Disponibili i nuovi libri Giappone per caso e L’altro Iran

Maghreb

Diario di viaggio in Marocco

Questo racconto, di cui si riporta l'incipit, sarà progressivamente pubblicato su questa pagina nei prossimi mesi.

10 aprile. Verso sud

giorno itinerario
10 aprile Torino–Tarragona
11 aprile Tarragona–Granada
12 aprile Granada–Chefchaouen
13 aprile Chefchaouen–Fes
14 aprile Fes–Midelt
15 aprile Midelt–Fezna
16 aprile Fezna–Skoura
17 aprile Skoura–Merzouga
18 aprile Merzouga–Taliouine
19 aprile Taliouine–Tafraoute
20 aprile Tafraoute–Essaouira
21 aprile Essaouira–Marrakech
22 aprile Marrakech
23 aprile Marrakech–Bin el-Ouidane
24 aprile Bin el-Ouidane–Azrou
25 aprile Azrou–Mulay Bousselham
26 aprile Mulay Bousselham–Granada
27 aprile Granada
28 aprile Granada–Tarragona
29 aprile Tarragona–Torino
Di buon’ora si parte da casa. L’automobile è ben carica, la colazione è frugale. La giornata odierna, di grande trasferimento, prevede una tratta di oltre 900 km dal Piemonte fino alla Catalogna.
Il cielo è sereno ed il clima è mite. Lasciata alle spalle la Val di Susa ed il traforo del Frejus, si prosegue in Francia lungo la Maurienne per la A43 fino a Montmélian, poi si imbocca la A41 verso Grenoble. Le Alpi ormai digradano in un piacevole paesaggio collinare coltivato a frutteti, fra cui spiccano le piante di noce, specialità della zona. Un’indicazione segnala la presenza della Grande Chartreuse, complesso monastico d’origine medioevale, un tempo assai ricco e potente. Da qui si prosegue in direzione Valence (A49), per poi piegare verso sud sulla Paris-Lyon-Mediterranée (A7). Lungo la valle del Rodano il paesaggio muta ulteriormente: le case isolate ed i paesi di campagna iniziano presentare le classiche tegole marsigliesi, mentre qua è là compaiono i primi uliveti ed i campi di lavanda. La linea dell’orizzonte è dominata dalle torri di raffreddamento delle centrali nucleari, qui numerosissime per via della disponibilità d’acqua fornita dal Rodano. Nei dintorni se ne contano ben quattro (St. Alban, Cruas, Tricastin e Marcoule), di cui l’ultima elencata è in fase di dismissione. Gli impianti si trovano a meno di 200 km dall’Italia: in caso d’incidente il nostro paese potrebbe essere investito dalla nube radioattiva portata dai venti che spirano da nord-ovest. Meglio allontanare questi pensieri e controllare il percorso: siamo quasi ad Orange e fra poco svolteremo verso destra sulla Languedocienne (A9). Questa terra è ricca di storia: si transita oltre Avignone, città dei Papi, e Nîmes, le cui vestigia ricordano i lontani fasti d’epoca romana. A breve distanza, anche se non visibile dall’autostrada, vi è il ponte sul fiume Gard, annoverato fra i massimi esempi d’ingegneria civile d’età augustea. Poco oltre, sosta per il pranzo al sacco presso un’area di servizio. Le autostrade francesi sono generalmente in buone condizioni, con frequenti spazi attrezzati. Nel sud del paese è però necessario porre una maggiore attenzione agli effetti personali, che non vanno lasciati incustoditi nell’auto. Questa tratta è un crocevia tra Francia, Spagna, Italia, est europeo e Nordafrica: nelle piazzuole sono fermi tir ed automobili di tutte le targhe. Dopo Montpellier il paesaggio a tratti s’appiattisce, mostrando una serie di stagni lagunari, assai utilizzati come saline e per la pesca delle anguille. Seguono altri paesi: Béziers, Narbona ed infine Perpignano. Poco manca al confine spagnolo: l’autostrada inizia a salire costantemente fino al passo del Perthus, ove campeggiano due colonne di cemento che segnano il passaggio sull’altro versante. Qui ha inizio l’Autopista del Mediterráneo (AP-7), il lungo nastro d’asfalto costiero di 1300 km che collega La Jonquera ad Algeciras fino all’imbarco per il Marocco. Breve sosta alla prima area di servizio spagnola, ove il carburante è convenientissimo, poi il viaggio riprende. Sulla sinistra si estende la Costa Brava coi suoi piccoli centri: Cadaqés, Empuries, Palafrugell, Palamos. Il pomeriggio è già inoltrato mentre transitiamo accanto a Figueras e Gerona, per poi immetterci sulla tangenziale di Barcellona. Oltrepassata la capitale catalana si prosegue in direzione Tarragona fino all’uscita di Torredembarra. Pochi chilometri ci separano dalla Riera de Gaiá, piccolo paese dov’è prenotato l’alloggiamento per la notte. Improvvisamente, lasciata l’autostrada, ci si ritrova in una strada sterrata di campagna tra ulivi e canneti. Finalmente, dopo qualche difficoltà d’orientamento, si raggiunge l’ingresso della tenuta “La Xaconera d’Ardenya”, un tranquillo agriturismo immerso nella macchia mediterranea. Le stanze, tutte a pianterreno, sono confortevoli seppur fresche: aprile è da poco iniziato e il tepore non s’è ancora fatto strada tra i muri delle case.
