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L’altro Iran

Viaggio oltre i pregiudizi nelle terre dell’antica Persia

«La vita non è che un viaggio, viaggiare significa vivere due volte»
Omar Khayyam

Prefazione

Giappone per caso
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«Lei cosa pensa dell’Iran?» Questa è la tipica domanda che un interlocutore iraniano appena conosciuto vi potrebbe rivolgere. Fra i primi concetti che gli europei collocano nella sfera semantica dell’Iran vi sono la rivoluzione islamica, il governo del clero, il petrolio, la sharia, le problematiche relative ai diritti umani, i barbuti Ayatollah, il programma nucleare e i Pasdaran.

Potremmo dire in tal modo di aver delineato un profilo completo e realistico di questo paese? Purtroppo molte opinioni, fortemente condizionate dai mezzi di comunicazione di massa, sono spesso basate su pregiudizi e luoghi comuni.

È quindi opportuno recarsi sul luogo per entrare in contatto con la realtà delle persone comuni, che sono ben distanti dalla politica e dai palazzi del potere. L’Iran è ricco di monumenti e cultura che derivano dai suoi 2500 anni di storia: città come Esfahan, Yazd e Shiraz custodiscono numerosi siti patrimonio dell’UNESCO che in occidente non sono ancora noti a sufficienza.

«L’altro Iran» rappresenta dunque la parte più affascinante e sconosciuta di quest’antica nazione, che desidero raccontare nelle pagine seguenti, senza trascurare i risvolti politici e le questioni sociali legate al momento della progressiva riapertura del paese al turismo, al commercio e alle relazioni internazionali.

Segui il racconto sfogliando l'album fotografico completo su Picasa.

15 marzo. Verso terre ignote


Percorso del viaggio
Fa freddo, un debole sole buca la cortina della foschia che avvolge Torino. All’aeroporto di Caselle siamo in attesa del volo Turkish Airlines 1310 delle 14.35 per Istanbul. Dopo il decollo, la vista si apre sull’arco alpino occidentale con il Gran Paradiso, il Cervino e il Monte Rosa in primo piano. Giunti sopra l’Adriatico, avanzano banchi nuvolosi che celano la vista al panorama sottostante: poco o nulla si scorge lungo tutta la penisola balcanica. Tre ore più tardi l’aeromobile inizia la lenta discesa: il traffico all’aeroporto Atatürk è assai intenso e il pilota è costretto ad effettuare un paio di virate sulla città, puntinata di luci, ormai immersa nel crepuscolo. Sono chiaramente distinguibili la torre di Galata, il Corno d’Oro, la basilica di Santa Sofia e le moschee dei sultani Ahmet e Selim.
Atterraggio alle 19. Durante le prossime sei ore dovremo ingannare il tempo in attesa della coincidenza per Tehran. I primi momenti trascorrono girovagando nei negozi duty-free, ricchi di profumi, alcolici e riviste. Non mancano inoltre banchi carichi di dolci turchi come lokum e baklava. Poi, avvinti dalla stanchezza, troviamo una sistemazione sulle sedie di un cancello d’imbarco semivuoto. Assopirsi non è semplice: gli altoparlanti gracchiano in continuazione gli annunci di servizio, chiamano i voli e i passeggeri ritardatari. Sugli schermi delle partenze, ad un tratto è annunciato il volo Turkish Airlines 878 dell’1.20, previsto al cancello 208, dove casualmente siamo già accomodati.
Lentamente anche gli altri partecipanti, in arrivo da Roma, Milano e Venezia, iniziano ad affluire nella sala d’aspetto. I primi discorsi riguardano le questioni organizzative, come il cambio, la contabilità del contante e la gestione delle spese comuni.

16 marzo. Primo impatto con l’Iran

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L’aereo per Tehran è assai stipato: molti iraniani tornano in patria presso le loro famiglie in occasione della festa del Nowruz, il capodanno secondo il calendario persiano.
Il volo, della durata di tre ore, è interamente notturno. Verso le quattro del mattino è già servita la colazione, piuttosto soddisfacente. Sorvolando il deserto buio, spicca solo la striscia dell’autostrada Tehran-Esfahan, un lunghissimo serpente d’asfalto, illuminato di luce arancione, che si snoda attraverso il nulla. Alle sei del mattino di sabato 16 marzo atterriamo all’aeroporto internazionale “Imam Khomeini”. Il ritiro dei bagagli avviene in tempi relativamente brevi. Le ispezioni doganali non sono particolarmente severe, così come il controllo dei passaporti per la convalida del visto, che è svolto con fare svogliato da una guardia assonnata. Neppure noi siamo riposati: i volti di alcuni compagni di viaggio denunciano senza equivoco la veglia forzata.
Già prima della discesa le donne devono indossare il foulard, che in questo paese è obbligo di legge: su questo aspetto però, che tanto cruccia gli osservatori occidentali, avrò modo di soffermarmi in seguito.
All’uscita è in attesa la guida di Tehran, che ci conduce ad un pulmino parcheggiato fuori dall’aerostazione. Il sole sorge su un panorama piatto e arido; l’atmosfera è polverosa e non lascia neppure intravedere i rilievi a nord della capitale. Questo primo tragitto in autostrada non è breve: l’aeroporto “Imam Khomeini” dista ben cinquanta chilometri da Tehran ed è un’opera di recente costruzione. Nel 2004, dopo più di trent’anni ed alcune perplessità in merito alla sicurezza della struttura, è stato finalmente inaugurato per il trasporto dei passeggeri. Nelle intenzioni avrebbe dovuto sostituire il vecchio scalo di Mehrabad, situato quasi in centro città, mentre la sua apertura ha invece suscitato il bizzarro risultato dell’utilizzo indistinto di entrambi gli aeroporti, sia per i voli nazionali che per quelli internazionali.
Dopo qualche decina di chilometri si scorgono verso est i minareti e le cupole del mausoleo dell’Imam Khomeini, luogo di sepoltura di colui che più di tutti ha influito sulla storia e la società contemporanea dell’Iran.
Da oscuro e sconosciuto chierico qual era fino agli anni sessanta, la sua fama crebbe per via delle dure parole pronunciate dalla città santa di Qom contro la monarchia di Mohammed Reza Pahlavi. Nel 1962, al grido di «lo scià deve andarsene», organizzò un fallimentare colpo di stato che lo costrinse ad un esilio lungo sedici anni. Durante questo periodo, che lo vide errare tra Turchia, Iraq e Francia, proseguì l’azione di disturbo contro il regime fino a quando quest’ultimo si sgretolò nel 1979 come un gigante dai piedi d’argilla: la “Grande Civiltà” dell’Impero pahlavide terminava in modo vile ed impietoso con la fuga all’estero dell’ultimo sovrano.
Khomeini, rafforzato da un’indiscussa autorità morale, si mise a capo della nazione, che guidò fino al 1989, anno in cui lo colse la morte. La sua figura è stata oggetto di un forte culto della personalità, che ha talvolta sconfinato nella divinizzazione: alcune frange radicali non hanno esitato ad identificarlo addirittura con il Mahdi, l’ultimo Imam dello sciismo duodecimano.
Il pullman esce dall’autostrada, oltrepassa una garitta di cemento vuota e raggiunge un polveroso parcheggio. Molti pellegrini, giunti qui per venerare il sepolcro dell’Ayatollah, sono accampati dappertutto nei dintorni: vi sono addirittura delle famiglie intere, con al seguito vettovaglie e fornelli da campeggio. Le tende, date le scarse precipitazioni, vengono montate senza lo strato esterno impermeabile. Avvicinandosi al mausoleo si nota con maggior chiarezza la sua natura d’opera incompiuta: il progetto, la cui costruzione prosegue da oltre vent’anni, prevede quattro minareti e varie cupole, oltre a portali ed elementi decorativi ricoperti di lamina d’oro ed argento. Nell’insieme l’edificio, costellato di ponteggi, appare oggi come un compendio d’artefatti di dubbio gusto, disposti apparentemente senza un disegno preciso.
L’entrata maschile è divisa da quella femminile: è obbligatorio, dopo essersi levati le scarpe, depositare sia le borse che le macchine fotografiche. Le guardie non ispirano gran fiducia, ma non è possibile evitarle. Sono costretto a togliere i documenti e il denaro dalla tracolla per infilarli alla rinfusa nelle tasche dei pantaloni e della camicia. Segue il momento della perquisizione: siamo analizzati col metal detector e perlustrati in modo approfondito, persino nelle parti più nascoste.
Superata la trafila, attraverso un corridoio foderato di teli da cantiere, raggiungiamo la navata principale. Sotto la cupola del mausoleo riposano le spoglie dell’Ayatollah Khomeini. Il luogo vorrebbe denotare ampiezza e solennità, invece riesce a comunicare solo un’atmosfera d’incompiutezza dovuta ai lavori in corso.
Trono di marmo (particolare), palazzo del Golestan
Trono di marmo (particolare), palazzo del Golestan
Nuovamente sull’autobus, riprendiamo la strada per Tehran (ab. 12 milioni, alt. 1300 m): ora si vedono in lontananza i monti Alborz che, brillanti di neve, circondano la città sul lato settentrionale. La tangenziale è affollata e il parco automobilistico è assai vario: dalle moderne vetture di fabbricazione europea e nazionale, alle gloriose e storiche Paykan. Non è raro incontrare ancora queste vecchie carrette, la cui produzione fu avviata negli anni ‘60 sulla base di un modello inglese. La loro tecnologia però, rimasta fossilizzata a cinquant’anni fa, è altamente inefficiente e inquinante: il governo ha dovuto addirittura sovvenzionare la fabbrica per incentivarla non vendere più questa vettura. In passato la Paykan fu adatta ad avviare l’Iran al trasporto sulle quattro ruote: semplice, economica, robusta e avida di carburante, di cui non v’è mai stata penuria.
L’attraversamento dei quartieri meridionali inizia a rivelare l’aspetto dell’hinterland cittadino: un denso agglomerato di condominî di cemento, alcuni abitati, altri ancora al rustico e mai terminati.
Dalla strada afferiscono ad ogni palazzina delle grosse tubature di gas metano, articolo quasi regalato: la NIGC, società nazionale per il gas, con i suoi oltre 30.000 chilometri di rete di distribuzione, rifornisce l’intero paese a prezzi irrisori. Essa è controllata dalla potente Sherkat-e Melli-ye Naft-e Iran, la compagnia petrolifera nazionale, anche conosciuta come NIOC o National Iranian Oil Company.
La fitta polvere presente sul suolo e nell’atmosfera rivela l’assenza di precipitazioni da un periodo prolungato. Tehran è protetta dai venti settentrionali dalle vicine montagne, alcune di oltre 5000 metri d’altitudine, fattore che non favorisce il ricambio delle masse d’aria.
La prima necessità consiste nel cambio di un’adeguata somma di denaro: l’unico accettato nelle transazioni è quello contante, che si può reperire solamente in loco,poiché il rial iraniano non è una valuta convertibile. L’inflazione corre a livelli elevatissimi e la quotazione riferita alla banca statale Melli (primavera 2013) si attesta su 15.000 rial per 1 euro. Il divario con le quotazioni del mercato nero è però incolmabile: queste ultime, vicine invece ai 45.000 rial per 1 euro, denotano lo scarso valore della moneta locale, quasi prossimo alla carta straccia. Le botteghe dei cambiavalute sono ancora chiuse, per cui proseguiamo a piedi in direzione del palazzo del Golestan. Il programma originario avrebbe dovuto includere il Museo Nazionale, seguito dal Museo dei Gioielli della Corona di Persia: la guida ha però deciso, a suo insindacabile giudizio, di variare il percorso.
Il palazzo del Golestan (“giardino di rose”) è circondato dalle costruzioni d’un moderno quartiere dirigenziale, in origine un sobborgo incluso nell’Arg (cittadella) di Tehran. Iniziato nel XVI secolo, il complesso fu poi ingrandito e utilizzato come residenza ufficiale da parte dei sovrani della dinastia cagiara (1781–1925), ed infine parzialmente distrutto da Reza Scià per esigenze urbanistiche. È il palazzo più antico della capitale e uno dei pochi ancora integri, poiché nel corso del XX secolo Tehran è stata oggetto di estesi progetti d’espansione, che ne hanno in larga parte cancellato la struttura originaria.
Dall’ingresso si attraversano i giardini, dove è presente una grande fontana, arrivando fin sotto l’iwan (loggia) del “Trono di marmo”, un monumentale scranno scolpito nella pietra bianca di Yazd, commissionato dello Scià cagiaro Fath Ali all’inizio del XIX secolo. Esso è ornato di figure antropomorfe, floreali ed animali di fine fattura, fra cui addirittura dei draghi, secondo un’iconografia più simile a quella dell’Asia centro-orientale che a quella persiana.
Poco oltre, sulla sinistra, si apre il padiglione conosciuto come Khalvat-e Karim Khani, costituito da un ampio porticato rivestito di tessere di mosaico, con un trono nel centro ed alcune fontane sui lati: qui gli Scià usavano rilassarsi durante i pomeriggi e le serate di calura estiva, fumando la pipa ad acqua e dilettandosi a leggere poesie.
L’attigua galleria del Negar Khaneh, accessibile da una porta sulla facciata meridionale del palazzo, conserva una serie di dipinti di artisti locali ed europei: fra i primi sono da notare i ritratti degli imperatori della dinastia cagiara (più per il valore storico che per quello artistico), mentre fra i secondi non vi sono opere degne di attenzione.
Da un altro ingresso si accede allo scalone d’onore, la cui volta è rivestita di tessere a specchio, una tecnica utilizzata anche in altri edifici civili e religiosi. Al primo piano è situato il salone dei ricevimenti, riccamente decorato di stucchi e marmi, con un pavimento di piastrelle policrome. Lungo il percorso sono collocati numerosi doni, fra cui preziose porcellane e vasellame, che i sovrani hanno ricevuto dalle potenze straniere nell’arco di vari secoli. Al fondo della sala vi è una riproduzione del celeberrimo trono imperiale: l’originale, tempestato di decine di gemme vere, si trova presso il caveau della Banca Nazionale, ed è visitabile con maggiori difficoltà.
Terminiamo la visita del palazzo con una passeggiata attraverso i giardini e ci avviamo a piedi in direzione sud verso il Gran Bazar. La distanza è breve, appena cinque minuti di cammino, per ritrovarsi dentro un dedalo di stradine, costellate di botteghe con merci di tutti i tipi: spezie, gioielli, metalli lavorati e molto altro. La classe dei bazari (bottegai del bazar) costituisce il fulcro della società conservatrice iraniana: nel trattare le questioni politiche, essi sono da sempre alleati degli ulema (sacerdoti sciiti) e storicamente hanno saputo costituire notevoli forze d’urto, tali da costringere in molte occasioni il potere costituito alla resa. Come esempi si possono citare la rivoluzione costituzionale del 1906 o quella islamica del 1979, entrambe originatesi nel bazar con la benedizione del clero. In questi luoghi, più che in altri, conviene adeguarsi alle norme tradizionali in materia di comportamento e abbigliamento: se altrove è consentito rimanere col velo più lasco (per le donne) oppure più sbracciati (per gli uomini), qui le occhiate di disapprovazione rischiano di farsi più intense.
Dopo mezz’ora di peregrinazione tra vicoli e caravanserragli, ci rechiamo in una fumeria: uno stretto uscio conduce, attraverso una ripida scala in discesa, ad un locale sotterraneo dove la clientela è intenta a bere tè ed a fumare la pipa ad acqua. Gli avventori sono tutti uomini del luogo, ma l’ingresso non è precluso alle donne e agli stranieri: nessuno si è scomposto all’arrivo del nostro folto gruppo. Anch’io trovo una sedia libera e, dopo essermi accomodato, mi soffermo ad osservare la sala: l’aria è satura di fumo degli onnipresenti narghilè, mentre l’ambiente, di frequentazione popolare, è arredato in maniera semplice con un pavimento in piastrelle di marmo e delle volte ogivali decorate a stucco. Alle pareti sono appesi piatti lavorati, calligrafie e pitture che riproducono scene di vita della vecchia Persia rurale. È presente anche un ritratto idealizzato dell’Imam Ali, fatto che denota una sostanziale divergenza dalla tradizionale iconoclastia islamica. Il tè, servito dentro dei comuni bicchieri di vetro, è accompagnato con alcuni zuccherini dal colore e dal sapore di zafferano. Questi ultimi, montati sugli stuzzicadenti, si possono sciogliere per qualche istante nella bevanda, in attesa di passarli ad un altro commensale.
Inizia a farsi tardi: usciamo dal bazar per riprendere l’autobus. Nel frattempo è stato effettuato il cambio della valuta che, per via del suo scarso valore, ci costringe a conservare nei portafogli un gran numero di mazzette di banconote a sei zeri. Fra le tasche di tutti siamo ora in possesso di più di 50 milioni di rial, equivalenti a circa 1000 euro. Il tragitto verso l’aeroporto di Mehrabad, dove è prevista la partenza per Shiraz, trascorre contando a sei mani, non senza difficoltà, la voluminosa massa di denaro.
Per via di un errore di valutazione dei tempi da parte della guida, stiamo accumulando un ritardo sempre maggiore sulla tabella di marcia. L’autista, tentando di recuperare qualche minuto, si è immesso in una corsia riservata ai mezzi pubblici, ma è stato subito fermato dalla polizia, che gli ha inflitto una multa piuttosto salata. Intanto le nostre occhiate agli orologi si fanno sempre più preoccupate, fino a quando non riprendiamo la strada con la dovuta rapidità. Non vi è neppure il tempo per fermarsi di fronte alla torre Azadi (“della Libertà”), monumento che fu inaugurato nel 1971 dallo Scià Mohammed Reza Pahlavi, in occasione dei 2500 anni della fondazione dell’Impero Persiano. Questo edificio bianco e slanciato costituisce l’ingresso occidentale della città e, nel corso degli anni, ne è diventato il simbolo. All’epoca la sua posizione fu studiata un modo che i viaggiatori, in arrivo e in partenza dall’aeroporto, dovessero necessariamente transitargli accanto. In origine il suo nome era Shahyad Aryamehr, ovvero “Monumento dello Scià, Sole Ariano”: seguendo l’eco di vecchie teorie deliranti, oggi discreditate, Mohammed Reza Pahlavi non esitò ad identificarsi come capo del popolo da lui ritenuto erede della cosiddetta “stirpe ariana”. I moderni studi antropologici hanno invece provato indiscutibilmente che fra le genti arie, indoeuropee o caucasiche (termini pressoché equivalenti) non vi è alcuna “razza eletta”, bensì una radice etnolinguistica comune. Quest’ultima si è originata circa cinquemila anni fa nelle steppe dell’Asia centrale, espandendosi nel corso delle età del bronzo e del ferro con l’uso dei cavalli e dei carri da guerra, coprendo un vasto territorio che oggi si estende dall’Europa all’Asia centro-meridionale. La parentela delle lingue indoeuropee evidenzia la somiglianza di moltissimi termini e costrutti: come esempio si può citare il latino mater, il persiano avestico matar ed il sanscrito mata (per approfondimenti vedasi F. Villar, Gli indoeuropei e l’origine dell’Europa, Il Mulino).
Padiglione di Karim Khan, palazzo del Golestan
Padiglione di Karim Khan, palazzo del Golestan
Il vicino aeroscalo di Mehrabad, fino al 2004 l’unico della capitale, è oggi prevalentemente utilizzato per i voli interni, ma vi sono anche vari collegamenti esteri per i paesi del Golfo. È tardi, lasciamo la guida che ci ha accompagnato solo per oggi, affrettandoci al check-in ed ai controlli. Il volo Iran Aseman delle 13.05 è assai gremito poiché Shiraz (ab. 1.300.000) è una meta assai apprezzata dagli iraniani durante le festività di capodanno. Atterriamo dopo circa un’ora: all’apertura delle porte si presenta un’atmosfera nettamente più secca e calda, che denota il passaggio dal clima continentale del nord a quello subdesertico della parte meridionale del paese. Qui è in attesa la guida che seguirà il gruppo fino al termine del viaggio: un iraniano laureato in lingua e letteratura italiana, profondo conoscitore del proprio paese e del nostro.
La prima esigenza concerne la sistemazione all’hotel Eram, situato sul viale Zand, nei pressi del centro storico. Le stanze degli alberghi sono dotate ovunque di prese di tipo “F”, che non necessitano di adattatori per le normali spine Europlug, solitamente in dotazione ai caricabatteria dei cellulari ed ai piccoli elettrodomestici a doppio isolamento. La tensione è di 220 V e la frequenza di 50 Hz, compatibile con le apparecchiature europee. Il tempo di una doccia e siamo già a piedi sulla strada, in direzione del vecchio bazar. Durante il tragitto qualcuno di noi ne approfitta per cambiare altro denaro per le proprie piccole spese. Camminando in direzione est, s’incontra ben presto l’Arg, fortezza costruita dal sovrano Karim Khan nella seconda metà del XVIII secolo. Il chiarore diurno va intanto affievolendosi, mentre le mura e le torri del bastione acquistano un risalto particolare sotto la luce arancione dei fari, con lo sfondo del cielo di colore blu intenso.
Molte persone s’accalcano intorno e dentro il bazar: fortunatamente la serata è solo agli inizi, mentre il momento della grande ressa non è ancora arrivato. Da oggi le botteghe faranno gli straordinari per qualche giorno e chiuderanno, contrariamente al solito, a serata inoltrata.
Gli articoli offerti dai venditori di spezie provengono perlopiù dall’India e dal sud-est asiatico, perché l’Iran quasi non ne produce, ad eccezione dello zafferano: quest’ultimo è assai pregiato, ma è necessario analizzarlo prima dell’acquisto. Fra le truffe più diffuse vi sono quelle che contemplano l’uso della barba di granoturco e dei fiori di carciofo essiccati in luogo dello stigma del crocus sativus. Lo zafferano autentico è facilmente riconoscibile dall’intenso aroma che ne deriva spezzandone uno stelo tra i denti, mentre quello falso ne ha solo l’aspetto e l’odore.
Oltre le spezie, gran parte della merce esposta non è di produzione nazionale: durante il periodo in cui sono state in vigore le sanzioni da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, la Cina non è rimasta ad osservare passivamente, subentrando nei rapporti commerciali che in precedenza l’Iran intratteneva con l’Occidente. Ormai le case degli iraniani sono rifornite di elettrodomestici e mobili cinesi; il governo di Pechino è inoltre sempre più attivo nel settore delle grandi opere, con la partecipazione dei propri colossi industriali alla costruzione d’infrastrutture come centrali elettriche, elettrodotti ed autostrade. In campo economico il Celeste Impero sta velocemente colmando il vuoto lasciato dagli americani e dagli europei, rafforzandosi anche dal punto di vista geopolitico. Nello storico bazar di Shiraz, persino le centinaia di lampade che lo illuminano quasi a giorno, siano esse elettroniche, al sodio o agli alogenuri metallici, sono di fabbricazione cinese. Fra i paesi esportatori verso l’Iran, dopo Cina e Giappone, l’Italia conserva comunque un ruolo preponderante, collocandosi al terzo posto con circa un quinto delle merci totali. L’Italia è inoltre il primo importatore europeo di greggio iraniano, con più di 150.000 barili al giorno.
Dopo la visita dell’area mercatale, ci riposiamo qualche istante, attendendo l’ora di cena seduti su una panchina della piazza prospiciente l’ex hammam.
Il ristorante, situato sul lato opposto, è un locale turistico che offre una discreta scelta di portate.
Si inizia con un buffet di verdure crude e sott’aceto, zuppe di legumi, yogurt con erbe e cipolla, per proseguire con il piatto principale composto di carne: spiedini di vitello, spiedini di pollo, spiedini misti e bistecca. Il tutto è accompagnato dall’immancabile pilav, il semplice riso bianco, sempre presente su qualsiasi tavola. Naturalmente non viene servita alcuna bevanda alcolica, proibita per legge: esistono però alcune birre analcoliche di produzione nazionale, parecchio costose, talvolta addizionate con disgustosi aromi sintetici. Il vino “di Shiraz” è ormai prodotto in altre parti del mondo, ma qui non esiste più da decenni. Dalle vigne ancora esistenti si ricavano l’uva appassita e il succo d’uva.
La giornata è stata lunga: adesso è l’ora di rientrare in albergo per il giusto riposo.

