarà in seguito integrato nell'organico governativo cinese come «Vicepresidente del comitato centrale della repubblica popolare cinese».
  20. Nel vecchio Tibet la figura del Panchen Lama era confrontabile con il Dalai Lama solo in termini religiosi: fu il V Dalai Lama ad istituire la serie dei Panchen Lama per onorare il suo maestro spirituale, infatti se il Dalai Lama è manifestazione del bodhisattva Chenresig (sanscr.: Avalokiteśvara), il Panchen Lama è superiore poiché manifestazione del Dhyani Buddha Ö-pa-me (sanscr.: Amitābha). Fra essi vi è sempre stato, tra il maggiore ed il minore d'età, il rapporto maestro-allievo. In termini di potere temporale il Panchen Lama aveva una certa influenza nei dintorni della città di Shigatse, sua residenza nel Tibet occidentale.
  21. La CIA nell'elaborare i suoi piani dimostrò anche scarsa conoscenza della situazione perché riteneva che il Dalai Lama fosse trattenuto a Yatung contro la sua volontà dai funzionari di governo. D'altronde per gli Stati Uniti il Tibet non costituiva un obiettivo strategico, si trattava di un'occasione che si inseriva nel contesto più ampio della guerra fredda.
  22. Di fatto i tibetani non opposero resistenza.
  23. La posizione del governo tibetano rimarrà tale anche nell'esilio fino alla fine degli anni '80.
  24. I Dalai Lama sono normalmente insediati all'età di diciotto anni. Tenzin Gyatso fu intronizzato due anni prima su pressione dei suoi funzionari e della sua Corte. Egli stesso dirà che non si sentiva pronto ad assumere tale responsabilità, e che avrebbe preferito prima terminare gli studi religiosi.
  25. L'atteggiamento ambiguo del XIV Dalai Lama trova espressione nell'episodio in cui gli fu chiesto da parte del generale cinese di stanza in Tibet di sciogliere il suo corpo di guardia personale. Egli rispose che sarebbe stato lieto di farlo, ma che non avrebbe potuto garantire in alcun modo che i suoi uomini non si sarebbero uniti ai guerriglieri.
  26. Il 29 aprile dello stesso anno il Governo tibetano in esilio si è insediato nella località indiana di Masuri. Il trasferimento definitivo a Dharamsala, ove opera tutt'oggi, è avvenuto nel maggio del 1960.
  27. Queste considerazioni ricorrenti sul ruolo benefico del Buddismo nel vecchio Tibet da parte dell'amministrazione esule sono anche da vedersi alla luce del cesaropapismo, ovvero commistione di potere temporale e spirituale più o meno marcata che si ebbe in Tibet nella sua forma moderna a partire dal governo del V Dalai Lama (XVII secolo). Tale commistione perdura tutt'oggi all'interno del governo in esilio perché il Dalai Lama, oltre a detenerne la leadership, risulta anche una delle figure preminenti della più potente scuola buddista tibetana, i Gelug.
  28. Le spese per la consulenza legale furono sostenute dalla CIA.
  29. Risoluzione n. 1723 (XVI sessione), 12 dicembre 1961. In P. Verni, Dalai Lama. Biografia autorizzata, Jaca Book, 1990, p. 258
  30. Risoluzione XX sessione, 1965. In In P. Verni, Dalai Lama. Biografia autorizzata, Jaca Book, 1990, pp. 258-259
  31. M. C. Goldstein, Il dragone e la montagna, Baldini e Castoldi, 1998, p.80
  32. M. C. Goldstein, Il dragone e la montagna, Baldini e Castoldi, 1998, p.81
  33. 14 ottobre 1959. In M. C. Goldstein, Il dragone e la montagna, Baldini e Castoldi, 1998, p.81
  34. Stime da parte dell'amministrazione esule.
  35. Un'altitudine media dell'altopiano tibetano può essere considerata la città di Lhasa, a 3.600 m s.l.m. Poche regioni del Tibet sono situate sotto i 2.500 m, in compenso vi sono numerosi passi di montagna regolarmente carrozzabili che superano i 5.000 m. Il clima tibetano risulta freddo e secco con qualche sporadica precipitazione estiva. L'India invece, escluse le zone himalayane, risulta pianeggiante o collinare, e presenta un clima subtropicale o tropicale a regime monsonico; ciò implica delle estati torride e umide ed un inverno secco. Si stima che questa differenza di clima abbia causato innumerevoli decessi, in particolare fra le fasce più deboli della popolazione.
  36. M. Torri, Storia dell'India, Laterza, 2007, p. 653
  37. Mohan Shamsher Jang Bahdur Rana, che rassegnò le dimissioni il 12 novembre 1951.
  38. «Consigli dei Cinque». Si trattava di un antico sistema indiano di consigli di villaggio.
  39. In seguito sarà indicata come «Dharamsala», versione più nota del nome della località sede del governo tibetano in esilio.
  40. Palden Gyatso (Panam, 1933), è un monaco buddista. Ha subito trentadue anni di carcere per non avere aderito all'ideologia portata dal partito comunista cinese, subendo numerose torture fisiche e psicologiche. È riuscito a fuggire dal Tibet nel 1992.
  41. Al thamzing erano sottoposti gli individui considerati «controrivoluzionari». L'accusato era esposto al pubblico ludibrio, in un crescendo che comprendeva infine le percosse sia a mani nude che con manganelli o pungoli elettrici per bestiame. La testimonianza di Palden Gyatso riporta che numerose persone morirono in carcere a causa delle torture e della scarsità di cibo, ed egli medesimo rischiò la vita in più di un'occasione.