Dopo una doccia ristoratrice usciamo per una passeggiata col sole radente, un toccasana dopo otto ore d’automobile. La proprietaria dell’agriturismo alleva alcuni animali fra cui cavalli, galline e persino un pappagallo. Avremmo voluto conoscere il “Valente Ricardo”, un fiero gallo la cui foto campeggiava sul sito internet della Xaconera ma purtroppo, come ci riferisce la proprietaria, «Ricardo ha muerto» da non molto tempo. Cena presso l’agriturismo, poi a letto senza indugio.

11 aprile. Dalla Catalogna all’Andalusia

Sveglia alle sei e mezza. La suggestiva luce dell’alba invita ad uscire per scattare qualche fotografia dell’ambiente naturale circostante, caratterizzato da dolci clivi collinari, in parte coltivati ed in parte ricoperti di pini marittimi. Qualche roccia calcarea spunta qua e là dal terreno, con cespugli spinosi, tamerici ed agavi che vi crescono nel mezzo. Dopo una veloce colazione si parte per affrontare gli 800 km odierni. Superata Tarragona, dopo un centinaio di chilometri si attraversa il ponte sull’Ebro, il cui delta è tutelato da un apposito parco naturale, zona di protezione speciale europea per via dell’ecosistema acquatico di grande pregio naturalistico: qui transitano molte specie di uccelli migratori, che si sommano alla già nutrita avifauna stanziale. Dalla Catalogna alla regione di Valencia il paesaggio si ripete in modo abbastanza monotono, con pianure e colline coltivate. Spesso il mare fa la propria apparizione sulla sinistra, per poi tornare ad eclissarsi dietro qualche promontorio. Sosta per il pranzo presso un’assolata area di servizio. Da Elche si svolta a destra in direzione Murcia, lasciando il mare alle spalle, procedendo attraverso un panorama piuttosto brullo e desolato. A metà pomeriggio altra sosta: si esce ad un casello per raggiungere un’area di servizio, che in realtà si rivela poco più di un bar ai lati della strada, frequentato da camionisti e gente del luogo. Appena il tempo di sorseggiare un succo d’arancia e già si riparte: i rilievi montuosi delle Sierre di Espuña, María-Los Vélez, Baza e Nevada annunciano il passaggio alla regione dell’Andalusia. In prossimità di Granada si lascia la A-92 per la A-94, costeggiando la città sul lato occidentale in direzione della Sierra Nevada. Dopo il tunnel di Genil, l’autostrada s’arresta sui primi rilievi per cedere il passo ad una strada di montagna, sulla quale si prosegue fino a quota 1000 metri. La viabilità non è semplice: per raggiungere l’agriturismo da noi prenotato è necessario seguire il percorso che corre lungo il fondovalle del rio Genil, senza imboccare la superstrada per la Sierra Nevada. Dopo qualche chilometro di tornanti, sulla sinistra si presenta l’ingresso della Finca Aldabra, un “alojamiento y restaurante” completamente immerso nella natura. Oltrepassato un muro imbiancato di calce, si apre un ampio cortile alberato. Non è presente nessuno, solo due cani s’accorgono della nostra presenza e subito s’accostano all’automobile. Inizialmente l’idea di aprire le portiere suscita qualche timore ma poi, complice la stanchezza e la necessità di trovare un’anima viva, ci avventuriamo all’esterno. Com’è prevedibile i cani dell’agriturismo si rivelano avvezzi alle persone ed agli sconosciuti, senza curarsi di noi. Dopo una breve perlustrazione alla ricerca di qualcuno cui rivolgersi, decidiamo di entrare nell’edificio: sul bancone dell’ingresso è presente un campanello, il cui suono avvisa la proprietaria del nostro arrivo. Siamo condotti nelle nostre stanze, poi usciamo per una passeggiata prima della cena. Sono circa le sei di sera, il sole deve ancora tramontare ed il cielo è solcato da nubi sparse. Un viottolo in discesa attraversa la borgata fino alla curva inferiore della strada, poi s’inoltra nella campagna tra ulivi, mandorli e fichi disposti su rive terrose e terrazzamenti. Uno dei cani dell’agriturismo, un grosso pastore tedesco, ha deciso di seguire