17 marzo. Shiraz tra poeti e mausolei

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All’ora della sveglia, la sala della colazione è ancora deserta. Siamo costretti ad attendere che il cameriere termini di apparecchiare i tavoli. Oltre alle fette di pancarré con la marmellata, comuni in tutto il mondo, vi sono anche le specialità locali che comprendono il “minestrone del mattino” (un’ottima zuppa di legumi), le frittate, le spianate di pane, le salsicce di bovino, lo yogurt ed il formaggio fresco.
Di fronte all’albergo, all’ora stabilita, ci attende un pulmino per la visita della città: la prima meta è la madrassa Khan, scuola coranica d’epoca safavide (XVII secolo), annoverata nell’elenco dei monumenti nazionali dell’Iran. Attraverso un’oscura anticamera, dotata di una finestra di pietra, si accede al cortile ove crescono varie piante di agrumi e palme da dattero. Anche se la madrassa non è più attiva, si incontrano ugualmente molti religiosi a passeggio: alcuni portano il turbante nero, segno d’appartenenza al clan del profeta Maometto, mentre quelli di altre discendenze indossano il turbante bianco. Le pareti delle mura del cortile presentano una piastrellatura risalente all’epoca cagiara: la datazione è possibile mediante l’analisi dello stile, che reca i motivi e i colori caratteristici dell’epoca, come i disegni floreali e le tonalità rosate. Di ritorno verso la vicina strada principale, acquistiamo frutta fresca e secca: arance, banane e pistacchi per i nostri pranzi al sacco.
La tappa successiva è una casa-museo tradizionale, situata nelle vicinanze. Come spesso accade nei siti d’interesse turistico, anche qui è in vigore la politica del doppio prezzo, che obbliga i turisti stranieri a pagare dalle dieci alle venti volte in più rispetto ai visitatori locali. A noi è accaduto varie volte di dover sborsare 100.000 rial a testa (circa 2 euro), contro i 5000 rial (10 centesimi) dovuti dagli iraniani. È pur vero che, rispetto ai sistemi museali europei, queste cifre paiono esigue, ma la questione di principio non è trascurabile: se il prezzo degli Uffizi fosse fissato a 5 euro per gli italiani e a 100 euro per gli altri visitatori, lo riterreste equo? Il nostro gruppo condanna all’unanimità questa usanza: abbiamo affrontato un viaggio di varie migliaia di chilometri perché siamo amanti della storia e della cultura di questo paese, che dovrebbe essere accessibile a tutti alle medesime condizioni. Non comprendiamo i motivi di questa discriminazione che viene attuata nei nostri confronti e conveniamo di soprassedere alla visita come atto di protesta: «questo prezzo», sentenzia anche la guida, «è giustificato per entrare a Persepoli, ma per un museo come questo è eccessivo». La prossima meta, non lontana, è la moschea di Nasir al-Mulk, risalente alla fine del XIX secolo.
Sul lato nord del cortile si accede alla sala della preghiera invernale, assai raccolta e silenziosa. Nella stagione fredda, questo ambiente viene riscaldato dai raggi solari che filtrano attraverso le vetrate policrome, creando dei giochi di luce assai raffinati, che si riflettono sul pavimento, sulle colonne e sul soffitto. Adesso non è presente nessuno: entriamo scalzi ed in punta di piedi per non turbare la sacralità del luogo. I rumori sono attutiti dagli spessi tappeti su cui i fedeli s’inginocchiano durante la funzione religiosa. Solo un fotografo si aggira per cercare di ottenere, come noi, la prospettiva migliore. Sul lato opposto del cortile, rivolta a mezzanotte, vi è la sala della preghiera estiva, assai più fresca e disadorna, attualmente adibita a sede di un piccolo museo. Da un passaggio su questo lato si può inoltre accedere allo storico pozzo detto “delle vacche”.
Terminata la visita, il pulmino si avvia verso i margini nord-orientali della città, presso la tomba del poeta Saadi. L’arte della poetica in Iran è un fatto di cultura nazionale: molte persone, anche fra il popolo, sono in grado di citare a memoria le strofe degli autori più noti; non solo Saadi, ma anche Hafez, Firdusi, Omar Khayyam, Rumi e molti altri. La letteratura persiana è assai vasta e i generi classici, sviluppatisi a partire dal IX secolo, sono molteplici: dal panegirico all’epica, dal romanzo alla trattatistica, fino alle opere religiose e alla retorica.
Moschea di Nasir al-Mulk, sala delle preghiere invernali
Moschea di Nasir al-Mulk, sala delle preghiere invernali
Il poeta Saadi è annoverato fra i massimi letterati della nazione, tanto da essere ben conosciuto anche all’estero.
Nato a Shiraz nel 1210, fu costretto a lasciare il proprio paese in giovane età a causa dell’avanzata delle orde mongole, che lo indussero a trovare rifugio ad occidente, in Turchia, Siria, Egitto ed Arabia. Dopo il ritiro dei mongoli, viaggiò a lungo in Asia centrale, spingendosi fino in India. Durante gli ultimi anni di vita si ritirò nella propria città natale, ormai pacificata, a scrivere e ad insegnare. Fra le opere più note figurano il Bostan (Frutteto, 1257) e il Golestan (Roseto, 1258): mentre il primo, interamente in versi, tratta principalmente di argomenti attinenti la sfera morale, il secondo è in larga parte in prosa e contiene aneddoti personali e riflessioni sulla natura umana.
Arriviamo dinanzi al mausoleo che, per mancanza di tempo, non possiamo visitare. Alcuni di noi rimangono a bordo del bus, mentre altri si dirigono ad osservarne la struttura dall’esterno: da questa prospettiva spiccano la cupola azzurra e l’antistante porticato, dotato di colonne alte e squadrate.
Riattraversato il viale, non senza una certa difficoltà per via della scarsa dimestichezza di molti automobilisti col codice della strada, proseguiamo in direzione della tomba di Hafez, l’altro grande poeta sepolto a Shiraz.
All’incirca contemporaneo del Petrarca, Hafez è forse l’artista più amato in Iran. Della sua vita poco si conosce: qui nato tra il 1315 ed il 1317, contrariamente al suo conterraneo Saadi, non intraprese viaggi ma spese gran parte della propria esistenza in questa regione, ove morì intorno al 1390. La sua opera principale, il Divan (Canzoniere), ha influenzato per secoli la poetica persiana ed è tuttora uno dei massimi componimenti della letteratura mondiale.
Davanti all’entrata già si incolonnano le persone giunte ad onorare le venerande spoglie. A causa della svalutazione, ad ognuno di noi è assegnato non un semplice biglietto, bensì un intero carnet, la cui somma corrisponde al prezzo fissato per il periodo corrente: probabilmente la settimana prossima, con i nuovi adeguamenti valutari, diventerà ancora più spesso…
Il mausoleo è collocato all’interno di un lussureggiante giardino di pini, cipressi ed arbusti. Una breve scalinata conduce sino al porticato, dove si apre la vista sul padiglione ottagonale centrale, che ospita la tomba del poeta. Questa struttura non è antica, ma è stata costruita nel 1935 dall’architetto francese André Godard: questi fortunatamente non volle stravolgere i canoni dell’architettura tradizionale, né apportò elementi alloctoni all’estetica locale. Il giardino si armonizza efficacemente col monumento, la cui volta reca un mosaico decorato con motivi geometrici di ottima fattura. La copertura di rame, movimentata e ben proporzionata, è stata modellata secondo il gusto dell’epoca cagiara.
In molti si recano qui per tentare una singolare forma di divinazione: secondo una credenza assai diffusa, aprendo a piacere una pagina del divan e leggendone i versi, si riuscirebbe a prevedere il proprio futuro. Questa meta è assai frequentata dagli iraniani, come lo è l’intera città di Shiraz, che viene presa d’assalto durante le festività ufficiali: il giardino è gremito di turisti che passeggiano tra le aiuole, sostano sulle gradinate e scattano fotografie di gruppo.
Dopo qualche istante dedicato a girovagare liberamente, l’itinerario riprende in direzione del mausoleo del Seyyed Aladdin Hussein, discendente del Profeta Maometto. L’Islam sciita è assai incentrato sul culto personale dei santi e dei martiri fin dai tempi dei suoi capostipiti, l’Imam Ali Abu Talib (599–661) e i figli Hassan (625–670) e Hussein (626–680), tutti deceduti di morte violenta a causa delle continue lotte tribali dell’epoca. Lo scisma con la confessione sunnita avvenne pochi anni dopo la morte di Maometto, poiché gli sciiti sostenevano che il potere religioso e quello politico sulla Umma (il popolo dei fedeli) dovessero coincidere nella persona dell’Imam Ali, genero del Profeta, e nei suoi discendenti. Alcune correnti, come quella degli Ismailiti, riconoscono solo sette successori (perciò detti settimani), mentre la corrente principale degli Imamiti, o duodecimana, ne riconosce il lignaggio fino a Muhammad ibn al-Hasan detto il Mahdi. Secondo i credenti, quest’ultimo non sarebbe stato assassinato nel 941, come vorrebbe la storia, bensì avrebbe scelto volontariamente di occultarsi per attendere di riapparire in un’epoca futura ed annunciare il regno dei cieli. I Sunniti invece, sostenuti dal potere politico del califfato Omayyade, divennero numericamente prevalenti e riconobbero nei soli califfi di Damasco la loro autorità. Ne nacque pertanto un conflitto ancora oggi irrisolto sul piano dottrinale, politico e sociale tra le due fazioni: lo sciismo divenne rapidamente la fede delle minoranze, degli emarginati, dei perseguitati e dei mistici, trovando nella regione iraniana un substrato socio-culturale adatto ad accoglierla. Questa forma d’Islam fu inizialmente adottata dagli strati più bassi della popolazione, da sempre insofferente verso i poteri costituiti, per diffondersi in seguito anche nelle altre classi: furono necessari circa nove secoli prima che lo sciismo fosse riconosciuto, ormai in epoca safavide, come religione ufficiale della Persia.
La tomba del Seyyed Aladdin Hussein si presenta dall’esterno come un edificio d’epoca cagiara di grandi dimensioni, ricoperto di piastrelle blu e gialle, sormontato da una cupola slanciata ed incorniciato da due minareti di sezione circolare. In teoria i non musulmani non potrebbero accedere a questi luoghi, ma per gruppi poco numerosi e discreti vengono fatte frequenti eccezioni: in tal caso il custode attenderà da parte dei visitatori una generosa donazione. L’ingresso maschile e quello femminile sono separati già dal cortile, ove le donne sono tenute ad indossare una tunica appositamente fornita dal santuario. Gli uomini non devono presentarsi con pantaloni corti o maglie senza maniche. Le borse e le scarpe vanno depositate nel guardaroba. All’interno del santuario si cammina in silenzio sui tappeti, facendo attenzione a non disturbare le persone raccolte in preghiera. Le pareti e le volte sono interamente ricoperte di mosaici con tessere a specchio, una tecnica che rende la luce delle lampade omnidirezionale e multicolore, con un effetto studiato per simboleggiare la luce divina sul sepolcro del dotto sciita. Un particolare orologio indica a tutti i fedeli le ore canoniche, che variano in base alla durata stagionale del giorno. Il tempo è però tiranno: dopo mezz’ora siamo nuovamente per strada in direzione del centro storico. L’autobus ci lascia nei pressi dell’Arg, da dove prendiamo la direzione del bazar. Dopo un percorso impossibile da ricordare attraverso vicoli e stradine, si giunge presso la moschea dell’Atigh Jame, risalente al IX secolo, una delle più antiche dell’Iran. La struttura attuale, in corso di restauro, risale alla tarda epoca safavide (secoli XVII–XVIII). Tratto caratteristico è costituito dal pregevole edificio della biblioteca presente al centro del cortile (Khodakhaneh). I lavori di restauro vanno però talmente a rilento da sembrare quasi fermi: la stessa moschea pare, se non abbandonata, perlomeno dismessa.
Un forno nei pressi sta sfornando delle lunghe e morbide schiacciate di pane. Cogliamo l’occasione per fermarci a pranzare velocemente, in piedi: un pane può essere lungo mezzo metro o anche più, ed è sufficiente per sfamare varie persone. Da qui s’intravede la cupola del vicino santuario di Shah Cheragh, costruito nel XIII secolo, con struttura attuale d’epoca cagiara. Esso conserva le spoglie di Ahmad (qui assassinato nell’835) e Muhammad, figli di Musa al-Kadhim e fratelli dell’Imam Ali Reza. L’ingresso è vietato ai non musulmani: si dice che qualche gruppo sia riuscito ad accedere con discrezione, ma noi non abbiamo avuto modo di visitarlo all’interno.
Da questo punto si procede nuovamente attraverso il bazar, che nelle sue parti più antiche presenta una singolare architettura: in alcuni tratti le volte di mattoni che ne costituiscono il soffitto sono dotate di un pertugio al centro, in modo da far penetrare la luce solare all’interno senza riscaldarlo eccessivamente. Lungo il percorso si trovano alcuni caravanserragli ben conservati, fra cui spicca il Serai Mushir, un ampio cortile su cui s’affacciano degli edifici a due piani che chiudono la struttura sui quattro lati. L’ingresso ha un proprio cancello che viene chiuso sul far della sera, isolando il serraglio dal resto del bazar. Al pianterreno trovano posto le botteghe ed i magazzini, mentre il piano superiore, oggi assai meno utilizzato, era un tempo adibito alle abitazioni.
La vicina moschea del Vakil (ovvero “Reggente”, titolo che il sovrano Karim Khan attribuì a se stesso in luogo di quello più impegnativo di Scià), fu costruita tra il 1771 ed il 1773 e restaurata nel XIX secolo. Presenta un’estensione di quasi 9000 m² ed è dotata di due soli iwan (portali) anziché dei consueti quattro. Anche qui il vasto cortile è attualmente soggetto a lavori di restauro. Interessanti sono i decori e le piastrellature d’epoca cagiara che lo ornano. La parte più notevole è però forse lo Shabestan, una sala per le preghiere al coperto di 2700 m² d’estensione, sostenuta da 48 colonne tortili recanti capitelli di foglie d’acanto. All’interno è collocato un mihrab (pulpito orientato in direzione della Mecca) ricavato da un blocco unico di marmo dell’Azerbaigian.
A metà pomeriggio il gruppo si divide ed ognuno è libero di proseguire la giornata secondo i propri itinerari. Rimasti in due, ci dirigiamo verso la fortezza, che è fortunatamente aperta al pubblico. La costruzione fu completata tra il 1766 e il 1767 dal sovrano Karim Khan della dinastia Zand, nel tentativo di contrastare il potere della città rivale di Esfahan. All’interno si rivela un lussureggiante agrumeto inframmezzato da una lunga fontana, dotata di più di venti zampilli. Qui, seduti su un gradino all’ombra delle mura, troviamo un attimo di ristoro nel sorseggiare una bibita acquistata presso un vicino negozio. Ci intratteniamo ancora un po’ presso il piccolo museo storico della città. Sono inoltre presenti numerose botteghe artigiane, dove alcuni maestri sogliono lavorare il metallo, l’avorio, le pietre dure ed altri materiali con grandissima perizia. Uno di essi sta intarsiando una scatoletta e, vedendo il nostro interesse, ci illustra volentieri la sua tecnica. Se desiderate acquistare qualche oggetto, considerate che in questa sede gli spazi di manovra per un’eventuale contrattazione sono piuttosto scarsi: come regola generale, la possibilità di trattare è inversamente proporzionale alla qualità della merce in vendita.
All’uscita dalla fortezza avremmo voluto visitare il museo regionale di storia del Fars: purtroppo anche qui agli stranieri è richiesta una cifra di venti volte superiore rispetto a quella prevista per gli iraniani. L’irremovibilità del custode di fronte alle nostre osservazioni sulla disparità di trattamento ci ha indotto a soprassedere alla visita, non di grandissimo interesse. Al contrario invece, in molti altri luoghi ci è stato concesso un generoso sconto pagando, ad esempio, un solo ingresso per due persone.
Il bazar di Shiraz
Il bazar di Shiraz
Dopo un’altra ora passata a peregrinare nel bazar tra rigattieri e caravanserragli, il pomeriggio volge al termine, e la stanchezza per la lunga giornata inizia a farsi sentire. La panca di pietra sulla piazza dell’Hammam ci accoglie nuovamente per sostare ad osservare la gente che passa. Nessuno viene ad importunarci, né ci lancia occhiate o tenta di venderci qualcosa: ognuno prosegue intento nel proprio daffare. Non si vedono mendicanti, né quelle torme di sfaccendati che sono assai comuni a vedersi in altri paesi del Medio Oriente. Le città, né ricche né povere, sono costituite perlopiù da anonimi edifici di cemento e sono mediamente pulite, a volte più di alcune loro sorelle europee. Dobbiamo inoltre capacitarci, di fronte ai fatti, che questo paese è assai differente da come lo descrivono i mezzi mediatici internazionali: prima del nostro arrivo immaginavamo che la polizia fosse appostata ovunque dietro gli angoli delle strade, intenta a controllare l’abbigliamento ed il comportamento dei passanti. Pensavamo che i turisti avrebbero dovuto esibire ripetutamente il passaporto alle milizie: invece i documenti sono sempre rimasti in custodia presso gli alberghi, ed altrove nessuno li ha mai richiesti. Qualche volta abbiamo anche visto all’opera le forze di sicurezza, indaffarate… a dirigere il traffico nei centri cittadini! Le moschee, tralasciando quelle storiche, sono piccole e defilate, spesso senza minareti. Gli onnipresenti richiami alla preghiera degli altri paesi musulmani quasi non si odono. Anche l’obbligo del velo non è così restrittivo come si potrebbe supporre: nei centri più grandi, per le giovani donne si riduce ad un semplice foulard, non di rado colorato e vivace, portato in modo da lasciare scoperta gran parte della capigliatura senza infrangere le legge. In sostanza, il lungo velo nero (chador), che gli europei associano all’immagine dell’Iran, assume qui una connotazione di tradizionalismo culturale, di cui la religione è solo un fattore subordinato. A Tehran, come anche in altre città “progressiste”, quasi non vi è ragazza che esca di casa senza una buona dose di trucco: fondotinta, rossetto acceso ed eye-liner sono praticamente obbligatori. Presso il pubblico femminile riscuote grande successo anche la chirurgia plastica, particolarmente quella relativa al setto nasale, per la quale è assai frequente scorgere degli improbabili nasi “alla francese” su dei volti sinceramente persiani. Talvolta il chirurgo ha la mano poco felice, lavorando eccessivamente di lima e riducendo il povero naso ad un piccolo spuntone spigoloso ed appuntito, di forme del tutto innaturali.
Sono trascorsi oltre trent’anni dai tempi della Rivoluzione Khomeinista, periodo nel quale l’Iran non è rimasto immobile: anche se ha conservato le istituzioni del proprio regime, nel frattempo sono invecchiate le vecchie generazioni e se ne sono affacciate di nuove sulla scena sociale. Come esempio analogo si può citare la Cina, che non è più quella dei tempi di Mao. In secondo luogo, l’immagine che noi cosiddetti “occidentali” (europei, americani) abbiamo di questo paese, deriva in larga parte dall’opera di molti esuli e dissidenti che fuggirono negli anni successivi al 1979: costoro, in genere ex fedeli della monarchia pahlavide, propugnano ancora oggi nelle loro opere letterarie e cinematografiche una visione del tutto anacronistica, avendo ormai perso il contatto con la realtà della loro patria. A prima vista invece, l’Iran appare oggi come un paese assai più laico e moderno rispetto a molti altri della regione mediorientale. La sfera della politica internazionale risulta assai distante dal cittadino comune, che preferisce concentrarsi sui problemi quotidiani anziché ascoltare i proclami del clero e del governo, o preoccuparsi del programma nucleare. «In questo momento ciò che preoccupa realmente il popolo», afferma la guida, «non è tanto la politica, quanto la crisi economica che affligge la vita delle famiglie».
Le sanzioni hanno fiaccato l’economia per anni, cogliendo il paese impreparato all’arrivo della depressione globale, che non ha risparmiato neppure quest’angolo di mondo, causando l’inflazione ed il brusco aumento del prezzo del petrolio, che in precedenza era sempre stato convenientissimo. In tal modo l’apparato produttivo iraniano, già di per sé vetusto e sofferente per via della congiuntura internazionale, è stato ulteriormente soffocato.
È tempo di rientrare in albergo per una doccia prima di recarci in taxi al ristorante, piuttosto lontano ma eccellente. Le portate non variano rispetto alla sera precedente: tutti i locali servono pressappoco le stesse pietanze. Il percorso del ritorno è movimentato per via del disgraziato stile di guida del nostro tassista. Arrivati incolumi alla meta, rimane ancora un po’ di tempo per studiare il programma dell’indomani, che prevede 450 chilometri di tragitto verso nord-est fino a Yazd, con numerose tappe intermedie.