  42. P. Gyatso, Tibet: il fuoco sotto la neve - la voce di un monaco perseguitato, Sperling & Kupfer, 1997, p. 106
  43. La Regione Autonoma del Tibet comprende una città a livello di prefettura, Lhasa, 6 prefetture (Nagqu, Qamdo, Nyinchi, Shannan, Xigazê, Ngar), un distretto (Chegguan, Lhasa), una città a livello di contea (Xigazê) e 71 contee.
  44. La Banda dei Quattro fu un gruppo di quattro politici della Repubblica Popolare Cinese che furono arrestati nel 1976 dopo la morte di Mao Zedong, ed in seguito processati e condannati. Prima dell'arresto non esisteva il termine «Banda dei Quattro» che fu coniato per l'occasione. Accusati di essere membri della banda furono Jiang Qing, vedova di Mao e sua quarta e ultima moglie, e tre suoi associati: Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen. In seguito anche Kang Sheng e Xie Fuzhi furono parimenti accusati di appartenere alla banda, ma non processati in quanto deceduti prima del 1976.
  45. Si era anzi convinti che le folle avrebbero aggredito i delegati perché rappresentanti della vecchia società feudale; per questo alla vigilia del loro arrivo la popolazione fu invitata a non lanciare sassi o sputi contro di essi perché in missione come ospiti del governo cinese.
  46. M. C. Goldstein, Il dragone e la montagna, Baldini e Castoldi, 1998, p.89
  47. M. C. Goldstein, Il dragone e la montagna, Baldini e Castoldi, 1998, pp. 89-91
  48. Ibid.
  49. Ibid.
  50. Ibid.
  51. La rivoluzione culturale (1965-1969) ebbe inizio quando la sinistra del Partito comunista cinese istituì un "gruppo per la rivoluzione culturale", presieduto da Chen Boda e guidato dalla cosiddetta «banda dei quattro», nell'intento di coinvolgere gli studenti delle scuole secondarie, i quali furono invitati a lasciare gli studi per organizzare ovunque delle sedute di indottrinamento politico e di distruzione della "vecchia cultura", culminando in episodi di fanatismo quali la Comune di Shanghai. Il movimento, oltrepassando le intenzioni degli ideatori ebbe l'effetto di minare seriamente le basi dell'organizzazione statale, e per estinguerlo si dovette ricorrere alla forza militare.
  52. L'espressione «fra la Cina ed il Tibet» risulta ambigua perchè il Dalai Lama all'epoca non aveva ancora rinunciato alle rivendicazioni di completa indipendenza.
  53. Lettera del Dalai Lama a Deng Xiaoping del 23 marzo 1981. In M. C. Goldstein, Il dragone e la montagna, Baldini e Castoldi, 1998, p. 93
  54. M. C. Goldstein, Il dragone e la montagna, Baldini e Castoldi, 1998, p. 94
  55. Da parte della delegazione esule si insistette su aspetti prettamente storici della questione, ad esempio il rapporto sacerdote-protettore.
  56. In «violazioni cinesi dei diritti umani in Tibet: 1959-1982», ufficio del Tibet, New York, 1982
  57. Genocidio: distruzione metodica di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Vocabolario Zingarelli 1999.
  58. Pressappoco l'area del Tibet culturale compresa nella Repubblica popolare cinese.
  59. Promulgato il 22 dicembre 1987.
  60. M. C. Goldstein, Il dragone e la montagna, Baldini e Castoldi, 1998, pp. 105-106
  61. La stampa straniera era stata invitata proprio per dimostrare la normalità della vita in Tibet.
  62. Le condizioni economiche di quel periodo migliorarono in tutta la Cina: nei primi anni '80 iniziarono le riforme che portarono al ritorno di una limitata proprietà agricola, alla liberalizzazione di alcuni settori del mercato ed all'istituzione delle "zone economiche speciali", sottratte alla legislazione economica nazionale ed aperte agli investimenti stranieri. Nel 1984 furono abolite le comuni popolari.
  63. P. Verni, Dalai Lama. Biografia autorizzata, Jaca Book, 1990. p. 277
  64. Lobsang Trinley Lhündrub Chökyi Gyaltsen (19 febbraio 1938 - 28 gennaio 1989)
  65. La linea ferroviaria Pechino-Lhasa, nota anche col nome di Ferrovia del Qingzang o Linea del Quinghai-Tibet, è una linea ferroviaria che collega Pechino con Lhasa, attraversando tra l'altro le città di Xining e Golmud. È lunga 1.147 Km e raggiunge un'altitudine di 5.072 m sul livello del mare presso il passo di Tanggula. In tutto la linea serve 44 stazioni e può essere percorsa da otto treni contemporaneamente. La tratta finale della ferrovia è stata inaugurata il primo luglio 2006.
  66. Il Nepal, unico stato confessionale induista al mondo, è ora divenuto laico e secolare con la risoluzione parlamentare del 18 maggio 2006.
  67. Diritti che potevano però essere revocati dal Sovrano ex art. 115 Costituzione del regno del Nepal, 1990
  68. Pagina di commento della trasmissione serale del 20 giugno 2007.
  69. Queste righe erano state scritte nell'autunno 2007. Lo scoppio di una sanguinosa rivolta nella primavera del 2008 non ha fatto che esplicitare in modo drammatico questa nuova ondata di odio etnico.
  70. Gedhun Choekyi Nyima (nato il 25 aprile 1989).
  71. Gyeltshen Norbu (nato il 13 febbraio 1990).
  72. Da un discorso pubblico del Dalai Lama del 7 agosto 2006.

BIBLIOGRAFIA

Risorse mediali

Pubblicato nel 2008