i nostri passi fino ad un punto panoramico da dove la vista si apre sulla valle del Genil, spaziando fino a Granada. L’agglomerato urbano dista appena 10 chilometri in linea d’aria ma, visto da questa prospettiva, pare assai più distante. Sostiamo seduti su un prato quasi fino al tramonto, poi lentamente riprendiamo la via della Finca Aldabra. In lingua spagnola la parola “finca” designa un’abitazione rurale circondata da un appezzamento di terreno: in anni recenti, con il progressivo abbandono dell’agricoltura, molte di esse sono state recuperate ed adibite ad agriturismo. In ossequio alle tradizioni iberiche il pasto serale, eccellente, è servito assai tardi. La proprietaria quasi non conosce l’inglese, ma riusciamo ugualmente a comunicare in un misto di spagnolo ed italiano: convinta che fossimo a Granada per un viaggio in Andalusia, è rimasta assai stupita nell’apprendere che la nostra meta finale sarebbe stata il Marocco. Anche lei, racconta, c’è stata qualche anno fa, rimanendo favorevolmente impressionata. Dal momento che domani mattina non sarà presente, si congeda con l’augurio di un buon viaggio. Arrivederci: saremo di nuovo alla Finca tra 15 giorni, sulla via di casa. A sera fatta s’intravvedono le luci di Granada verso lo sbocco della valle mentre i cani, rannicchiati sotto il porticato, stanno già sonnecchiando: è ora di seguire il loro esempio e ritirarsi in camera.

12 aprile. Attraverso le colonne d’Ercole

Fa fresco, il cielo è coperto ed a tratti spira una brezza tesa tutt’altro che mite. Siamo i primi a scendere a colazione, per partire altrettanto velocemente. Si segue l’autostrada A-92 per 50 km verso est, poi si svolta verso sud sulla A-45 in direzione Malaga. I cartelli stradali iniziano a riportare la direzione “Algeciras” con le diciture in arabo, segno che la strada per il Marocco è quella giusta. In venti chilometri si scende lungo la valle del Guadalmedina dai 700 m dell’altipiano Betico fino al livello del mare. Dinanzi a noi si estende la Costa del Sol, che percorriamo seguendo l’autostrada costiera A-7 in direzione sud-ovest. Sosta presso Torremolinos: da questo punto in poi, in tutte le aree di servizio si vendono biglietti per Ceuta e Tangeri. È però preferibile, per ragioni di convenienza e di sicurezza, acquistare i titoli di viaggio nelle biglietterie ufficiali dei porti. Il paesaggio della Costa del Sol, costituito da colline calcaree ricoperte di macchia mediterranea, è funestato dalla presenza di estese urbanizzazioni che stonano con la natura del luogo. A partire dagli anni ’50, complice la mitezza del clima, questo stretto lembo di terra compreso tra la montagna ed il mare è diventato la mèta dei turisti di mezza Europa, favorendo un caotico sviluppo urbanistico che nei decenni ha attirato la malavita e la speculazione. Oggi la Costa del Sol, estremamente compromessa dal punto di vista ambientale, è il paradiso dei pacchetti turistici “tutto compreso”, assai amati da coloro che si accontentano di trascorrere le ferie languendo in qualche triste villaggio. La maggior parte delle villette a schiera che imbruttiscono le colline sono vuote, perlopiù seconde case oppure abitazioni invendute. Alcuni cantieri aperti durante il boom edilizio non sono mai stati richiusi dopo la bancarotta delle ditte, lasciando vari ecomostri alla mercé delle intemperie. La bolla speculativa che ha sostenuto l’economia spagnola negli anni ’90 si è definitivamente sgonfiata, portando con sé la testimonianza del proprio fallimento. La città di Marbella, costellata di anonimi palazzi, edifici e condominî di cemento, ne è un chiaro esempio: come si può voler trascorrere la propria vacanza qui? Sulle colline circostanti si distinguono innumerevoli campi da golf, appezzamenti verdeggianti ed innaturali che stridono col contesto mediterraneo, strappati alla macchia per mezzo d’irrigazioni intensive in un luogo dove già vige un’estrema scarsità d’acqua.