18 marzo. Vestigia di antichi imperi

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Sveglia presto questa mattina: alle sette l’autobus che ci accompagnerà fino a Tehran, al termine di questo viaggio, sta già attendendo dinanzi all’albergo. Chi fra noi è già sceso nella hall ne approfitta per navigare su internet e leggere la posta elettronica dal computer messo a disposizione degli ospiti.
Riguardo all’Iran si sente talvolta parlare di censura del web: noi non abbiamo però riscontrato alcuna restrizione nell’accesso ai servizi informatici. Anche i siti italiani considerati «poco sopportabili» (sic!) dal governo iraniano, come quelli dell’ANSA o de “La Repubblica”, sono sempre stati fruibili ovunque senza limitazioni. Intanto dall’Italia giungono notizie politiche poco incoraggianti: dopo i risultati delle elezioni (2013, N.d.A.), si vocifera di un governo già morto prima ancora di nascere. Poco importa, al nostro ritorno ci aggiorneremo, adesso invece urge partire. Questi fatti, visti da qui, paiono piccoli e lontani.
L’autobus, un grosso catorcio di fabbricazione cinese, si avvia arrancando sul pendio verso il limitare nord della città: qui si oltrepassa la porta detta “del Corano” per via di una copia storica, contenuta al suo interno, del libro sacro ai maomettani. Poi, attraversata una dorsale dei monti Zagros ed iniziata la discesa verso la zona subdesertica, il veicolo prende (si fa per dire) velocità, arrivando a sfiorare gli 80 chilometri l’ora. Raggiunta la piana è d’obbligo un momento di sosta per sgranchirsi le gambe e per acquistare frutta fresca in un mercato ai margini della strada. Dopo un’ora ulteriore di viaggio si arriva alla città di Marv-e dasht, nei cui pressi sono situate le rovine di Persepoli, la capitale cerimoniale dell’impero achemenide, iscritta nel patrimonio mondiale dell’UNESCO. Persepoli fu edificata a partire dal 515 a.C., quando Dario I decise di trasferire qui la propria sede ufficiale da Pasargad. La città fu adibita per circa duecento anni alle celebrazioni civili e religiose dell’impero, non formando però un centro abitato vero e proprio: in questo luogo il sovrano achemenide usava solamente concedere le udienze e ricevere le ambascerie, ma la corte non vi dimorava in maniera stabile.
Raggiunto il parcheggio, da un’ampia spianata si accede all’ingresso principale del sito archeologico, preceduto da una scalea di pietra. In cima ad essa troneggia la Porta delle Nazioni, che costituisce l’ingresso monumentale di Persepoli sul lato ovest. La struttura delimita una sala quadrangolare di circa 25 m di lato, la cui volta era sostenuta da quattro possenti pilastri: dinanzi ad essi sono collocate le statue dei lamassi, esseri con il corpo di animale e la testa umana, recanti le fattezze dell’imperatore. Proseguendo la visita in senso orario s’incontrano vari reperti ben conservati, fra cui alcuni capitelli a forma di grifone e di toro: in questi esempi d’arte classica persiana si può riscontrare un alto grado di stilizzazione e linearità, che ancora oggi è ritenuto di gusto assai moderno. La vicenda di Persepoli, riscoperta solo in tempi recenti, ha inoltre consentito di preservare molti capolavori: dopo secoli di relativo abbandono, negli anni ’30 del XX secolo gli archeologi Ernst Herzfeld ed Erich Schmidt avviarono la prima campagna scientifica di scavi, riportando alla luce numerose opere rimaste sepolte sottoterra. Persepoli non sorse agli albori della dinastia achemenide, bensì durante il suo apogeo: nei monumenti si può già riscontrare una certa contaminazione di stili, dovuta ai contatti culturali con le estreme propaggini dell’impero; a titolo d’esempio si possono citare l’introduzione della scanalatura delle colonne, di derivazione greca, e l’adozione dei capitelli a forma di loto, d’ispirazione indiana. Poco oltre si raggiunge l’Apadana, il palazzo più ricco e sontuoso di Persepoli, che ospitava la sala delle udienze del sovrano. Il fronte della scalea reca una serie di finissimi bassorilievi, fra i maggiori esempi dell’arte achemenide a noi pervenuti: il tema principale si compone di una teoria di dignitari e tributari nell’atto di recare omaggi all’imperatore. Fra i popoli sottomessi, dall’analisi dei tratti iconografici si possono distinguere medi, elamiti, parti, battriani, gandhari, babilonesi, arabi, egiziani, greci, sciti, traci e molti altri. Per dimostrare la propria lealtà, ogni delegazione porta munifici doni quali montoni, tori, cammelli, incenso, spezie, vino, unguenti, metalli preziosi, monili e pietre dure. Primi fra tutti spiccano i guerrieri e i notabili persiani, padroni di casa, facilmente distinguibili dal copricapo cilindrico. La grande sala quadrata dell’Apadana misura all’incirca 60 metri di lato, e un tempo presentava 72 colonne con capitelli di forma taurina, in gran parte andati perduti. Numerose iscrizioni in caratteri cuneiformi corredano le opere figurative con editti reali e proclami rivolti ai posteri. In uno di essi si legge: «Dario, grande re achemenide, re dei re, re delle nazioni, figlio di Istaspe, costruì questo palazzo». Sopra molti frontoni ed architravi si distingue il Faravahar, sacro simbolo del culto mazdeista: di questa religione tratterò più diffusamente in seguito, descrivendo la visita al tempio del Fuoco di Yazd. Assai diffusa è anche la rappresentazione del leone che azzanna il toro: alcuni storici la interpretano in modo strettamente religioso, ritenendo che il leone simboleggi la divinità benigna Ahura Mazda nell’atto d’attaccare Ahriman, lo spirito del male. Altri invece propendono per un’interpretazione più ritualistica, identificando in essa il simbolo del Nowruz, il capodanno persiano, con l’allegoria dell’anno nuovo che annienta quello vecchio.
Persepoli
Persepoli
Proseguendo lungo il percorso, sul lato meridionale sorgono i resti dei palazzi di Dario e Serse, mentre sul lato orientale trova posto la sala del trono, conosciuta anche come “sala delle cento colonne”. Più ad est ancora, inizia la salita sui pendii rocciosi circostanti che ospitano alcune tombe reali: da questo luogo la vista si apre su tutto il sito archeologico e sulla pianura circostante, piuttosto brulla e sfruttata mediante un’agricoltura di tipo estensivo. L’unica macchia d’alberi presente nei dintorni è un bosco artificiale, piantato nel 1971 per proteggere dal sole la tendopoli che ospitò gli invitati alle celebrazioni dei 2500 anni dell’impero persiano. In quell’occasione lo Scià Mohammed Reza Pahlavi volle stupire i sovrani e i delegati stranieri con alcuni giorni di festeggiamenti, rappresentazioni storiche e raffinati banchetti, conclusi con un grandioso spettacolo di suoni, luci e fuochi d’artificio. A testimonianza di ciò rimane solamente qualche struttura arrugginita in mezzo alla pineta.
Prima di riprendere la strada vi è ancora il tempo d’inviare alcune cartoline, che sono arrivate a destinazione ben dopo di noi.
La vicina Naqsh-e Rostam (la “e” non è congiunzione, bensì genitivo, in conformità ad antiche regole indoeuropee) si annuncia dopo una ventina di minuti di viaggio con una grande rupe calcarea, ove spiccano gli ingressi di quattro tombe monumentali d’epoca achemenide, appartenute a Dario I, Serse, Artaserse e Dario II. La loro costruzione richiese un periodo probabilmente non inferiore ad un secolo. Il luogo conserva inoltre dei notevoli reperti appartenenti ad un’altra epoca, quella sasanide (sec. III–VII), consistenti in alcune grandi sculture rupestri. La più rilevante riguarda un episodio tanto glorioso per la storia persiana, quanto triste ed avvilente per la nostra: nel terzo secolo, mentre la potenza sasanide era al proprio apogeo, l’impero romano attraversava la peggiore crisi che si fosse verificata fino ad allora. Dopo l’estinzione della dinastia del Severi, la frammentazione politica e territoriale che ne derivò fu foriera della nomina d’una serie d’imperatori incapaci, che non seppero unire alle ormai anacronistiche ambizioni militari una politica che assicurasse loro la pace interna. Filippo l’Arabo, dopo la morte in battaglia del predecessore Gordiano, negoziò coi Sasanidi una pace sfavorevole che fu assai criticata dai suoi contemporanei romani.
Qualche anno più tardi, Valeriano fu addirittura catturato dal re Sapore (Shapur), trovando la morte in terra straniera. Il bassorilievo alla base della necropoli rappresenta il trionfo di Sapore sui due imperatori romani: Valeriano in catene e Filippo l’Arabo nell’atto di sottomettersi al re sasanide.
Il nome del sito, che significa “Immagine di Rostam”, rimanda alla figura del mitico eroe persiano narrato da Firdusi nello Shahnameh, da sempre associato dalla fantasia popolare a queste possenti figure equestri.
Poche decine di metri verso ovest s’incontra l’edificio quadrangolare noto come “Kaaba di Zoroastro”, risalente al V secolo a.C., probabilmente adibito a luogo di culto: si tratta di uno degli edifici meglio conservati dell’epoca achemenide. Dopo un millennio e mezzo di esistenza, la sua base si trova ormai qualche metro sotto il livello del suolo.
L’ultimo punto d’interesse di Naqsh-e Rostam è costituito dal bassorilievo dell’investitura del re Ardashir da parte del dio Ahura Mazda: entrambe le figure presentano tratti iconografici simili e paiono assumere una posizione quasi paritetica. In tal modo il sovrano evidenziava le proprie prerogative divine secondo una strategia di propaganda assai moderna, volta a suscitare l’ammirazione ed il timore del popolo.
Un’altra ora di viaggio è necessaria per raggiungere Pasargad attraverso un brullo paesaggio di colline rocciose, intervallato qua e là da campi e cittadine. A metà percorso, raggiunto un centro di medie dimensioni, l’autobus si ferma per una breve pausa pranzo, consumato con pane e frutta secca acquistati sul luogo.
Il clima è caldo ma non insopportabile, con il cielo costellato di soffici nuvole che a tratti lasciano trasparire una luce solare assai vivida. Pasargad fu la prima capitale dell’impero persiano dal 546 a.C., sorta entro un’ampia pianura ricoperta solamente di erbe e cespugli. Dal terreno spuntano ancora pezzi di capitelli e di mura perimetrali degli antichi palazzi. Le rovine presentano le caratteristiche dell’arte achemenide degli inizi, con le colonne lisce e prive di scanalature. Il sito è diffuso su un’area assai vasta ed è necessario percorrere lunghi tratti a piedi tra un punto d’interesse e l’altro. Qui si conserva inoltre una statua di Ciro il Grande di gusto spiccatamente egiziano con qualche elemento babilonese, donata al sovrano dal popolo ebraico, riconoscente per la liberazione da Babilonia ad opera delle armate persiane nel 538 a.C. Il monumento principale di Pasargad è la tomba di Ciro, che si erge squadrata e possente come un monolito sulla piana circostante. Narra la leggenda che, all’arrivo degli invasori musulmani nel VI secolo, gli abitanti locali vollero proteggerla asserendo che fosse la tomba della madre di Salomone anziché quella di un re pagano. Probabilmente sotto l’erba di questa landa rimane ancora molto da scavare; sul luogo incombe però la pesante minaccia della costruzione del bacino idroelettrico di Sivand che, se realizzato, sommergerebbe buona parte della zona archeologica, per un totale di oltre cento siti che andrebbero definitivamente perduti. Attualmente sono al lavoro alcune squadre di archeologi provenienti da varie parti del mondo, per tentare di portare alla luce quanto possibile prima che si creino danni irreparabili. I notevoli ritrovamenti stanno però ritardando i lavori della diga, inducendo qualcuno a sperare che si fermino del tutto. Anziché perseguire la costruzione di queste “grandi opere”, figlie della retorica di qualche decennio fa, sarebbe invece auspicabile lo sviluppo del turismo culturale mediante l’istituzione di un “distretto archeologico”, che potrebbe facilmente comprendere i siti di tutta l’area, da quelli maggiori a quelli minori tuttora in scavo. La politica rimane però sorda a queste istanze.
Dignitari assiri in un rilievo di Persepoli
Dignitari assiri in un rilievo di Persepoli
È già tardo pomeriggio ed abbiamo davanti ancora parecchie ore di viaggio: molti di noi ne approfittano per assopirsi durante il tragitto attraverso il deserto roccioso. Io non ho sonno e rimango ad osservare il paesaggio fuori dal finestrino, scattando di tanto in tanto qualche fotografia. In Iran le strade sono generalmente ben tenute e non destano eccessivi problemi di buche e sobbalzi. La superstrada che stiamo percorrendo è dotata di due corsie per senso di marcia, corsia d’emergenza e guardrail. Le barriere laterali sono quasi prive d’utilità: grazie all’abbondanza di spazio, il distanziamento tra i due sensi non è mai inferiore ad una ventina di metri.
Dopo circa sessanta chilometri si lascia la strada n.65 per la n.78 in direzione nord-est. Sul far del tramonto raggiungiamo Abarkuh, cittadina nota per le antiche cisterne dell’acqua dotate di copertura in laterizi e per il suo imponente cipresso di 400 anni d’età (c’è chi, poco realisticamente, dice 4000). Mentre la luce diurna va affievolendosi, il fresco investe l’atmosfera, costringendo tutti a dotarsi d’un abbigliamento più pesante.
Ormai la stanchezza inizia a farsi sentire, la notte sta calando ed ancora 150 chilometri ci separano dalla meta. Già in vista di Yazd, l’autista si accorge d’aver saltato per errore il posto di blocco obbligatorio: quasi un’ora è spesa per tornare indietro a convalidare l’itinerario. Ogni autobus di lunga percorrenza è tenuto a rispettare una tabella di marcia assai restrittiva, che viene controllata dalla polizia all’entrata e all’uscita dalle città, per impedire che gli autisti guidino più del consentito.
I mezzi sono dotati di rilevatore tachimetrico e di ricevitore satellitare: dall’analisi del tracciato GPS, se la lunghezza del tragitto oppure la velocità media non sono conformi alla legge, al conducente viene automaticamente inflitta una multa salatissima che include, nei casi più gravi, il ritiro della patente.
Sono ormai le dieci di sera: inutile passare a depositare i bagagli in albergo ed allungare ulteriormente i tempi. Raggiungiamo direttamente il ristorante, già in attesa del nostro arrivo da due ore. La cena a buffet è assai ricca di carni, spiedini, riso, legumi e verdure. Gli altri avventori non sono ancora del tutto scemati ma, con il passare del tempo, la sala si svuota progressivamente.
Il tragitto del ritorno è anch’esso difficoltoso per via del traffico intenso dovuto ai giorni di festività. All’entrata dell’hotel Dad è presente un tavolo che reca i sette simboli di buon auspicio del capodanno: germogli di frumento, minestra d’orzo germogliato, frutti secchi d’olivastro, aglio, mele, bacche di sommacco ed aceto. Completano la composizione specchi, candele, uova dipinte, acqua di rose, pesci rossi, giacinti, tulipani ed altri oggetti. Nella sala attigua è in corso un banchetto nuziale: qualcuno di noi si sporge dalla porta per osservare la scena e viene subito invitato a sedersi al tavolo per consumare un po’di pietanza. Le camere, ampie e pulite, sono un vero ristoro dopo le fatiche della giornata. Peccato che sia già mezzanotte: come di consueto domani è prevista una levata di buon’ora.