Lentamente la meta s’avvicina: giunti a San Rocco si lascia sulla sinistra l’uscita per la Línea de la Concepción, porta d’accesso per Gibilterra. Sul lato opposto della baia vi è Algeciras, città portuale ed imbarco per l’Africa settentrionale. Qui termina l’Autopista del Mediterráneo: giunti nell’agglomerato urbano si seguono le indicazioni per il porto norte, poi s’imbocca un tunnel che immette in una strada di scorrimento veloce fino all’area portuale. Dopo l’attraversamento di un lungo pontile si costeggia un vasto deposito di container fino all’area dell’imbarco dei traghetti. Nel parcheggio s’aggirano persone di tutti i tipi e facce poco raccomandabili: meglio lasciare qualcuno a guardia dell’automobile mentre si è impegnati a fare il biglietto. Vi sono tre compagnie che effettuano questa tratta: Balearia, Acciona Transmediterranea e FRS: le corse sono assai frequenti ed in genere la prenotazione non è neppure necessaria, anche se è ugualmente consigliata. Poco tempo dopo siamo già incolonnati dinanzi all’imbarco, mentre rimane ancora qualche istante per consumare uno spuntino fino al momento dell’apertura dei cancelli. Lentamente il traghetto avanza, attracca ed inizia ad imbarcare i veicoli. Il ponte è in parte al coperto ed in parte all’esterno, posizione dalla quale si ha una veduta piuttosto ampia dell’intera baia. L’elevata umidità atmosferica non impedisce di spaziare con lo sguardo sui rilievi che circondano Algeciras fino alla rocca di Gibilterra. Questo relitto dell’impero britannico, storicamente identificato con una delle Colonne d’Ercole, misura poco più di 6 chilometri quadrati d’estensione che si reggono economicamente sulle prerogative di paradiso fiscale. In tempi recenti anche il turismo ha iniziato a delinearsi come fonte d’introito ma, a parte la rocca con le sue peculiarità naturalistiche, Gibilterra non offre molte attrazioni per il viaggiatore.
La nave, un moderno aliscafo a motore, si stacca dalla terraferma e percorre in circa un’ora i 14 chilometri che separano l’Europa dalla costa africana. La distanza è relativamente breve, per cui nelle giornate terse è assai facile vedere sin dalla partenza l’altro lato dello stretto. Lo sbarco non avviene direttamente in Marocco bensì a Ceuta (ab. 80.000), possedimento spagnolo che con il monte Hacho rappresenta la seconda Colonna d’Ercole. Allo sbarco non è necessario esibire il passaporto perché l’area si trova ancora all’interno dell’Unione Europea. Il vero confine è situato a pochi chilometri di distanza in direzione sud lungo la costa. Una lunga fila di automobili preannuncia il valico di frontiera, segnato da un monumento di dubbio gusto in cemento armato, noto in arabo come Bab Sebta (Porta di Ceuta). Attraversato un ponte su un rio secco, oltre la barriera di filo spinato che separa i due stati, la polizia marocchina incolonna il traffico in modo caotico, indirizzando i veicoli locali da un lato e quelli europei dall’altro, mentre i mezzi pesanti vengono perlustrati a fondo. Le file poi si mescolano confusamente, per terminare senza un ordine apparente presso i gabbiotti dei doganieri. I cittadini europei possono rimanere in Marocco fino a 90 giorni senza dover richiedere il visto. Se si entra con la propria automobile è però necessario produrre la documentazione volta ad impedire il traffico illegale di veicoli: la ricevuta va conservata scrupolosamente fino all’uscita dal paese, altrimenti la vostra auto rischia di non poter rincasare con voi. I passaporti vengono semplicemente timbrati con la data d’arrivo ed il nome del valico d’entrata. Eccoci, dunque: davanti a noi si estende il Maghreb, nome che designa il Marocco nella sua dizione araba (al-Maghrib), dal significato di “Occidente”. Rispetto al focolaio arabo, il Marocco ha da sempre rivendicato un ruolo autonomo in virtù del proprio decentramento: né Arabia, né Africa e neppure Europa, bensì una sintesi ultramillenaria di varie etnie e culture, innestatesi sull’originale substrato berbero.
Il primo centro abitato è Fnideq, una cittadina dal tipico viavai e dall’atmosfera anonima delle località confinarie. È necessario effettuare subito il cambio della valuta: scrutando attentamente i dintorni si scorge l’insegna di una banca, una filiale della Société Générale di fronte alla quale troviamo un parcheggio. Siamo a pochi chilometri dalla sonnolenta Ceuta, ma pare d’essere precipitati in un altro mondo: Fnideq è uno dei luoghi di transito per eccellenza dall’Africa all’Europa. Notevole è l’affollamento di persone e veicoli che, carichi di merci e suppellettili, si muovono da e verso la frontiera. Qualcuno ci lancia un’occhiata e prosegue per la propria strada, altri neppure ci notano.