19 marzo. Da Yazd ad Esfahan: l’Iran del deserto

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Mi sveglio la mattina dopo un sonno profondo: inutile aggiungere che avrei riposato ancora volentieri per qualche istante. Colazione con una scodella di minestrone, yogurt bianco, qualche dattero e una tazza di caffè.
La prima meta della giornata, raggiunta sotto un cielo piuttosto grigio, sono le Torri del Silenzio (dakhma), imponenti strutture di pietra edificate ai margini della città. Entro il loro perimetro, gli zoroastriani solevano esporre i cadaveri alla mercé degli avvoltoi nel corso del loro funerale celeste, rituale che presenta molte similitudini con quello tradizionale tibetano. Sotto altri punti di vista, i due culti divergono però notevolmente: in Tibet il funerale celeste traeva origine dalla natura geografica del luogo, caratterizzato da un suolo prevalentemente roccioso e congelato per buona parte dell’anno, che rendeva difficoltose le sepolture; le cremazioni non erano invece possibili per via dell’esiguità di legname. I fedeli di Zoroastro ritenevano invece che il corpo del defunto non dovesse venire a contatto con la terra, considerata sacra, né potesse essere cremato, poiché il sacro fuoco sarebbe stato contaminato dalle spoglie impure.
Nel XX secolo il funerale zoroastriano era ormai in declino, quando negli anni ’70 una legge lo proibì del tutto: i pochi seguaci di questo culto hanno ora adottato sia la sepoltura, sia la cremazione. Fuori dall’Iran rimangono ancora alcuni nuclei di tradizionalisti, dislocati soprattutto nel subcontinente indiano, che continuano ad utilizzare le loro torri del silenzio.
Nell’area, assai vasta ed inserita in un contesto desertico, sono presenti un piccolo villaggio disabitato e due colline brulle, su cui si ergono le torri: una riservata alle donne e l’altra agli uomini. Al nostro arrivo il recinto esterno è ancora chiuso: dobbiamo attendere i custodi presso un vasto piazzale polveroso. Nel frattempo l’autista se n’è andato, chissà dove, con l’autobus carico dei nostri bagagli… tornerà?
Dal villaggio, che ospita le rovine di alcune strutture tipiche dell’architettura del deserto, come gli ab anbar, cisterne sotterranee provviste di torri d’aerazione, si prosegue a piedi fino alla collina più bassa, sede della torre delle donne.
Salendo sul clivo, la vista si apre sulla città di Yazd (ab. 423.000, alt. 1200 m) e sui dintorni aridi e rocciosi. S’intravede anche il recinto del nuovo cimitero, ove i morti vengono ormai seppelliti da alcuni decenni. Le torri presentano una pianta circolare, e sono delimitate da uno spesso muraglione di pietra e fango; il pavimento interno è ricoperto da un selciato su cui venivano deposti i cadaveri. Al centro vi è una fossa di scolo, che raccoglieva i resti del lavoro dei saprofagi, anche se al giorno d’oggi non è più visibile nulla poiché tutto è stato rimosso: se non se ne conoscesse la destinazione d’uso tramite le testimonianze storiche, queste costruzioni parrebbero fortezze.
Lascio scemare il gruppo verso la pianura e rimango in solitudine qualche istante: il vento, le rocce, la fine dell’esistenza. «Ognuno sta solo sul cuor della terra», scriveva Quasimodo: in questo luogo tali parole paiono più vere che altrove. Ad un tratto, con uno sguardo all’orologio, mi accorgo di dovermi affrettare per raggiungere gli altri. Scendendo, scorgo gli altri compagni di viaggio a fil di cielo sull’altra collina, già di ritorno dalla torre degli uomini, una struttura assai simile ma più diroccata della precedente.
La mattinata prosegue nell’ambito della cultura zoroastriana con la visita al tempio del Fuoco (Atashkedh) di Yazd, fra i principali luoghi di culto che questa fede abbia conservato fino ai nostri giorni. La struttura attuale risale al 1932 ma la fiamma che vi arde all’interno è assai più antica, con 1500 anni di vita alle spalle. Si tratta dell’unico Atash Behram (Fuoco della Vittoria) presente in Iran, caratterizzato dal massimo grado di sacralità, derivante dall’unione di sedici fuochi di diversa provenienza, che includono il fulmine, la pira funeraria, vari tipi di fornaci e di bracieri. Un passaggio del libro sacro dell’Avesta recita: «annuncio questa offerta a te, o fuoco, figlio di Ahura Mazda, insieme a tutti i fuochi, alle acque pure e alle piante create da Mazda» (Yasna, I, 12). Gli altri otto templi di questo tipo sopravvivono invece tutti in India.
Yazd, Torre del Silenzio
Yazd, Torre del Silenzio
Da un ampio cortile, dotato di una fontana nel centro, si accede al porticato dell’edificio, che presenta uno stile assai sobrio. Sul frontone figura il Faravahar, sacro simbolo della fede zoroastriana. Questo culto di origini antichissime trae il nome da Zoroastro (o Zarathustra), personalità vissuta intorno al VI secolo a.C. tra la Persia orientale e la Battriana. Quell’epoca fu foriera di un grande fervore filosofico e religioso in tutta l’Asia centrale: molti erano i riformatori che predicavano il rinnovamento dei vecchi culti indoeuropei. Fra i contemporanei di Zoroastro, in India era attivo Buddha, impegnato a divulgare la propria teoria della Liberazione dalle cose terrene, ed a scalzare il predominio della casta brahmanica nella sfera religiosa. L’opera di Zoroastro fu invece volta alla trasformazione dei culti autoctoni in un sistema di pensiero più organico: egli operò una polarizzazione focalizzata su due principi basilari, del bene e del male, identificati nelle divinità di Ahura Mazda ed Angra Mainyu (Ahriman). Lo zoroastrismo (anche detto mazdeismo) si sviluppò sull’idea, rintracciabile nei testi dell’Avesta, della contrapposizione tra queste due forze primigenie, con la promessa che alla fine dei tempi, dopo una lunga lotta, il bene avrebbe finalmente prevalso sul male. In epoche più tarde questa teoria si radicalizzò ulteriormente, escludendo gli aspetti estranei al dualismo bene/male, portando alla fondazione di una corrente autonoma che prese il nome di manicheismo. Entro tali paradigmi non è difficile riconoscere le basi dottrinali che contribuirono alla definizione delle tre grandi religioni monoteistiche: l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam. La storia volle però che, con l’arrivo delle armate musulmane in territorio persiano (VII sec. d.C.), il mazdeismo fosse progressivamente perseguitato e scoraggiato. Oggi questo culto è praticato nel mondo da circa un milione di persone, e la sua eredità culturale è assai vasta: nel Medio Oriente, in Asia Centrale e nel subcontinente indiano sono numerosissime le persone, anche di altre religioni, che tuttora festeggiano il capodanno secondo l’antico rito del Nowruz.
La fila per entrare nel tempio è lunga. Transitiamo velocemente di fronte al braciere del fuoco sacro, protetto da una spessa barriera di vetro, e lasciamo immediatamente il posto agli altri pellegrini, che già s’accalcano alle nostre spalle con le macchine fotografiche. L’osservanza indiana per i templi di questo rango è invece assai differente: l’accesso ai non zoroastriani è proibito, mentre il luogo dove si custodisce la fiamma è tenuto completamente all’oscuro.
Da qui raggiungiamo con l’autobus il centro storico della città fino alla piazza di Amir Chakhmagh, che prende il nome dalla moschea situata sul suo lato sudorientale. Questo complesso d’epoca timuride (XV secolo) presenta una facciata di oltre 50 metri di lunghezza con tre piani, due alti minareti e numerose arcate illuminate di notte dalla luce artificiale. Sotto ad esse hanno trovato rifugio numerosi profughi afghani ed iracheni nel corso delle recenti guerre, le cui comunità si stanno lentamente integrando nel tessuto sociale urbano.
Osservando le decorazioni degli edifici civili e religiosi, si può notare che ogni città vanta una propria tonalità di blu: quello di Yazd tende al verde acqua, mentre quello di Shiraz presenta riflessi d’ametista e quello di Esfahan è più scuro e brillante. Il blu di Yazd si sposa tradizionalmente col marrone chiaro delle terre locali.
A lato della piazza è collocato il nakhl, grande struttura lignea che viene mobilizzata da parecchie persone durante l’Ashura, la festa sciita celebrata in memoria del martirio dell’Imam Hussein e dei suoi seguaci. Sul lato opposto invece, oltre la trafficata via intitolata all’Imam Khomeini, è presente l’ingresso del museo dell’acqua di Yazd. Le popolazioni del deserto hanno da sempre sfruttato ogni fonte idrica a loro disposizione, arrivando a creare dei veri e propri capolavori d’ingegneria con scarsi mezzi d’opera: questo museo vuole ricordare la fatica ed il merito di tutti quegli uomini che, nel corso dei secoli, hanno permesso alla città di svilupparsi dal nulla. Uno stretto passaggio conduce, dopo qualche gradino in discesa, ad un cortile dove sono esposte varie attrezzature di pompaggio, oltre a giare di terracotta per il trasporto dell’acqua sulla breve distanza. All’interno, l’esposizione prosegue con le tecniche ed i materiali di scavo dei qanat, i canali sotterranei che convogliano l’acqua verso la città, dalle sorgenti poste anche a molti chilometri dall’agglomerato urbano. Infine, al livello inferiore dell’edificio, scesa un’ulteriore rampa di scale, ci si può avvicinare all’imbocco di un tunnel per sbirciarvi all’interno: le dimensioni sono ridottissime, appena sufficienti al passaggio del minatore. Alcuni di questi qanat sono tuttora funzionanti e continuano ad alimentare l’acquedotto della città.
Dopo la visita al museo ci si addentra nel centro storico: la principale moschea di Yazd è quella del Jameh (Venerdì), che si annuncia con un portale piastrellato, coronato dai due minareti più alti dell’Iran. Nella piazza antistante trova posto un mercato, rifornito di vari articoli: dalle derrate alimentari fino alle scarpe ed all’abbigliamento. Nel cortile interno invece, riservato alla preghiera e ricoperto di tappeti, vi è l’accesso alla parte interna della moschea, finemente rivestita di mosaici policromi e dotata di un mihrab di notevole fattura, risalente al 1365. Da questo punto si può apprezzare meglio il complesso, edificato in stile Azero tra il XII e il XIV secolo. Molte persone, incuriosite dalla presenza di turisti stranieri, si avvicinano a scambiare qualche parola in un inglese piuttosto sgangherato. I sentimenti sono in genere di rispetto e curiosità, ma quando si cita l’Italia… è necessario essere preparati a qualche inevitabile allusione ad un certo nostro ex presidente del Consiglio e al suo «bunga-bunga», stereotipo ormai diffuso quanto «mafia-pizza-mandolino-osolemio»! Clichés a parte, non v’è certo disinformazione rispetto a ciò che accade nel mondo: parlando con la gente del posto, sono venuto casualmente a sapere che la moglie del comico e politico Beppe Grillo è iraniana, fatto qui largamente noto, che personalmente ignoravo.
Da questo punto ci si inoltra nel dedalo di vicoli e stradine della città vecchia: gli edifici sono tutti costruiti in fango, pietra e mattoni e, nonostante le piogge scarse, tendono a deteriorarsi velocemente per via del vento e dell’incoerenza dei materiali. Le porte di alcune case presentano due batacchi simili, ma non identici: uno è riservato alle donne e l’altro agli uomini, in modo da stabilire a priori il genere del visitatore. A seconda dal suono, ad aprire la porta di casa sarà la moglie o il marito. Yazd, città tradizionalista, mantiene ancora vive molte antiche usanze, che altrove parrebbero anacronistiche.
Anche l’abbigliamento è piuttosto conservatore; non è infrequente incontrare donne vestite col chador, il lungo velo nero che lascia scoperto solo il volto. Un’altra particolarità architettonica è costituita dalla presenza dei bad gir, torri d’aerazione che fanno fluire l’aria dall’esterno delle case verso i cunicoli sotterranei dei qanat. Nelle condotte forzate la corrente si raffredda, affluendo alle case per mezzo della depressione creata dalle torri, che fungono da tiraggio: un efficace sistema di condizionamento ante litteram.
Più avanti si raggiunge il perimetro della cosiddetta “prigione di Alessandro Magno”, con la sua cupola a tamburo ottagonale. L’edificio servì, secondo la leggenda, al grande condottiero macedone per detenere i suoi oppositori, ma non è in realtà così antico, poiché si tratta di una scuola coranica risalente al XV secolo. Nei pressi è conservata la “tomba dei 12 Imam”, di cui un’iscrizione esterna riporta i nomi: com’è ovvio, nessuno di essi riposa in questo sepolcro, che ha solamente la funzione di cenotafio.
Intanto un bambino è seduto sulla soglia della propria casa, intento a controllare due pulcini che altrimenti fuggirebbero chissà dove: un attimo immortalato al volo in uno scatto fotografico del tutto fortuito ed inaspettato. Il nucleo antico della città pare sopravvissuto ai secoli, ed è probabilmente rimasto tale dai tempi in cui vi sostavano i mercanti in transito sulla via della Seta.
Nel 1298 Marco Polo ne scrisse: «Iadis è una cittade di Persia molto bella, grande, e di grandi mercatantie. Quivi si lavora drappi d’oro e di seta, che si (chi)ama ias[d]i, e che si portano per molte contrade. Egli adorano Malcometto» (Il Milione, cap. XXXIII, «Della città di Iadis»).
Rimane ancora un’ora prima di riprendere la strada verso altre mete. Su un lato della piazza principale vi è una zurkaneh (lett. “casa della forza”), luogo ove si pratica il Varzesh-e Pahlavani, un’antica forma di arte marziale che unisce lo sport alla spiritualità. Da un vicolo retrostante si accede alla porta d’ingresso, bassa a tal punto da doversi chinare per entrare. Questa particolarità è spiegata in modi differenti: c’è chi sostiene che essa derivi dai tempi in cui nelle zurkaneh si organizzavano riunioni clandestine, mentre altri propendono invece per una spiegazione che concerne la necessità dell’adepto di chinarsi di fronte a Dio in segno d’umiltà.
Yazd, moschea del Venerdì
Yazd, moschea del Venerdì
All’interno si apre una vasta sala con il pavimento ribassato: in occasione degli allenamenti, gli atleti vi eseguono i loro esercizi, che comprendono flessioni, pesi, attrezzi e movimenti coordinati. Le sessioni sono accompagnate dagli strumenti rituali (campana, tamburo) e terminano sempre con una preghiera da parte del Maestro di Cerimonia. Non sono inoltre infrequenti le declamazioni di brani tratti dai poemi epici, primo fra tutti lo Shahnameh di Firdusi. In questo momento non è presente nessuno. Per terra si vedono un’ottantina di mil (pesi di legno) di varie grandezze, mentre appoggiati al muro vi sono una ventina di sang (scudi di legno con un buco al centro per l’impugnatura). Ai lati sono allineate alcune sedie per il pubblico, tradizionalmente maschile, che può assistere agli allenamenti serali. Mediante una scala si sale fin sul tetto, che offre un’ampia vista sulla trafficata piazza sottostante. L’accesso è libero e consente di avvicinarsi alla cupola ed ai quattro bad ghir (torri a vento). È però necessario prestare attenzione ai propri passi, poiché non è presente alcun parapetto.
Trascorriamo l’ultima mezz’ora tra il bazar e la città vecchia, quando scatta infine l’ora della partenza.
Cinquanta chilometri a nord-ovest di Yazd vi è Meybod (ab. 58.000), centro posto in mezzo al deserto lungo la statale 71. Qui sorge l’antico castello di Narin, costruito in pietra e fango, con delle fondazioni che si ritengono risalenti, se non all’epoca achemenide, perlomeno a quella sasanide.
È circa metà pomeriggio e il sole, piuttosto franco, scalda parecchio l’atmosfera brillando in un cielo blu cobalto: per via della scarsa umidità il clima non risulta però soffocante.
Dalla grande spianata esterna si raggiungono i bastioni del fortilizio fino ad un severo e massiccio portale. Sugli spalti del castello, delimitati qua e là da alcuni torrioni decorati con motivi geometrici, si ha una vista totale della città verso tutti i punti cardinali, spaziando fino alle montagne, 30 chilometri verso occidente. Una parte dell’edificio è stata recentemente consolidata e restaurata con cura, ma la rocca rivela i pesanti segni inferti dal tempo, con alcune sue parti in definitiva rovina.
Da qui, ulteriori 120 chilometri ci separano da Na’in (ab. 24.000), altra città del deserto. Durante il tragitto si solleva una tempesta di sabbia, che si acquieta entro qualche decina di minuti. Al nostro arrivo il sole, già al tramonto, spande una debole luce radente sui vecchi edifici del centro storico. La moschea del venerdì, ancora oggi in uso, è una delle più antiche dell’Iran, risalente all’epoca buyide (X sec.) e rimaneggiata in epoca selgiuchide (XI sec.). Essa costituisce uno degli esempi più significativi e meglio conservati di architettura religiosa protoislamica di stile khorasani, con influenze d’epoca anteriore. Sotto le arcate del portico si conserva un notevole pulpito ligneo decorato. Nel frattempo l’aria inizia a rinfrescarsi per via di una brezza pungente: proseguendo la visita è necessario dotarsi di giacca a vento. Poco oltre si scende lungo una scala per raggiungere la parte più antica della moschea, la cripta, probabilmente realizzata già nei primi anni del dominio musulmano. In questi bassi cunicoli scavati nel tufo la temperatura è assai stabile: un tempo le persone vi si potevano rifugiare, oltre che per ragioni strategiche, anche per trovare sollievo dalla calura estiva.
Dal piazzale esterno si ha una buona vista su questa parte della città, le cui case di fango paiono sciogliersi progressivamente per via dell’azione degli agenti atmosferici. In lontananza si scorge l’antico forte, anch’esso in stato di avanzata rovina. Sui viali d’accesso al paese è affissa una serie di gigantografie delle vittime del sanguinoso conflitto tra Iran e Iraq (1980–1988). Questo modo di celebrare i caduti di guerra è diffuso ovunque, dai piccoli centri fino alla capitale, dove i ritratti assumono la forma di grandi dipinti murali. Conformemente ai precetti dello sciismo, che vede nella morte violenta per giusta causa l’anticamera del paradiso, i caduti per la patria islamica sono venerati come santi e martiri. La guerra contro l’Iraq, combattuta dai due paesi per l’egemonia sull’area del Golfo Persico, non vide né vincitori né vinti, ma lasciò sul suolo oltre un milione di morti. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica avevano armato e finanziato più o meno segretamente i due contendenti, nella speranza che si annientassero a vicenda: la guerra invece unì il popolo iraniano nello sforzo bellico, rafforzando la giovane Repubblica Islamica. In Iraq invece, il regime di Saddam Hussein durò per altri tre lustri fino alla sua rimozione manu militari (2003).
Ormai, mentre percorriamo l’ultima tratta della giornata di 140 chilometri, cala il buio. Sulle colline e nei campi si accendono i tradizionali falò della vigilia dell’ultimo mercoledì dell’anno, per celebrare un antico rituale di origine zoroastriana: le persone saltano sulle pire intonando una formula («O fuoco, io ti lascio il mio giallo pallore, tu donami il tuo rosso vigore») e sono invocate le forze della natura affinché allontanino le malattie e la sfortuna nell’anno venturo.
Purtroppo, in tempi recenti, molti giovani sciagurati hanno iniziato ad interpretare l’usanza in maniera assai più pericolosa, praticando il salto non attraverso le fiamme, bensì sui petardi.
L’originaria e pittoresca cerimonia, ancora in auge nelle zone rurali, ha pertanto lasciato il posto nelle città ad un’anonima serata di baldoria e baccano.
Arrivati a tarda sera ad Esfahan (ab. 1.600.000, alt. 1600 m), raggiungiamo subito il ristorante, assai affollato per via delle festività in corso. Il mio pasto si compone di formaggio fresco con cipolle, minestra di legumi, cotoletta di vitello impanata e riso pilav.
Dopo cena il gruppo si divide in due alberghi a causa della scarsa disponibilità di camere. Il nostro, l’hotel Part, è situato in una tranquilla stradina a neppure 2 chilometri dal centro storico (20 minuti a piedi), nella zona commerciale del corso Chahar Bagh-e Abbasi, non distante dal ponte Si-o-Seh. Le camere sono spaziose e pulite: qui dormiremo ben tre notti, perché i prossimi due giorni sono interamente dedicati alla città di Esfahan.

20 marzo. Capodanno 1392

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Questa mattina l’orario di levata è più clemente, consentendoci di dedicare qualche altro istante alla colazione. In questo albergo, oltre alle portate locali, vi sono anche quelle “continentali”, con salsiccia di bovino, uova strapazzate e molto altro.
La giornata è ben soleggiata e si annuncia lievemente afosa: meglio indossare un abbigliamento leggero e tenere nello zaino l’eventuale vestiario aggiuntivo. I bagagli rimarranno in albergo, mentre noi usciremo solo con lo stretto indispensabile: da non trascurare l’acqua minerale e qualche spuntino di frutta e pane.
La prima destinazione consiste nella serie di ponti storici sul fiume Zayande. Il più antico, quello di Shahrestan, risale all’XI secolo e presenta un’architettura poderosa e lineare, come si addice ad un monumento d’epoca selgiuchide. Il ponte è stato recentemente isolato dal resto del fiume per prevenire danni alla sua già fragile struttura: adesso giace in un bacino artificiale, che risulta secco per gran parte dell’anno. Qualche decina di metri più in là, oltre il moderno edificio della fiera internazionale, scorre lo Zayande nella sua nuova sede.
Percorsi cinque chilometri verso est, si raggiunge il ponte Khaju, d’epoca più recente e di diversa fattura, costruito verso la metà del XVII secolo in piena epoca safavide. Qui le linee sono più raffinate: il notevole impegno artistico si estrinseca in un gioco assai complesso di archi e prospettive. Esso presenta anche un padiglione, che un tempo serviva da fumeria e sala da tè. Il fiume però, attualmente in secca, non offre più quegli scorci che erano stati pensati dai costruttori: la regolamentazione delle acque dello Zayande per gli usi agricoli ha purtroppo decretato il sacrificio del paesaggio in nome dell’approvvigionamento idrico.
Proseguendo sulla stessa strada per ulteriori due chilometri, si raggiunge il ponte Si-o-seh. Anch’esso d’epoca safavide, è conosciuto per i suoi 33 archi a sesto acuto di grande pulizia stilistica, opera degli ingegneri militari dello Scià Abbas intorno al 1600. Con i suoi 300 metri di lunghezza è il ponte storico più lungo di Esfahan.
Ripreso l’autobus, si percorre un breve tratto di strada fino al quartiere meridionale di Jolfa, che ospita una numerosa comunità armena, insediatasi in questo luogo quattro secoli fa per scampare alle persecuzioni ottomane. Fu lo stesso Scià Abbas (1587–1629) a concedere agli armeni il privilegio di restare, convinto che la loro presenza sarebbe stata preziosa per lo sviluppo delle attività commerciali. Il tempo gli diede ragione: Jolfa, col passare degli anni, divenne uno dei principali centri di lavorazione della seta di tutta la Persia.
Agli armeni è stato inoltre permesso di mantenere la propria cultura e la propria religione, il Cristianesimo, di cui si conservano vari edifici di culto. Fra essi, la chiesa del Salvatore costituisce un esempio notevole d’arte armena: nel cortile trova posto un grande ciborio di pietra e mattoni, mentre all’interno si può ammirare un pregevole ciclo di affreschi sul tema della vita di Gesù Cristo. Assai interessante è inoltre il Giudizio Universale, che presenta delle figure di grande espressività e vivacità. Di questo stile colpisce la somiglianza con quello europeo del Quattrocento borgognone, anche se non vi è alcun rapporto diretto tra i due. La struttura della chiesa risponde invece a canoni più locali: dall’esterno parrebbe a prima vista una moschea, ad eccezione dell’aggiunta dell’abside e del campanile.
Il complesso include l’antico monastero (da cui il nome in lingua armena, spesso citato, di Vank), che oggi è in parte adibito a museo. L’esposizione, assai vasta, comprende non solo oggetti e testi religiosi, ma anche fotografie e testimonianze storiche relative a questa comunità. Uno spazio è stato inoltre allestito per ricordare il genocidio armeno, perpetrato dall’impero Ottomano nel 1915. Alla memoria della tragica vicenda è dedicato un monumento installato in un angolo del cortile.
Esfahan, mirhab della moschea del Venerdì (particolare)
Esfahan, mirhab della moschea del Venerdì (particolare)
Da questo punto si torna verso il centro della città fino alla Moschea del Venerdì, il luogo di culto più vasto dell’Iran, esempio supremo dell’architettura d’epoca selgiuchide. Pur avendo delle fondamenta risalenti all’VIII secolo, la struttura attuale risale in larga parte alla metà dell’XI secolo, quando Esfahan divenne la capitale dell’impero selgiuchide per volontà del sultano turco Toghrul Beg.
L’ora della preghiera si avvicina: i visitatori non sarebbero più ammessi ma, dopo alcune insistenze, il custode accetta di farci entrare, purché il gruppo mantenga un comportamento discreto. Un passaggio piuttosto dimesso dà l’accesso al grande cortile, su cui si affacciano quattro iwan, tutti diversi fra loro, collegati da un porticato a due ordini di arcate. All’interno si può apprezzare lo stile in laterizio per cui questa moschea è famosa. Attraversata una sala dotata di un ampio colonnato, si arriva sotto la cupola meridionale: edificata nel 1086 circa, presenta un’altezza di 30 metri e un diametro di 15. Per scaricare il peso in maniera uniforme, la semisfera sommitale s’innesta sopra un tamburo quadrato mediante un sofisticato gioco di archi: dalla forma rotonda si passa gradualmente a quella esadecagonale, poi a quella ottagonale, terminando infine sulla base quadrata. La soluzione è ingegnosa, assai differente da quella che in Europa sarà adottata prima dal Brunelleschi e poi da Michelangelo, per voltare rispettivamente le cupole di Santa Maria del Fiore (Firenze) e del Vaticano (Roma). Proseguendo attraverso le sale di preghiera, grande interesse riveste il trecentesco mihrab, ornato a stucco con elaborati motivi floreali e versetti delle Sacre Scritture. La cripta, assai spaziosa e ricoperta di tappeti, è anch’essa dedicata alle funzioni religiose.
Nuovamente al pianterreno, si attraversa una sala inframmezzata da molte colonne, dotata di un soffitto con innumerevoli cupolette di varia fattura, i cui mattoni sono disposti ad opera quadrata e reticolata, a spina di pesce e a spirale. Poco oltre si raggiunge la cupola settentrionale, gemella di quella descritta precedentemente. Le forme sono simili, ma non del tutto identiche: quest’ultima, di qualche anno posteriore, presenta una struttura più definita ed una maggiore coesione stilistica. È stata costruita con la medesima tecnica, probabilmente dalle stesse maestranze. L’idea della seconda cupola scaturì da un avversario politico del committente della prima, al fine di rivaleggiare con esso in splendore e munificenza.
Sono le due del pomeriggio. Alcuni di noi desiderano acquistare un tappeto: ci fermiamo presso un negozio, conosciuto dalla guida, ove ne è esposta una ricca rassegna. Anche per coloro che non sono interessati a questo genere di merce, risulta utile trascorrere mezz’ora ad analizzare i vari tessuti: dopo aver visto dei veri tappeti persiani, una volta tornati in patria si potrà essere difficilmente imbrogliati su questo argomento. I prezzi di base sono piuttosto elevati e le trattative non sono mai facili.
S’è fatta ormai l’ora di raggiungere la piazza dell’Imam, fulcro della città di Esfahan. Questo nome è però assai recente: prima della rivoluzione del 1979 era denominata “Piazza dello Scià”, anche se gli abitanti locali vi si riferiscono da sempre come Naqsh-e Jahan, ovvero “Immagine del Mondo” per via della sua vastità (circa 90.000 m², equivalente a tredici campi da calcio).
Torme di persone, sia in piedi che accampate, vi sono già affluite ad attendere l’ora del capodanno. Esso coincide sempre con l’equinozio d’ariete (primaverile), che può verificarsi in qualsiasi momento della giornata del 20 o del 21 marzo. Vi sono dunque stati anni in cui i festeggiamenti sono avvenuti in piena notte ed altri, come questo, in cui l’evento ha avuto luogo nel primo pomeriggio.
Nell’attesa ci addentriamo tra le vie dei quartieri che gravitano intorno alla piazza, andando contemporaneamente alla ricerca di qualcosa per il pranzo. I negozi non offrono molto: assai diffusa è una scura brodaglia calda, dall’aspetto poco invitante, che ribolle nei pentoloni fuori da alcuni bugigattoli. Alcune persone sono sedute a sorbire la minestra, ma noi preferiamo ripiegare su un po’ di frutta.
Il momento fatidico si avvicina, mentre una crescente concitazione sfocia in un concerto di auguri e petardi. Buon anno, siamo finalmente passati dal 1391 al 1392! Ovunque la gente si abbraccia e si scambia convenevoli: siamo coinvolti da una persona che, incontrata per caso, desidera felicitarsi con noi, che volentieri contraccambiamo. Poi, esaurito il fragore dei primi istanti, ci soffermiamo con lui a scambiare qualche parola. Poco oltre, sulla grande distesa erbosa nel centro della piazza, ritroviamo il resto del gruppo presso una famiglia indaffarata nel proprio picnic. Tutti sono assai socievoli: alcuni colgono l’occasione per confrontarsi con degli stranieri, assai rari per via dell’assenza di turismo estero. Non di rado il colloquio inizia con la frase «Lei cosa pensa dell’Iran?». Il popolo persiano è orgoglioso, ma sempre attento all’opinione che ne hanno gli altri: il problema dell’immagine internazionale di questo paese è assai sentito da tutti. Altri interlocutori ne approfittano invece per esercitarsi a parlare in inglese.
Capodanno in piazza Naqsh-e Jahan
Capodanno in piazza Naqsh-e Jahan
Intanto la nostra famiglia ospite ha preparato il tè. Il padre trae il bollitore dal fornello e, distribuendo ad ognuno un bicchiere, ne offre a tutti. Mezz’ora più tardi ringraziamo e ci congediamo da queste squisite persone, che ci hanno consentito di trascorrere il Capodanno fra loro e come loro.
La giornata prosegue percorrendo il periplo della piazza in senso antiorario, partendo dal lato sud ove sorge la moschea dell’Imam, di cui parlerò più diffusamente in seguito. I portici, lunghi oltre un chilometro, ospitano una parte del bazar, specializzata nelle lavorazioni dei metalli e nelle antichità. Ognuno prende una strada diversa, soffermandosi sugli articoli di proprio interesse, poiché abbondano anche altri generi di merci. Così trascorre il resto del pomeriggio, con il giorno che volge ormai all’imbrunire.
Dopo il ritorno in albergo, seguito da una doccia ristoratrice e dalla cena, si prospetta l’opportunità di un’uscita notturna verso il ponte Si-o-seh. È la sera di Capodanno e moltissime persone indugiano nelle strade fino a tardi. Sul ponte, illuminato da numerosi fari di luce arancione (uno sotto ogni arcata), è addirittura difficoltoso farsi largo tra la gente. Ad un tratto un capannello di giovani, visibilmente alterati, inizia ad additare il nostro gruppo e a lanciare insulti: senza indugio allunghiamo il passo verso l’altra sponda. La guida, interpellata in proposito, non ha voluto riferire la natura delle ingiurie proferite, sostenendo che fossero «insulti non ripetibili». Purtroppo anche qui esistono l’alcolismo e la droga, fenomeni favoriti dalla crescente disoccupazione giovanile. Nonostante il divieto, l’alcool e gli stupefacenti sono largamente disponibili sul mercato nero, che vede le sue principali piazze nei retrobottega e negli stretti giri di amicizie e conoscenze. Anche se il proibizionismo vige per legge, secondo alcune statistiche non ufficiali l’Iran presenta, fra i paesi del Medio Oriente, un elevato consumo di alcolici pro capite. Fra la borghesia cittadina è assai diffusa l’abitudine di organizzare feste private fra le mura di casa, al riparo dagli occhi indiscreti e su invito di persone fidate. Il proibizionismo favorisce inoltre l’importazione di prodotti alcolici di bassa qualità, commercio esercitato principalmente da parte di cittadini non musulmani, che in teoria non sono vincolati al rispetto delle prescrizioni islamiche.
Preferiamo riguadagnare la riva nord del fiume attraversandone il greto secco; da questo punto si gode inoltre di una prospettiva assai pittoresca del ponte. Nelle vicinanze è allestita una vasta tavola simbolica del Nowruz, larga parecchi metri, dove tutti fanno la fila per mettersi in posa: vi sono esposti i già citati simboli rituali, insieme a due gigantografie degli ayatollah Khomeini e Khamenei.
Si è ormai fatto tardi, dobbiamo tornare sui nostri passi: la serata, fresca e piacevole, consente un tranquillo ritorno a piedi verso l’albergo.