Sfruttiamo l’attesa regolando gli orologi sull’ora del Marocco, che corrisponde a quella di Greenwich (GMT). Il cambio è effettuato senza problemi: il dirham marocchino, equivalente a circa 10 centesimi di euro, è una moneta relativamente stabile che risente dell’influenza benefica della vicina Eurozona. Un tempo vincolata al franco francese, è ora una valuta indipendente che ha saputo conquistarsi una discreta reputazione nell’area nordafricana.
Appena fuori dall’abitato ha inizio l’autostrada A9, nuovissima e non ancora terminata. La breve tratta di 40 km fino a Tetuan è praticamente deserta: gli abitanti locali continuano a servirsi della statale per non dover pagare il pedaggio. L’opera, finanziata prevalentemente con fondi europei, è stata fortemente voluta dal governo marocchino, anche se la qualità dei lavori non è sempre ottima: le scarpate, tagliate brutalmente attraverso le colline, non sono state adeguatamente consolidate, cosicché le piogge a volte dilavano la terra sul manto stradale. A Tetuan l’autostrada già finisce. La periferia dell’ex capitale del Marocco Spagnolo (1913–1956) non presenta bellezze degne di nota. Il centro storico ha invece qualche attrattiva, ma non regge il confronto con molte altre città del Marocco. Non abbiamo comunque tempo di fermarci: percorriamo la circonvallazione in senso orario fino all’imbocco della statale n.2, che da un’altitudine prossima a quella del mare s’inerpica sulle alture del Rif, coperte da vegetazione arbustiva ed arborea con lecci, sugheri, cipressi, cedri ed eucalipti.
Dopo circa 60 chilometri la città di Chefchauen (ab. 35.000, alt. 560 m), adagiata su un clivo scosceso rivolto a mezzogiorno, spicca come una macchia bianca nella verzura circostante. Dalla statale si devia sulla sinistra seguendo una ripida strada in salita che conduce fino a quasi 600 m d’altitudine. Tramite una viabilità non semplice si raggiunge il Bab-el-Suk, una delle porte storiche della medina (la città vecchia). A fatica si riesce a trovare una piazzola nello slargo antistante, ingombro di carretti e venditori di frutta e verdura. Il parcheggio non ispira molta fiducia, ma è quello indicato via e-mail dal gestore dell’alloggiamento di stasera: domani mattina ritroveremo ancora l’automobile? Dal momento che i veicoli a motore non possono entrare nella medina, ci carichiamo addosso le pesanti valigie per inoltrarci negli stretti vicoli del centro storico. Oltrepassata la porta di mattoni si svolta a sinistra, poi si prosegue per 50 m fino ad un cortiletto sulla destra cui si accede scendendo qualche gradino. Sull’ingresso campeggia l’insegna della “Casa Perleta”, un antico dar (palazzo con cortile) ben restaurato ed adibito a struttura d’accoglienza da parte della proprietaria, una cittadina spagnola trasferitasi qui da molti anni. L’edificio, di colore blu come la maggior parte delle case della medina, cela al suo interno un impluvio chiuso sui quattro lati, una caratteristica architettonica che meglio illustrerò in seguito parlando di Fes. Le camere e gli spazi sono piccoli ma ben curati, mentre i bagni presentano dei particolari lavabi in ceramica dalla forma di grosse ciotole decorate, con rubinetti di rame fabbricati dagli artigiani del posto. La finestra, piccola anch’essa, è rivolta verso meridione lasciando intravvedere buona parte dei tetti della città. Dalla terrazza sommitale si apre la vista non solo sull’agglomerato urbano, ma anche sugli aspri monti circostanti, lambiti da scure nubi temporalesche. L’aria s’è fatta fredda ed umida; mentre sorbiamo un caldo tè alla menta di benvenuto, un raggio di sole s’insinua da ovest, illuminando la conca, il concentrico di case e, più in lontananza, i campi verdeggianti. La catena del Rif, che incombe alle nostre spalle, ha la medesima origine geologica della cordigliera Betica in Spagna, speculare ad essa rispetto al Mare d’Alboran, insieme alla quale forma l’Arco di Gibilterra. Questi aspri rilievi si formarono 65 milioni di anni fa come estreme propaggini dell’orogenesi alpina, facendo emergere la lunga dorsale calcarea su cui Chefchauen è adagiata. Le popolazioni berbere del Rif sono da sempre state insofferenti alle autorità costituite, sia che fossero quelle del sultanato marocchino che quelle dei paesi imperialisti come Spagna e Francia, che si spartirono il paese dopo la conferenza d’Algeciras (1906). La guerriglia che seguì l’occupazione coloniale portò alla creazione di un’effimera repubblica del Rif, guidata Cadì di Melilla Abd el-Krim tra il 1922 ed il 1926. Le tecniche dei guerriglieri, che dalla loro roccaforte montuosa effettuavano frequenti incursioni fino alle città della pianura sottostante, furono d’esempio per molte personalità dei tempi successivi come Mao, Ho Chi Minh e Che Guevara. La repubblica del Rif fu infine soffocata per mano militare da un’ingente forza congiunta ispano-francese, ma le velleità autonomistiche delle popolazioni locali continuano a manifestarsi ancora oggi.