21 marzo. Esfahan imperiale

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La mattina riprendiamo a piedi la strada, ormai conosciuta a memoria, fino alla piazza principale. Sul lato ovest sorge il palazzo di Ali Qapu, costruito per volere dello Scià Abbas al principio del XVII secolo. Esso si compone di sei piani e raggiunge un’altezza di circa 50 metri. La pianta quadrangolare e l’impiego di mattoni a vista con ampie arcate a sesto acuto gli conferiscono un’aura di possanza ed austerità, intento voluto deliberatamente da parte dei sovrani safavidi. Man mano che si salgono i piani, le stanze si fanno più larghe e decorate: qui operarono gli artisti più celebri dell’epoca, come il pittore Reza Abbasi e gli allievi della sua scuola. I motivi sono perlopiù geometrici, floreali ed a grottesca, con dei colori che tendono sovente alle tonalità pastello. Fra le strutture più evidenti del palazzo vi è la grande balconata orientale, affacciata sulla piazza e sostenuta da numerose colonne lignee di circa 20 metri d’altezza. Da qui i sovrani si dilettavano a seguire le parate e le competizioni sportive che erano allestite nell’area sottostante, toccando con lo sguardo tutta la città, fino alle colline circostanti. L’ultimo piano, il sesto, ospita alcune superbe sale, fra cui quella della musica, decorata a stucco con motivi di strumenti musicali. Il resto del piano, che comprende gli ambienti di rappresentanza dello Scià, è purtroppo chiuso a causa di lavori di restauro.
Tornati in basso, si raggiunge il lato sud della piazza fino alla moschea dell’Imam (o moschea imperiale). Il cielo è coperto e pioviggina debolmente. L’atmosfera, assai grigia, riflette il suo colore sugli edifici. Nel bazar, sotto un porticato, acquisto una bandiera iraniana, con la quale l’intero gruppo ha poi voluto scattare una foto commemorativa, dinanzi allo sguardo perplesso dei passanti.
Alle nostre spalle vi è l’entrata della moschea, voluta anch’essa dallo Scià Abbas, quale suggello del suo imponente piano urbanistico per la città. Edificata a partire dai primi anni del XVII secolo, fu completata in brevissimo tempo: verso il 1629 la cupola risultava già voltata, mentre le decorazioni erano in fase avanzata di allestimento. L’ambizioso monarca poté quindi vedere concretizzato il proprio progetto mentre era ancora in vita. Oltrepassato l’iwan d’ingresso, si svolta a destra di 45 gradi, senso nel quale è orientato il resto della costruzione. Con questa ingegnosa soluzione gli architetti imperiali riuscirono a direzionare la moschea verso la Mecca senza creare degli sgradevoli effetti estetici rispetto alla geometria della piazza.
Esfahan, moschea dell'Imam
Esfahan, moschea dell'Imam
Il grande cortile misura quasi 100 metri di lato ed è incorniciato da una serie di porticati a due ordini di arcate: vi si affacciano quattro minareti alti quanto un palazzo di 14 piani. La cupola, ancora più alta, supera i 50 metri. La maggior parte delle decorazioni è stata realizzata in piastrelle blu e gialle d’Esfahan, con motivi floreali ed iscrizioni tratte dal Corano. Molti particolari minori, ma di grande pregio, sono invece stati pazientemente composti per mezzo di tessere di mosaico. L’ambiente sotto la cupola non è buio nonostante il tempo nuvoloso, grazie alla presenza di alcune grandi finestrature, che coadiuvano la capacità delle piastrelle di riflettere la scarsa luminosità ambientale. Volgendo lo sguardo verso l’alto, si può inoltre notare un curioso effetto di luce a forma di coda di pavone sulla superficie interna della cupola.
Gli iwan laterali del cortile conducono a due madrasse annesse al complesso, entrambe in disuso. La loro struttura rimane però integra, con i ricchi ornamenti che continuano a ricordare la grandezza e la potenza d’un tempo: qui giungevano studenti non solo dalla Persia, ma anche dalle regioni limitrofe come l’Impero ottomano, l’India, la Tartaria, il Turkestan, ecc.
Sul lato ovest della piazza sorge invece la moschea intitolata allo sceicco Lutfallah, conosciuta anche come “moschea delle donne”. Vista dall’esterno, questa è la meno appariscente e la più appartata fra le due: costruita negli stessi anni della moschea imperiale, fu destinata all’uso privato da parte della famiglia e della corte dello Scià Abbas. Le opere decorative sono di altissimo livello, al punto che in molti la reputano artisticamente superiore all’altra. Si nota inoltre un particolare inconsueto: l’assenza di minareti, che non furono costruiti, si dice, per non suscitare paragoni con la moschea prospiciente.
Nei pressi dell’entrata siamo avvicinati da una persona sospetta, ben vestita e stranamente dotata di un’ottima padronanza del francese. Dopo gli abituali convenevoli di presentazione, il discorso inizia a prendere una piega diversa dal solito: con fare di finta cortesia le domande iniziano a farsi sempre più personali («perché siete venuti in Iran? Lei che lavoro fa?»). Non volendo riferire dettagli, rispondo con uno sbrigativo «siamo turisti e io sono un impiegato». Lui insiste: «ah, un impiegato… dove lavora?» Fornisco una risposta generica e, data la mia reticenza, l’individuo cambia argomento, passando alla politica: «qual è la vostra opinione del programma nucleare iraniano?». A questo proposito avrei avuto piacere di esprimergli un parere approfondito, ma ho preferito ripiegare su un laconico «non siamo interessati alle questioni politiche».
Ancora non pago dell’interrogatorio, il nostro inquisitore incalza senza tregua: «quali sono i principali prodotti d’esportazione dell’Iran verso l’Italia?» Fingo di non sapere che il Bel Paese è il primo importatore europeo di greggio iraniano, e termino con un lapidario «i pistacchi, credo…»
Dopo quest’ultima battuta, complice un istante di perplessità del nostro interlocutore, ci allontaniamo con fare fulmineo, accelerando il passo verso l’ingresso della moschea dello sceicco Lutfallah.
All’interno l’ambiente, piuttosto buio, è illuminato dalla luce artificiale anche di giorno. Sotto la cupola vi sono alcune finestre, ornate con motivi in pietra, assai decorative ma poco funzionali. Il colore predominante della volta è il giallo oro, contrariamente al blu della moschea dell’Imam. Se qui risaltano i particolari e le cesellature, nell’altra predominano invece le grandi volumetrie e le superfici estese. Di nuovo all’esterno, le pozzanghere della piazza riflettono il cielo azzurro tra le nuvole bianche: il tempo sta volgendo al bello e, nel giro di qualche decina di minuti, il sole inizia a scaldare l’atmosfera. Esfahan è posizionata alla latitudine di Tripoli: complice un clima di matrice continentale, le variazioni meteorologiche di questo periodo dell’anno possono costringere in breve tempo al passaggio dall’impermeabile alle maniche di camicia.
In cinque minuti di cammino si arriva al palazzo di Chehel Sotun, anche detto delle “40 colonne”. Il complesso, che annovera un padiglione circondato da un ampio giardino, fu voluto dallo Scià Abbas II (1632–1666) come luogo di rappresentanza e di svago, oltre ad essere una valida alternativa estiva al più opprimente palazzo di Ali Qapu.
All’entrata si scorge il fantoccio d’un personaggio vestito di rosso, con un alto cappello del medesimo colore, il volto pitturato di nero ed un tamburello in mano: si tratta di un Haji Firuz, l’araldo del Nowruz, che ha il compito di percorrere le contrade della città annunciando l’arrivo dell’anno nuovo, recitando brevi sentenze, filastrocche e canzoni per rallegrare l’umore in occasione della festa. Si ritiene questa figura derivi dagli antichi custodi dei templi del fuoco zoroastriani che, vestiti anch’essi di rosso, presiedevano le cerimonie dell’equinozio di primavera.
Costeggiando il viale lungo l’ampia vasca della fontana, si raggiunge l’edificio principale, dotato di un porticato sostenuto da 20 pilastri lignei. Il nome delle “40 colonne” è dovuto all’aspetto che assume il palazzo riflettendosi nell’antistante bacino artificiale. All’interno è presente una serie di affreschi raffiguranti battaglie e momenti della vita di corte d’epoca safavide. Gli stili artistici sono assai differenti: in alcune opere è distinguibile un chiaro influsso centro-asiatico e mongolico, mentre in altre si riscontrano canoni derivanti dall’arte indiana, mentre in altre ancora figurano reminescenze europee.
Da qui il gruppo si divide per proseguire liberamente l’itinerario. Rimasti in due, torniamo verso la piazza principale per dedicare la giusta attenzione al bazar. Una difficoltà consiste nel distinguere gli oggetti antichi dalle riproduzioni contemporanee, spacciate per autentiche: un esempio riguarda i coltelli, invecchiati ad arte mediante ossidazioni, battiture e bruniture. Alcuni negozianti vorrebbero addirittura vendervi il coltello “del proprio nonno”, in realtà fabbricato la settimana precedente. Gli oggetti si possono però distinguere e valutare facilmente: alcuni venditori, che inizialmente hanno tentato di spacciarci un coltello come «risalente all’epoca safavide», sono stati costretti ad ammettere in seguito che l’oggetto era nuovo. Per gli articoli di un certo valore si può invece tentare la contrattazione, ma il prezzo non scenderà sensibilmente: se tentate di giocare eccessivamente al ribasso su un pezzo importante, potreste essere messi alla porta senza troppi complimenti. A tal proposito ad un membro del nostro gruppo è accaduto che, dopo un’offerta troppo bassa per un coltello autentico, il negoziante abbia opposto un ferreo «no», chiudendo la trattativa e riponendo l’oggetto sugli scaffali: l’anziano e battagliero bazari non ha voluto cedere di un millimetro.
La parte più interna del bazar, il cui accesso è situato sul lato settentrionale della piazza, si sviluppa in un dedalo di stradine, piazzette e caravanserragli in cui, con un po’ di pazienza, si può anche scovare l’abile artigiano del metallo, oppure la vera antichità d’epoca cagiara o safavide. Durante la visita è necessario porre attenzione ai frequenti borseggiatori, adottando tutte le precauzioni in merito: un membro del nostro gruppo ne ha fatto le spese, o meglio, qualcun altro ha poi fatto la spesa al posto suo.
Cupola della moschea dello sceicco Lutfallah
Cupola della moschea dello sceicco Lutfallah
La giornata si è progressivamente rasserenata dopo la pioggia mattutina. Cogliamo l’occasione per tornare alla Moschea dell’Imam per scattare qualche fotografia con una luce migliore: ora le cupole, le logge e gli iwan, interamente decorati a piastrelle e tessere di mosaico, brillano d’un colore saturo che varia dal predominante blu, al giallo, al bianco e al verde. Per una ventina di minuti ci soffermiamo su una panchina della piazza ad osservare la folla. Il sole tramonta dietro il palazzo di Ali Qapu, ed in breve tempo l’aria si raffredda, costringendoci ad indossare la giacca. Prima di rientrare ci rechiamo ancora una volta al negozio dell’anziano bazari, azzardando una nuova offerta per l’antico coltello: il proprietario si lascerà ora convincere? Nulla da fare: è irremovibile.
Torniamo sui nostri passi: nella strada che inizia sul lato sud-ovest della piazza vi è la bottega di un artigiano miniaturista di fama internazionale (Hossein Fallahi), le cui creazioni sono senz’altro da ammirare, se non da acquistare. L’arte della miniatura, con almeno otto secoli di storia alle spalle, è assai tradizionale in Iran e spazia su molteplici stili che si sono affermati nel corso di epoche differenti. Anche in questo campo si possono di volta in volta distinguere chiari influssi mongoli, indiani, turchi ed europei. L’artista di cui stiamo osservando le opere, degno erede di Reza Abbasi, aderisce principalmente alla scuola d’ispirazione classica, temperata da tratti e motivi centro-asiatici. Anche se lui non è presente di persona (la figlia ci informa che è in viaggio di lavoro negli Stati Uniti), la sua scuola è sempre frequentata dagli allievi. Questi ultimi si cimentano alacremente nella produzione di miniature, pur pregevoli, che però non reggono il confronto con quelle del maestro.
Ormai fa buio: costeggiando i giardini del palazzo di Ali Qapu e la scuola teologica Chahar Bagh, si raggiunge l’albergo per un attimo di riposo dopo l’intera giornata trascorsa a camminare. Poi siamo di nuovo in strada: sul percorso verso il ristorante sostiamo presso il caravanserraglio dello Scià Hussein, costruito a cavallo tra il ‘600 e il ‘700 per fornire un adeguato riparo ai mercanti delle vie carovaniere. Fu restaurato negli anni ‘50 dall’architetto francese André Godard (lo stesso che ideò il mausoleo di Hafez a Shiraz) per essere destinato ad ospitare un hotel di lusso. Questo è uno dei pochi giorni dell’anno in cui la visita è consentita anche ai visitatori esterni, poiché solitamente è accessibile solo da parte dei clienti. La facciata esterna non lascia intuire ciò che è celato poco oltre: varcata la soglia ed attraversata la hall, un’apertura s’immette nel giardino, curatissimo e ricco di fiori e piante, da dove si può apprezzare adeguatamente la struttura del caravanserraglio, ampia e ben proporzionata.
Sotto una debole pioggia si raggiunge la piazza Naqsh-e Jahan, dove è previsto l’incontro con il resto del gruppo. Questa condizione meteorologica crea un effetto ancor più pittoresco per via del riflesso delle luci variopinte sul selciato: nell’attesa mi soffermo a scattare qualche fotografia notturna. La guida s’incammina in mezzo ad una folla assai fitta, fino a raggiungere il lato nord della piazza: ad un tratto la fiumana di persone si dirada e ci ritroviamo, quasi senza accorgercene, nel cuore del vecchio bazar, dove le botteghe sono ormai chiuse. Ci fermiamo un instante: il conto dei presenti non torna… qualcuno si è perso durante il tragitto. Mentre la guida torna a cercare i latitanti, noi rimaniamo ad ingannare il tempo sotto il porticato deserto, illuminato da un fioco lampione. Le luci e la vita della piazza, pur non distanti, paiono lontani chilometri. Dal buio appare ogni tanto qualche passante, che prosegue per la strada polverosa senza neppure notare la nostra presenza. Finalmente, dopo una ventina di minuti, i ritardatari s’intravedono all’orizzonte.
Dopo un altro tratto di strada, non brevissimo, si annuncia finalmente l’ingresso del “Malek Sultan Jarchi Bashi”, un locale ricavato dentro un antico hammam restaurato ad arte. Il menù è simile a quello degli altri ristoranti, ma la preparazione del cibo è assai curata. La struttura del vecchio bagno turco non è stata stravolta, rimanendo fortunatamente com’era un tempo: dai padiglioni alle vasche, tutto è stato recuperato e lasciato dov’era. Transitando di sala in sala è addirittura necessario prestare attenzione ai propri passi per non ritrovarsi gambe all’aria dentro una piscina, piena o vuota. In alcune salette laterali, un tempo dedicate ai bagni di vapore, si può cenare alla maniera tradizionale persiana, seduti per terra su dei cuscini, servendosi da piatti posti sopra un grande tappeto apparecchiato. I tavoli normali, fra cui il nostro, costituiscono la maggioranza dei posti a sedere. Fra le portate classiche vi è il baghali polo, riso con aneto e fave, che può essere accompagnato da carni ed altre pietanze. Se presentato come piatto a sé, può facilmente assumere la forma di timballo o di sfera. Oltre alla consueta carne alla griglia, perlopiù di tagli bovini e volatili da cortile, vi sono anche gli stufati che si abbinano al riso bianco (chelo) oppure al riso cotto con altri ingredienti (polo).
Terminato il pasto, si ritorna per la medesima via verso la piazza principale. Sono circa le dieci di sera e le persone in circolazione sono scarse. La prospettiva notturna, assai suggestiva, evidenzia i volumi ed i colori degli edifici illuminati: la moschea dell’Imam, quella dello sceicco Lutfallah ed il palazzo di Ali Qapu. Anziché utilizzare un taxi, preferiamo tornare verso l’albergo a piedi. Data l’ora tarda, la guida si raccomanda di non indugiare lungo il percorso, anche se le città iraniane non sono più pericolose di quelle europee. La giornata termina transitando nuovamente dal caravanserraglio dello Scià Hussein, per consentirne la visita anche a chi fra noi non era presente all’andata.

22 marzo. Verso Tehran tra villaggi, impianti nucleari e città sante

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Di buon mattino, l’autobus attende il gruppo per affrontare la lunga tratta di 500 chilometri in direzione della capitale Tehran. L’autostrada corre attraverso il deserto piatto e roccioso, costellato di cespugli secchi e spinosi. Inizialmente si viaggia verso nord-est per 130 chilometri, poi si costeggiano le falde del monte Karkas, di quasi 4000 metri d’altitudine, che si vede nitidamente da una piazzuola di servizio. Da questo punto la strada svolta di 90 gradi in direzione nord-ovest, con la catena dei monti Zagros ad occidente ed il Grande Deserto Salato (Dasht-e Kavir) dalla parte opposta. Non distante si scorgono alcune installazioni militari, fra cui una batteria contraerea dotata di quattro cannoni mascherati con teli mimetici: siamo ormai in prossimità di alcuni siti strategici del programma nucleare iraniano.
Ad un bivio dopo Natanz si lascia il percorso in pianura per raggiungere, dopo numerosi tornanti, il villaggio di Abyaneh, ad oltre 2200 metri sul livello del mare. Questo insediamento presenta dei peculiari tratti sociali ed antropologici, ormai scomparsi nel resto del paese. Si narra che la comunità locale fosse stata costretta a rifugiarsi su queste montagne ai tempi dell’invasione musulmana, conservando nei secoli alcune usanze antichissime, addirittura di origini sasanidi e preislamiche. Le popolazioni dei monti Zagros sono sempre state bellicose e refrattarie nei confronti delle orde che transitavano attraverso le pianure sottostanti: una situazione assai affine a quella dei berberi del Marocco. Le case, costruite in legno e fango rosso, sono adagiate su un clivo esposto a mezzogiorno, in un contesto di montagne brulle e rocciose. Verso il fondovalle e lungo i corsi d’acqua crescono alcune piante ad alto fusto (principalmente pioppi) e qualche orto di sussistenza. Raggiunto l’unico parcheggio e lasciatovi l’autobus, si prosegue a piedi per le strette strade in terra battuta. Un chiosco vende pane appena sfornato e tè caldo, assai graditi per via del vento freddo e pungente. Alcuni turisti, esclusivamente iraniani, si aggirano tra la popolazione locale: probabilmente sono abitanti di Tehran che, diretti a Esfahan o a Shiraz per le vacanze, hanno effettuato questa digressione.
Veduta del villaggio di Abyaneh
Veduta del villaggio di Abyaneh
Il panorama urbanistico di Abyaneh è piuttosto modesto ma tutte le costruzioni, anche quelle più simili a catapecchie che a case, sono dotate di gas metano. Nei giardini celati dietro i muretti a secco iniziano a fiorire i pruni e gli albicocchi, che conferiscono al paesaggio delle macchie bianche e rosa, ben armonizzate con il rosso della terra e delle rocce. Salendo sulla collina retrostante, la vista si apre su tutta la vallata, sul villaggio e sui monti spolverati di neve: un panorama che ricorda fortemente quello delle alte vallate himalayane. Sull’altro versante è presente la mole di un antico forte sasanide, di cui si conservano solo le mura perimetrali. In lontananza, sui versanti alle nostre spalle, alcuni pastori conducono al pascolo le loro pecore. Le donne indossano il costume tipico di questa regione, che include un grosso foulard bianco, decorato con motivi floreali.
Da Abyaneh si ripercorrono in senso opposto i circa trenta chilometri (venti di tornanti) per riprendere l’autostrada n.7 in direzione nord. Lungo il percorso verso Kashan, si transita non lontano dal sito nucleare di Natanz, dotato di varie migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. Gli edifici sono ben visibili dalla strada, ma dall’esterno appaiono come un complesso di capannoni industriali: gli spazi operativi di 50.000 m² sono collocati per la maggior parte parecchi metri sotto il livello del suolo.
Il programma nucleare iraniano non rappresenta una velleità esclusiva dell’attuale regime: già nel 1974 lo scià Reza Pahlavi costituì l’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, finalizzata alla costruzione di reattori per la produzione di energia elettrica. Negli anni successivi alla rivoluzione islamica il progetto venne trascurato, per essere successivamente ripreso dopo la fine della guerra con l’Iraq. A partire dagli anni ‘90, con gli occidentali ormai assenti da oltre un decennio, l’Iran si è avvicinato alla Russia, che ha fornito la tecnologia per il primo reattore a scopo civile del paese (Bushehr I, un VVER-1000 connesso alla rete nel 2011). Le problematiche politiche attuali non riguardano tanto gli impianti per il funzionamento delle centrali elettronucleari, che operano sotto l’egida dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, bensì quelli che potrebbero essere potenzialmente utilizzati per la produzione di materiale bellico. L’Iran non ha però intenzione d’innescare alcuna guerra, dalla quale uscirebbe annientato. Semmai è vero il contrario: mediante l’effetto deterrente creato dalla minaccia del possesso delle armi atomiche, esso persegue una politica volta a conquistare il tanto agognato ruolo di potenza regionale del Medio Oriente, che in passato gli è sempre stato negato dalle nazioni imperialiste.
Ultimamente, dopo l’elezione alla presidenza del moderato Hassan Rohani al posto di Mahmud Ahmadinejad (agosto 2013), la Comunità internazionale ha iniziato a riallacciare i rapporti con l’Iran, coinvolgendolo nei colloqui sulla questione siriana e sullo Stato Islamico (ISIS). In contemporanea, il nuovo presidente ha annunciato notevoli aperture sul fronte della denuclearizzazione. Se il ruolo dell’Iran continuerà ad essere riconosciuto dalle altre nazioni, la rilevanza del programma nucleare decrescerà progressivamente. In caso contrario, Tehran potrà tornare facilmente a perseguire una politica aggressiva. Da un punto di vista geopolitico non si comprende inoltre perché l’Iran, se si dotasse della bomba atomica, possa costituire una minaccia maggiore rispetto ai nove stati che già la possiedono, fra cui Pakistan, Cina, Corea del Nord e altri. Non mi si fraintenda, non sto avallando alcuna corsa agli armamenti: personalmente auspico l’abolizione di qualsiasi ordigno nucleare, in ogni luogo. Sempre vivo è dentro di me il ricordo della visita al sacrario di Hiroshima in Giappone, lugubre monito di un’inutile strage che non s’ha da ripetere. Da parte sua, l’Iran ha ribadito il diritto all’arricchimento dell’uranio per scopi pacifici, in ossequio al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, di cui è firmatario. Il governo ha inoltre dichiarato di aver costantemente adempiuto agli obblighi internazionali sanciti dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Il viaggio prosegue in questo soleggiato pomeriggio sull’autostrada n.7 fino alla periferia di Kashan (ab. 250.000, alt. 1600 m). La città è nota non solo per i giardini e le dimore storiche, ma anche per i notevoli ritrovamenti archeologici delle colline di Sialk, pochi chilometri fuori dall’agglomerato urbano, che per mancanza di tempo non abbiamo modo di visitare. I reperti comprendono numerose terraglie decorate d’epoca preistorica, ora conservate al museo nazionale di Tehran, mentre sul luogo rimangono i resti di una costruzione a forma di ziggurat. Attraverso alcune strade sterrate di campagna raggiungiamo i giardini Fin, fra i meglio conservati di Persia.
Commissionati dallo Scià Abbas nel 1590, furono in seguito ingranditi dal nipote Abbas II. Intorno alla metà del XIX secolo, il sovrano cagiaro Fath Ali volle ampliarli ulteriormente, aggiungendo qualche elemento della propria epoca all’originario stile safavide. L’area copre oltre due ettari piantumati con cipressi, inframmezzati da viali, prati ed aiuole fiorite. Grande rilevanza è riservata all’elemento acquatico: una sorgente situata a monte alimenta una rete di canali, vasche e fontane, che si fanno strada attraverso i percorsi lastricati e la vegetazione. L’ambiente ricorda in modo assai fedele il concetto di Paradiso espresso nel Corano: «Iddio annuncia la lieta novella a coloro che hanno creduto e compiuto il bene: saranno padroni di giardini dove scorrono ruscelli» (Sura II, ver. 25). Che sia focalizzato sull’aspetto architettonico o su quello naturalistico, situato in un contesto pubblico o privato, di stile classico o moderno, il giardino persiano segue sempre uno schema fondamentale: la pianta è generalmente divisa in quattro quadranti, delimitati da camminamenti o da corsi d’acqua. Nel centro trova posto una fontana, mentre verso il fondo, sul lato opposto rispetto all’entrata, sorge un palazzo od un padiglione. I giardini Fin sono un raro esempio ancora esistente di chahar bagh, il giardino privato di tipo formale, un tempo accessibile solo dal padrone di casa e dai suoi ospiti.
È metà pomeriggio, il sole è caldo e intenso. Dopo una breve sosta all’ombra delle piante per riposare qualche minuto, riprendiamo la strada in direzione della Casa Borujerdi, residenza di un ricco mercante, commissionata nel 1857 ad un famoso architetto dell’epoca. Oltrepassato l’ingresso, si apre un passaggio che conduce ad un cortile chiuso sui quattro lati. Nel centro vi è una fontana, circondata da alcune aiuole fiorite secondo lo schema testé descritto. Lo stile architettonico è quello caratteristico del periodo cagiaro: l’ampio porticato è sormontato da una facciata riccamente elaborata con stucchi e laterizi. Gli esterni presentano tonalità avorio e mattone chiaro, mentre all’interno si svela una serie di affreschi variopinti con soggetti umani e motivi a grottesca. Fra i bassorilievi spicca il tema degli animali reali e fantastici: si riconoscono leoni, draghi, tori e cani, ivi compresa la classica rappresentazione del leone che aggredisce il toro, simbolo del rinnovamento perpetuo e della vittoria delle forze del bene su quelle del male. Sul tetto svettano i bad gir, camini per la ventilazione forzata della dimora. Prima di riprendere la strada sorseggiamo un tè bollente, che sarà d’aiuto per rimanere vigili fino al termine della giornata. All’approssimarsi di Qom il paesaggio diventa sempre più verde e pianeggiante, con la presenza di campi coltivati in modo estensivo. Alcuni pastori portano al pascolo le greggi di pecore e capre sulla striscia d’erba che intercorre tra l’autostrada e gli appezzamenti agricoli, larga una decina di metri.
Il mausoleo di Fatima Masumeh a Qom
Il mausoleo di Fatima Masumeh a Qom
Il viaggio da Kashan dura da circa un’ora e mezza e ormai s’intravede l’urbanizzazione di Qom (ab. 1.000.000, alt. 900 m), città santa della fede sciita. Le numerose madrasse ed i seminari sono popolati da decine di migliaia di studenti convenuti da tutto il mondo musulmano. Molte sono le figure religiose legate a questo luogo, prima fra tutte quella dell’Imam Khomeini, che qui spese gran parte della propria vita quando non era in esilio, e di cui si conserva ancora la casa. Il principale punto d’interesse, centro spirituale e materiale della città, è il mausoleo di Fatima Masumeh, figlia dell’Imam Musa al-Kazim e sorella dell’Imam Ali Reza. Costruito inizialmente nel IX secolo, fu in seguito distrutto dalle orde mongole e ricostruito nelle forme attuali nel XVI secolo, in epoca safavide, dopo l’adozione dello sciismo come religione di Stato. I pinnacoli del mausoleo si scorgono già da lontano. Lasciato l’autobus e rimasti a piedi, la guida raccomanda di non perdere l’orientamento attraverso la calca assai fitta. Per le donne non è sufficiente il consueto foulard: prima di accedere al santuario viene loro fornito un lungo telo per coprirsi dal capo fino ai piedi, operazione che ha attirato la divertita attenzione degli altri pellegrini. Un guardiano del santuario, verificato l’abbigliamento ortodosso, acconsente a guidarci oltre il cancello. Il grande cortile, strutturato come spazio di preghiera, è utilizzato in occasione delle ricorrenze più importanti e costituisce l’unica parte del complesso accessibile dai visitatori non sciiti. Siamo condotti fino alla soglia del portale interno, il cui iwan è ricoperto di lamine d’oro e di mosaici. Da questo punto non possiamo spingerci oltre, e torniamo sui nostri passi.
Qom è anche nota per essere la città natale di Hassan-i Sabbah (ca. 1050–1124), fondatore dell’ordine dei Nizariti, seguaci dell’Aga Khan. Questa corrente eterodossa è minoritaria nell’ambito sciita, ma prevalente fra gli Ismailiti. Mentre questi ultimi sono generalmente d’osservanza settimana, ovvero ritengono che la successione degli Imam storici termini al settimo e non al dodicesimo discendente del lignaggio, i Nizariti ritengono invece che la successione degli Imam non abbia subìto alcuna interruzione fino ai giorni nostri, riconoscendo l’Aga Khan come proprio attuale rappresentante. Nel corso dei secoli il suo ruolo si è progressivamente mondanizzato, per diventare in tempi recenti un capitano d’industria fra i più ricchi al mondo, assiduo frequentatore di imprenditori e uomini politici di caratura internazionale.
Ormai sono circa le sette di sera, su Qom il sole è già tramontato. Tehran dista più di 150 chilometri, ovvero almeno due ore di viaggio alla nostra andatura. Difficile pensare di trovare, una volta arrivati a destinazione, un ristorante ancora disposto a servire la cena: preferiamo sostare lungo l’autostrada presso una stazione di servizio, analoga ad un nostro autogrill, con un ricco self service comprendente antipasti, zuppe, carni, verdure e dolci. Dopo l’ottimo pasto si affronta l’ultimo tratto di strada: calate le tenebre, il paesaggio avvolto nella fitta oscurità non lascia più scorgere alcun particolare, tranne il lungo nastro d’asfalto, illuminato dai lampioni fino all’orizzonte. Il resto del viaggio trascorre sonnecchiando fino ai primi sobborghi di Tehran, che si annunciano con le luci dell’aeroporto, seguite dal mausoleo dell’Imam Khomeini ed infine dall’agglomerato urbano.
Il nostro albergo, l’hotel Enghelab, risale agli anni Settanta e, pur pulito e spazioso, presenta gli inevitabili segni del tempo. Pare di essere tornati ai tempi dello Scià quando in queste strutture, allora classificate di lusso, venivano ospitati diplomatici, industriali ed affaristi stranieri. Di tutto ciò rimangono a testimonianza le camere arredate come quarant’anni fa ed i grandi saloni vuoti, sovrastati da monumentali lampadari spenti. In compenso la sistemazione è tranquilla: fra gli interventi di ammodernamento, i serramenti sono stati recentemente rinnovati con materiale antirumore.