Dopo aver sistemato i bagagli si scende in strada per la visita della medina: i vicoli sono lastricati e piuttosto puliti. Si narra che la colorazione azzurra delle case sia dovuta all’influenza della popolazione ebraica, che qui trovò rifugio in seguito alle persecuzioni spagnole del XV secolo. La città rimase proibita agli stranieri fino ai primi del ‘900, quando fu aperta a forza dalle truppe spagnole per instaurarvi il protettorato. Oggi Chauen si presenta come una pittoresca cittadina a vocazione turistica che offre un’originale sintesi di elementi mediterranei, arabi e berberi. Nei viottoli si aggirano molte persone vestite col gellabà, la classica tunica lunga fino ai piedi provvista di cappuccio. Rispetto ai climi più miti, dove è d’uso un tessuto di cotone leggero, nei contesti montuosi l’abito è più spesso, scuro e pesante, solitamente di lana nella sua versione invernale.
L’economia locale si regge prevalentemente sul turismo: le numerose piccole botteghe offrono tappeti, indumenti ed oggetti di metallo lavorato. Di tanto in tanto si aprono degli scorci pittoreschi con gradinate, cortiletti, piazze ed usci domestici contornati da aiuole in cui crescono fichi ed ulivi. Alcune bancarelle vendono dei generi alimentari come dolci fritti, schiacciate di pane, olive e verdura. Fra le caratteristiche architettoniche si notano le forme dei minareti che in Marocco, anziché essere cilindrici come nel resto del mondo musulmano, sono dei tozzi torrioni a pianta quadrata o più raramente ottagonale, spesso dotati di merlatura. In mezzo chilometro si raggiunge una valletta all’estrema propaggine orientale dell’agglomerato urbano, ove sono situate le sorgenti di Ras el-Maa. L’abbondante acqua che ne scaturisce è da sempre stata la principale fonte d’approvvigionamento idrico di Chauen, ed alimenta alcuni lavatoi dove le donne del paese s’industriano a fare il bucato. La ricchezza d’acque della città è inoltre testimoniata dalla presenza di numerosi fontanili e bagni pubblici. Da un’altra strada si ritorna verso Uta el-Hammam, la piazza principale su cui s’affacciano la kasbah e la grande moschea. Un cedro di notevoli dimensioni ombreggia un po’ lo spazio circostante costellato di déhors di numerosi bar, frequentati sia dai turisti che dalla gente del luogo. Un avventore, seduto ad un tavolino, è visibilmente sotto l’effetto di qualche droga: magro, emaciato, con lo sguardo allucinato e perso nel vuoto, gesticola e borbotta parole incomprensibili rivolte a nessuno. La piaga degli stupefacenti, cui accennerò nella giornata di domani, è purtroppo storicamente legata a questi luoghi.
Cala la sera: per il nostro primo pasto in terra marocchina abbiamo prenotato un ristorante su consiglio dei gestori dell’alloggiamento. Il locale, di tipo turistico, è anch’esso strutturato su due piani come un dar, però chiuso da un tetto anziché essere all’aperto. Un largo spazio a pianterreno è utilizzato per ospitare dei complessi tradizionali specializzati in musica dal vivo. Le portate comprendono un antipasto di verdura cruda e olive, una zuppa assai brodosa ed infine dei piatti di carne (spiedino, bistecca) accompagnati dal tajin (lesso di verdure miste). Nell’insieme la qualità del pasto è decisamente inferiore alle aspettative: la cucina risulta piuttosto insipida e, a sorpresa, quasi priva di sapori speziati. Questi ultimi non sono quasi presenti poiché il Marocco non produce spezie, ad eccezione dello zafferano, coltivato nella zona di Taliuin. I sapori forti come quello dell’Harissa, la salsa di aglio e peperoncino tipica della Tunisia, paiono invece ignorati.

13 aprile. Verso Fes e le città imperiali

Già verso le quattro del mattino si ode la prima preghiera della giornata (fajr), che inevitabilmente desta tutti dal sonno per via della presenza di un minareto a breve distanza dalla finestra della camera. La situazione è peggiorata dai numerosi megafoni che amplificano la voce roca e metallica della registrazione, ben diversa dal canto di un tempo, quando il muezzin si recava personalmente sul pinnacolo a declamare le strofe rituali. L’orazione del mattino presenta, rispetto alle altre, una strofa aggiuntiva che recita: “venite alla preghiera, perché pregare è meglio che dormire”. Pur non raccogliendo l’invito, non riesco a riassopirmi: attendo l’alba fra pensieri vari, scrutando con impazienza le prime luci del giorno. Purtroppo la notte non è stata ristoratrice. Inizio a riprendermi solo verso l’ora della colazione, che è apparecchiata in terrazza. Oltre agli immancabili tè e caffè, sono presenti olive, formaggio fresco, miele, datteri e ciambelle fritte, appena arrivate dalla panetteria giù in strada. Un debole sole si fa lentamente strada tra le vallette e le colline, mentre la padrona di casa s’intrattiene a scambiare qualche parola con noi. Si discute del percorso: fra le opzioni per raggiungere Fes, ci sconsiglia l’itinerario di Issaguen (Ketama). Questa città, capitale mondiale della marijuana, gravita al centro di un’intera regione coltivata a canapa indiana, fino a qualche tempo fa considerata quasi esente dall’autorità dello stato marocchino. Ancora adesso le forze di polizia raramente vi s’introducono, lasciando ai capi locali la gestione della giustizia spicciola. Fra le “specialità” della zona si annovera il kif, cannabis finemente tritata e pressata in panetti di hashish, pronta per essere inviata in Europa di contrabbando. La droga viene esportata prevalentemente via mare, tramite i pescherecci che salpano dalle deserte insenature dove il Rif si getta nel Mediterraneo, per sbarcare su qualche spiaggia deserta della costa spagnola. Il contrabbando con mezzi di terra è invece più difficoltoso per via dei controlli assai severi alle frontiere. Ketama fu scoperta negli anni ’70 da alcuni hippies, che in breve tempo formarono una nutrita comunità caratterizzata da uno stile di vita assai particolare. La coltivazione della cannabis è però antecedente il loro arrivo: l’uso personale della droga è da sempre stato praticato, in modiche quantità, dalle popolazioni berbere del Rif. Esauritasi la moda hippy, è invece rimasto il lucroso commercio illegale degli stupefacenti, su cui tuttora si basa l’intera economia di Ketama. Riesce purtroppo osservabile tra molti turisti il nefasto costume d’effettuare viaggi in questa regione solo per inebriarsi dei fumi della droga, anziché per scoprirne ed apprezzarne le bellezze naturalistiche e culturali. Trasportiamo i bagagli a ritroso attraverso la medina fino alla piazzetta di Bab-el-Suk ove l’automobile è fortunatamente al suo posto. Intanto la città lentamente si risveglia, con odori di caffè e persone per la strada con pani caldi e focacce. Dopo l’uscita dall’agglomerato urbano si scende sul fondovalle fino a riprendere la statale n.2, lasciandola di lì a poco per la n.13. Il paesaggio va lentamente mutando dalla montagna alla collina. Lungo il percorso sorgono numerosissimi frantoi, che contribuiscono alla massiccia produzione di olio d’oliva del Marocco, che contribuisce per il 5% sul totale mondiale. L’olio si può acquistare anche acquistare al minuto, ma la principale fetta di mercato è costituita dai grossisti, che ne esportano la maggior parte in Europa. Da Usan (Ouzzane) in poi il panorama diventa sempre più pianeggiante, costellato di coltivazioni estensive e piccoli paesi dall’aspetto spiccatamente rurale. Verso l’una del pomeriggio ci fermiamo ai margini della strada per consumare un veloce pranzo al sacco, sotto alcuni provvidenziali ulivi. Più oltre, a perdita d’occhio, si estendono i campi di grano ancora verde, inframmezzati qua e là dalle macchie rosse dei papaveri e da quelle gialle della colza e dei girasoli. Dopo la sosta il percorso prosegue: il nastro d’asfalto è in condizioni discrete e permette di affrontare la marcia ad un ritmo discreto. Il parco automobilistico è assai variegato: dalle moderne vetture europee alle vecchie carrette dalla carburazione difettosa. Assai diffusi sono i modelli di Mercedes di trenta o quarant’anni fa, ormai sgangherati ma ancora funzionanti. La meccanica di questi mezzi è robusta al punto da resistere all’uso che se ne fa in Marocco, caricando all’inverosimile il portapacchi ed evitando accuratamente qualsiasi intervento di manutenzione. I camion sono numerosi e viaggiano anch’essi in modo spedito. I veicoli lenti sono soliti accostare sulla destra per lasciarsi superare da quelli più veloci. Il percorso attraverso la campagna marocchina, abbastanza monotono, lascia il tempo per rivedere le mappe e le guide fino all’incrocio con la statale n.6. Da qui, in una decina di chilometri di rettilineo, si giunge alla periferia di Fès (ab. 1.000.000), sempre più fitta di costruzioni man mano che si prosegue verso est. In aggiunta al traffico intenso, la scarsa segnaletica non facilita l’orientamento: dopo aver corretto la direzione un paio di volte, riusciamo finalmente a prendere la direzione della città vecchia di el-Bali. La zona della Ville Nouvelle invece, costruita negli ultimi decenni, non presenta aspetti storico-culturali di rilievo, bensì grandi caseggiati residenziali e lunghe strade rettilinee. Ormai da tempo si assiste allo spopolamento della medina, i cui abitanti preferiscono trasferirsi nei quartieri nuovi per lasciarsi alle spalle i vicoli tortuosi e le case scomode e buie del centro storico. Recentemente sono stati avviati molti progetti di recupero degli antichi palazzi nobiliari, trasformati in strutture ricettive di pregio ad uso dei turisti. Il nostro alloggiamento, trovato e prenotato in rete, si trova in Derb Seraj, poco distante dal Bab Bu Jelud. All’interno della medina vige il divieto di circolazione per le automobili: come da indicazioni telefoniche troviamo parcheggio sulla strada della Posta per proseguire a piedi coi bagagli al seguito. Non è facile districarsi per le antiche vie, larghe a volte soltanto un metro: quando accade d’incontrare degli altri pedoni, è necessario appiattirsi contro il muro. Per una maggiore facilità di transito, carico la valigia sulla testa come un portatore indiano. Dopo qualche minuto si giunge innanzi all’entrata del Riad Dar Luna, costituita da uno strettissimo uscio, del tutto dimesso. Date le premesse, le preoccupazioni riguardo all’alloggiamento salgono fino a quando, dopo l’accoglienza, veniamo condotti dentro il palazzo vero e proprio, il cui interno rivela un lussureggiante cortile con piante e fontanelle. Sia i pavimenti che i manufatti sono rivestiti di fini piastrellature e di elaborate decorazioni moresche in pietra. Questo edificio è un chiaro esempio del recupero ben riuscito d’un dar, tipico palazzo un tempo posseduto dalle persone abbienti e dai notabili della città. La struttura si articola intorno ad un cortile interno, chiuso sui quattro lati, su cui s’affacciano alcuni ordini di balconi. Alla base di quest’architettura vi è il concetto di riservatezza e d’intimità domestica, poiché non vi è alcuna apertura sui lati esterni. Il tetto piano costituisce invece un discorso a sé: questo luogo, ove le donne si recano da sempre a stendere il bucato, permette ad esse di relazionarsi, chiacchierare e, perché no, di spettegolare grazie alla brevissima distanza tra le varie abitazioni. Queste interazioni sociali sono assai comuni nei paesi arabi tanto che, in quelli meno liberali, si dice che chi costruisca un muro intorno al terrazzo abbia qualcosa da nascondere: in genere, come accade in Arabia Saudita, si tratta di un’antenna parabolica illegale. Le stanze del dar sono tutte rivolte verso il cortile interno, dotate di porte e finestre di legno lavorato. Gli interni sono puliti ed accoglienti, anche se un piuttosto bui. In Marocco, negli ambienti domestici, non si usa una forte illuminazione: gli stessi lampadari, realizzati con vetri sfaccettati e variopinti, sono più decorativi che funzionali, dotati di poche e fioche lampadine. Ci riposiamo qualche istante nel cortile, dove sono disposti tavoli e sedie all’ombra di palme, agrumi e banani. Nelle aiuole non mancano i fiori e le piante decorative con grandi latifoglie verdi. Mi soffermo a rileggere guide e cartine, sorseggiando un succo d’arancia, in attesa dell’arrivo della guida che ci condurrà a visitare la metropoli. Personalmente non sono avvezzo all’ingaggio di guide per visitare i luoghi che non conosco; quest’eccezione è però dovuta alla natura labirintica del tessuto urbano, in cui l’orientamento risulta assai difficoltoso per i non residenti. Dopo circa mezz’ora giunge il nostro cicerone, un autentico fassi di mezz’età con alle spalle una laurea in lingua e letteratura italiana. Egli afferma sin dall’inizio: «abbiamo poco tempo a disposizione per la visita, per cui ci accontenteremo di avere un’idea generale di Fès». In effetti la città è assai estesa, ma le attrattive si concentrano nella parte storica, per cui l’affermazione la sua affermazione è forse esagerata. Si parte con un taxi alla volta dei quartieri meridionali, fino ad imboccare la circonvallazione. [continua…]

Questo racconto, di cui si riporta l'incipit, sarà progressivamente pubblicato su questa pagina nei prossimi mesi.

Per informazioni potete contattarmi all’indirizzo: info@lorenzorossetti.it


© 2014 Lorenzo Rossetti, Tutti i diritti riservati - All rights reserved - Tous droits réservés.