23 marzo. Tehran: ultimo giorno tra musei e montagne

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Il ristorante dell’hotel, situato al sedicesimo piano, è dotato di una piattaforma girevole che funziona solo di sera. Adesso, all’ora di colazione, è ferma. Il panorama che si ha da questa stanza spazia a 360 gradi sui dintorni: 70 chilometri ad est s’innalza la piramide vulcanica, perennemente innevata, del monte Damavand (5610 m). A nord si estende la catena dei monti Alborz, di circa 4000 metri d’altitudine, che divide la conca di Tehran dal Mar Caspio, distante circa 100 chilometri in linea d’aria. Ai piedi delle montagne sono situati i quartieri settentrionali della capitale, tradizionalmente abitati dalla borghesia e dalle classi abbienti (industriali, professionisti, dirigenti e politici). In direzione nord-est spicca la forma affusolata della torre Milad, che con i suoi 435 metri d’altezza è una delle costruzioni più alte del mondo: un’ardita sfida ingegneristica in un territorio fortemente sismico. Verso la pianura, a sud, si estendono invece i numerosi quartieri popolari. Ovunque si guardi risulta estremamente difficile scorgere un minareto od una moschea, così comuni nelle città degli altri paesi musulmani: anche i richiami alla preghiera sono rarissimi ad udirsi.
La colazione, di stile continentale, è varia ed abbondante. La prima meta della giornata è il museo nazionale iraniano, che contiene la più vasta raccolta al mondo di reperti d’arte persiana dalla preistoria in poi. La zona in cui esso sorge, pur centrale, è moderna e presenta numerosi esempi d’architettura razionalista: verso la metà degli anni Trenta fu Reza Scià (1878–1944) ad ordinare lo sventramento di parte del centro storico per far posto a questo nuovo quartiere direzionale. Egli considerava l’antico impianto della città come un ostacolo alla realizzazione del suo progetto per una capitale al passo coi tempi. Quegli anni non furono forieri solamente d’innovazioni urbanistiche, ma anche di cambiamenti sociali: il nuovo monarca, d’estrazione militare, dopo aver rovesciato la decadente dinastia cagiara, bandì le espressioni della vecchia cultura, considerata antiquata e inadatta al XX secolo. Per sua espressa volontà, il nome dello Stato mutò da «Persia» in «Iran», antico toponimo dal significato di “paese degli ariani”. In modo simile al contemporaneo Atatürk, egli volle avviare un processo di laicizzazione della società, ma non seppe conciliare le velleità di modernizzazione con una politica che gli assicurasse l’appoggio della popolazione. Fra i suoi principali errori vi fu quello di sottovalutare il legame tra il clero e la classe mercantile, motore economico del paese. Quando nel 1928 Reza Scià umiliò pubblicamente un alto prelato di Qom, la frattura tra monarchia e società produttiva poté dirsi insanabile. Nell’arco di pochi anni la fortuna del sovrano dal pugno di ferro decadde, e fu abbandonato anche dagli alleati stranieri per sospette simpatie fasciste. Dopo la sua deposizione, in realtà decretata per via dell’intransigenza sulle concessioni petrolifere, fu esiliato in Sudafrica. Al suo posto fu insediato il figlio Mohammed Reza Pahlavi (1919–1980), considerato più duttile nei confronti delle potenze occidentali.
Museo Nazionale: statua di guerriero sassanide
Museo Nazionale: statua di guerriero sassanide
A Reza Scià sopravvissero molte opere concrete da lui concepite, come il museo nazionale iraniano, costruito dall’architetto francese André Godard in un misto di stile razionalista e tradizionale. Il percorso espositivo inizia dalla preistoria, con una rassegna di manufatti di terracotta, idoli, armi e figure antropomorfe datate tra il 7000 e il 1000 a.C. Su alcuni oggetti susiani ed elamiti sono chiaramente riconoscibili degli animali, fra cui uno stambecco con le sue lunghe corna arcuate, ma anche altri ungulati e bovini, simbolo della transizione a metodi di agricoltura ed allevamento più efficienti. Con l’entrata nella storia, intorno al VII secolo a.C., si riscontrano le prime produzioni artistiche classiche d’epoca achemenide, con la successiva assimilazione di canoni greci, babilonesi e indiani, dovuta all’espansione dell’impero persiano. Di questo periodo è notevole il cosiddetto “cilindro di Ciro”, un editto in caratteri cuneiformi che il sovrano promulgò nei confronti dei babilonesi in seguito alla presa della loro città. Esso è stato interpretato da alcuni storici come una dichiarazione dei diritti dell’Uomo ante litteram, poiché i vinti sono trattati con grande tolleranza. A loro è stato concesso di mantenere la propria cultura, la propria religione e le proprie consuetudini. Dalle parole dello stesso Ciro: «Il mio grande esercito ha marciato pacificamente su Babilonia e l’intero paese non ha avuto nulla da temere. Ho rispettato la città, i suoi santuari [e] sono stato in grado di far vivere tutte le terre in pace». Quale fine stratega, egli era conscio che si governano meglio i popoli trattati con magnanimità che quelli oppressi.
Fra gli altri reperti achemenidi spicca un grande bassorilievo in basalto raffigurante l’imperatore, circondato dai suoi dignitari, mentre riceve l’omaggio del re di Media, tradizionale alleato dei persiani. Poco oltre vi sono i resti di una statua colossale con il volto del monarca e il corpo dalle fattezze leonine, alla maniera assiro-babilonese. È presente inoltre una colonna, proveniente dal sito di Persepoli, che reca un capitello taurino di puro stile achemenide.
Proseguendo nel percorso espositivo e nelle epoche, un baffuto guerriero sasanide di grandezza superiore al naturale scruta i visitatori col suo sguardo immobile. Qualche secolo più tardi avverrà in territorio persiano l’islamizzazione: l’arte cambierà allora radicalmente, lasciando uno spazio sempre maggiore ai temi religiosi, all’architettura sacra e alle composizioni astratte. Anche se l’Islam è generalmente iconoclasta, tale assunto non è sempre stato rispettato con rigore. Nel corso della storia si sono avute varie rappresentazioni di santi, profeti, angeli, personaggi biblici e addirittura dello stesso Maometto, perlopiù sottoforma di miniature a corredo delle Sacre Scritture. I ritratti degli Imam storici, fra cui Ali e i figli Hassan e Hussein, compaiono frequentemente nei luoghi pubblici.
Verso l’uscita si può vedere una copia del Codice di Hammburabi, il cui originale, scoperto nel 1901 a Susa (Shush), è oggi conservato al museo del Louvre di Parigi.
Non distante dal museo nazionale vi è il museo dei vetri e delle ceramiche. Esso è ospitato in una vecchia villa d’epoca cagiara, riconvertita in spazio espositivo negli anni ‘70 per volere dell’imperatrice Farah Diba. Dal pianterreno la visita inizia con una rassegna di oggetti, recipienti e bottiglie risalenti agli albori preistorici dell’arte vetraria e della ceramica, passando poi al periodo achemenide e a quello sasanide, epoche in cui furono perfezionate le tecniche di modellazione della creta, della soffiatura e del taglio del vetro. Al secondo piano trova posto la collezione d’epoca islamica, con fini esempi di cesellature in oro e turchesi, recanti iscrizioni sacre, poemi e miniature. Anche in quest’ambito si può distinguere la successione cronologica degli stili; in particolare si notano le influenze esogene dovute ai contatti della Persia con le altre culture: fra le opere di questo tipo spiccano quelle d’influenza mongolica dell’epoca ilkhanide (secolo XIII).
Il museo dei tappeti non dista che qualche minuto d’autobus. La manifattura del tappeto è un’antichissima arte persiana riconducibile, secondo le indagini archeologiche, all’età del bronzo.
Di quell’epoca si sono conservati pochi esemplari per via della delicatezza dei tessuti utilizzati, principalmente lana e cotone. La maggior parte dei tappeti esposti risale al periodo compreso tra l’epoca selgiuchide e quella cagiara (secoli XIII–XIX), con un’esaustiva rassegna di tecniche di tessitura e di decorazioni tradizionali, fra cui motivi astratti, animali e vegetali, ma anche scene di vita di nobiluomini e della corte imperiale. La struttura del museo, spiccatamente moderna, è stata progettata da Farah Diba ed inaugurata nel 1978.
Nel periodo di capodanno parecchi negozi della capitale sono chiusi, compreso il bazar. Gli abitanti sono partiti per le vacanze verso le località di villeggiatura e Tehran appare ora svuotata. Sulla strada è aperto un forno, dove acquistiamo delle schiacciate di pane e dei dolci all’aneto. Un’altra bottega offre invece una discreta scelta di frutta secca. Procedendo a piedi in direzione sud, si raggiunge la Piazza della Rivoluzione (Meydan-e Enghelab), luogo simbolo di tutti i moti contemporanei. Fra i più recenti si ricorda il Movimento Verde, colore adottato nel 2009 dai sostenitori di Mir-Hossein Mussavi, sfidante di Ahmadinejad alle elezioni presidenziali. La vittoria di quest’ultimo, che all’epoca si apprestava ad iniziare il secondo mandato, è stata sospettata di brogli a causa delle forti incongruenze nei risultati dello spoglio, come la partecipazione superiore al 100% (sic!) degli aventi diritto in alcuni distretti chiave, unita all’aumento eccessivo dei voti per i conservatori in collegi spiccatamente progressisti. La protesta ha avuto il largo supporto di studenti e intellettuali, che non proponevano il rovesciamento del velayat-e faqih (governo del clero), bensì ne auspicavano la riforma, per renderlo adeguato alle esigenze del ventunesimo secolo. Alla maggior parte dei giovani mobilitati poco importava della forma di stato e di governo in vigore, purché essa rispettasse i diritti civili, le libertà individuali e garantisse i servizi pubblici fondamentali per un’esistenza dignitosa. I giovani iraniani inoltre, anche se molti non lo ammettono, si sentono fieri del proprio paese e della propria cultura: molti sono musulmani credenti, ma in modo assai più laico dei loro avi; seguono le mode occidentali come fattore d’aggregazione sociale ma non amano necessariamente l’occidente. Detestano soprattutto l’arroganza con cui molti altri paesi continuano a trattare il loro.
Sempre viva è l’umiliazione del 1953, quando il tentativo del Primo Ministro Mohammed Mossadeq di emancipare l’Iran dal controllo anglo-americano fu stroncato da un colpo di stato, organizzato dalla CIA e dall’MI6 con il benestare dello Scià. Da allora il popolo non ha mai smesso di nutrire un certo malumore nei confronti del potere costituito, tendenza smentita neppure sotto l’attuale regime, quando gli alti rappresentanti del clero sciita sono stati accusati d’arricchirsi mediante la corruzione ed i proventi del greggio. Lo scandalo spianò a suo tempo la strada all’elezione di Ahmadinejad, primo Presidente d’estrazione laica dai tempi di Bani Sadr.
Nel lungo periodo neppure Ahmadinejad si é però salvato dal giudizio negativo della gente: rivelatosi populista ed incapace di risolvere i veri problemi del paese, ha suscitato l’ondata delle proteste del Movimento Verde, che si è protratta dal 2009 al 2012. I dimostranti, dopo gli ultimi raduni a favore della Primavera Araba, si sono infine diradati, complice sul fronte interno l’avvicinamento della fine del mandato di Ahmadinejad, e su quello estero la dissoluzione dei moti egiziani per mano militare.
Panorama di Tehran
Panorama di Tehran
Esauriti i principali poli d’interesse della città, decidiamo di spendere l’ultimo pomeriggio in Iran con una scampagnata verso i monti Alborz. Dalla piazza raggiungiamo la più vicina stazione della metropolitana. Il servizio di trasporto sotterraneo di Tehran è moderno e veloce, composto di quattro linee disposte a raggiera che servono in modo efficiente tutta la città. Dall’inaugurazione della prima tratta nel 1999 la rete si è rapidamente espansa fino a raggiungere anche i borghi più esterni, costituendo ad oggi la risposta più efficace ai problemi del traffico e dell’inquinamento della capitale. Le stazioni sono ampie e ben illuminate, mentre nelle carrozze non vi sono separazioni tra i generi, ad eccezione della presenza di un vagone, in testa o in coda al treno, riservato alla sola utenza femminile. Negli altri spazi, uomini e donne siedono gli uni accanto alle altre.
Mediante la linea 4 si raggiunge in tre fermate Darwazet Dowlat, dove si cambia con la linea 1. Da qui si percorre un lungo tratto di tredici fermate fino al capolinea di Tajrish, quartiere settentrionale adagiato sulle prime balze montuose. La fermata è assai profonda sotto il livello del suolo: è necessario affrontare una lunga serie di scale mobili per raggiungere la superficie. Dalla piazza fermiamo alcuni taxi per proseguire qualche chilometro in direzione di Darband, l’ultimo sobborgo di Tehran verso settentrione. Da un certo punto la strada, sempre più in salita, è chiusa ai veicoli a motore: lasciamo alle spalle l’urbanizzazione cittadina per addentrarci a piedi in una valletta dalle pareti scoscese e rocciose. Il percorso termina presso una borgata, piuttosto frequentata dagli abitanti locali come meta fuori porta: qui sono presenti numerosi ristoranti e alberghetti.
Mentre il resto del gruppo si ferma in una casa da tè per riposare e fumare la pipa ad acqua, rimasti solo in tre, prendiamo la vicina seggiovia per raggiungere un punto ancora più elevato, a circa 2000 metri sul livello del mare. Il panorama sulla città è chiuso dai rilievi circostanti, ma da questa posizione la vista si apre verso la catena dei monti Alborz, che incombono innevati a breve distanza. È circa metà pomeriggio, disponiamo ancora di parecchio tempo: per tornare in basso decidiamo di scendere a piedi lungo il sentiero. Il paesaggio è brullo e sassoso, non particolarmente attraente ma assai rappresentativo dell’orografia locale, costituita in larga parte da formazioni di rocce sedimentarie risalenti al periodo post-cretaceo (circa 60 milioni di anni fa).
Tentiamo una digressione sul versante esposto a mezzogiorno ma siamo purtroppo fermati da una cortina di filo spinato: l’area è sotto il controllo militare e non è possibile proseguire oltre. In meno di mezz’ora (circa 200 metri di dislivello) raggiungiamo nuovamente il fondovalle. Dopo esserci ricongiunti con il gruppo, torniamo in città mediante un taxi. La prossima notte saremo già sul volo verso Istanbul: dobbiamo apprestarci a preparare i bagagli per poter poi riposare qualche istante. In occasione della nostra ultima cena in terra iraniana è prevista l’uscita in un ristorante di buon livello nella zona settentrionale della città. L’autista, in vena di festeggiare, ordina addirittura l’agnello, una delle portate più costose. Da buona forchetta qual è sempre stato, avrebbe dovuto divorarlo: purtroppo invece, vinto da una leggera indisposizione al coronamento delle proprie fatiche, non è riuscito a dar fondo al piatto. La sistemazione e l’arredamento sono in stile tradizionale: la tavola è apparecchiata sopra un grande tappeto disteso per terra, da cui ci si serve seduti, a gambe incrociate. Le portate sono simili a quelle descritte in precedenza per gli altri ristoranti.
Terminato il pasto, salutiamo la guida che ci ha condotti con grande competenza durante questo viaggio alla scoperta dell’Iran. Tornati in albergo, rimangono a disposizione un paio d’ore di sonno prima della partenza.

24 marzo. Ritorno a casa

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All’una di notte già suona la sveglia in camera. Tutta la città è avvinta dal sonno e dalle tenebre, i corridoi dell’hotel sono vuoti, la hall è buia e silenziosa. Dopo aver consegnato le chiavi delle stanze al portiere di notte, carichiamo i bagagli sull’autobus. Solo noi siamo in procinto di lasciare questo paese? Pare quasi di uscire dalla scena in punta di piedi, senza voler disturbare nessuno con la nostra presenza. I viali sono deserti, sulla tangenziale ogni tanto compaiono alle nostre spalle i fari di qualche automobile, che lentamente ci supera e scompare dopo qualche minuto in lontananza. Con l’approssimarsi dell’aerostazione internazionale “Imam Khomeini” dobbiamo ridestarci forzatamente dal torpore: ringraziamo ancora l’autista, con cui abbiamo percorso 1500 chilometri attraverso il paese.
Il volo Turkish Airlines n.875 lascia il suolo iraniano alle 4.35 diretto ad Istanbul. Da questa destinazione intermedia il gruppo si separa: chi rientra a Milano, chi a Venezia, chi ancora a Roma. In pochi siamo diretti a Torino, l’ultimo dei voli verso l’Italia. Al nostro arrivo il buio ha ormai sommerso la pianura Padana: è il momento di ritrovare la propria casa per un momento di meritato riposo, domani si torna già al lavoro… almeno fino al prossimo viaggio.

Postfazione

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Gli stereotipi sono purtroppo duri a morire. La visione dell’Iran che si ha in occidente è pesantemente condizionata da molti pregiudizi senza fondamento. Anche i più informati tra noi, una volta arrivati, non hanno potuto che prendere atto d’una realtà ancora differente da quella immaginata. Basandomi su ciò che ho visto, posso constatare come la società iraniana sia di fatto più laica e moderna rispetto a quella di altri paesi del Medio Oriente che si proclamano secolari. Le apparenze, costituite dal velo e dai turbanti dei religiosi, nascondono invece una società orgogliosa, conscia della propria storia e desiderosa di trovare un posto nel mondo attuale. Se il Governo del Clero (Velayat-e Faqih) saprà cogliere questa sfida, intraprendendo la strada delle riforme, sarà un bene per tutti. In caso contrario il popolo iraniano ha da sempre dimostrato di mal tollerare i governi sordi e autoritari: sia la Rivoluzione Costituzionale del 1906 che quella islamica del 1979 sono scaturite dal basso per rovesciare dei poteri considerati dispotici.
Riguardo al futuro, molto dipenderà dalla volontà della classe dirigente, che dovrà innanzitutto fronteggiare le problematiche dovute alla crisi economica, come la disoccupazione, l’inflazione e la conseguente perdita di potere d’acquisto delle famiglie. Al fine di adottare un’efficace politica economica, l’Iran avrebbe innanzitutto la necessità di differenziare le proprie fonti energetiche, svincolandosi progressivamente dal petrolio, destinato ad esaurirsi nel lungo periodo, per incentivare invece la produzione di energie rinnovabili, quali l’eolico ed il fotovoltaico, di cui può disporre in abbondanza. I relativi proventi potrebbero essere utilizzati per la realizzazione d’infrastrutture compatibili con il delicato ambiente naturale, disincentivando l’uso dell’automobile, promuovendo i mezzi di trasporto pubblici, l’istruzione, la sanità e la regolamentazione delle acque per espandere l’agricoltura nei territori attualmente incolti.
La società dovrebbe poter essere in grado di esprimere la propria cultura nell’ambito di una costituzione laica e democratica, che non imponga obblighi di carattere religioso o morale. Il velo? Né vietato né obbligatorio, lo porti chi lo desidera: la questione, rispetto ai problemi reali del paese, è pressoché irrilevante. Per incoraggiare le riforme sarà fondamentale il ruolo della Comunità Internazionale, in particolare dei paesi occidentali, che dovranno adottare un atteggiamento di dialogo e confronto con l’Iran, anziché continuare a reputarlo una minaccia.
Queste mie considerazioni hanno un carattere strettamente personale e non chiedo ad alcuno di condividerle: le ho esposte solo per amore di questo paese, al quale auguro un’epoca di pace e di prosperità, che la storia gli ha raramente concesso.

Alcuni dati riassuntivi

giorno itinerario
15 marzo Torino–Istanbul
16 marzo Istanbul–Tehran–Shiraz
17 marzo Shiraz
18 marzo Shiraz–Yazd
19 marzo Yazd–Esfahan
20 marzo Esfahan
21 marzo Esfahan
22 marzo Esfahan–Tehran
23 marzo Tehran
24 marzo Tehran–Istanbul–Torino
Questo viaggio, effettuato dal 15 al 24 marzo 2013, è stato auto-organizzato da parte di un gruppo di quattordici partecipanti con l’operatore Avventure nel Mondo seguendo la traccia proposta dall’itinerario “Iran Suite”.
Voli dell’andata: Torino–Istanbul (3 ore), Istanbul–Tehran (3 ore), Tehran–Shiraz (1 ora).
Voli del ritorno: Tehran–Istanbul (3 ore), Istanbul–Torino (3 ore).
Il percorso, a grandi linee, è stato: Tehran, Shiraz, Persepoli, Naqsh-e Rostam, Pasargad, Abarquh, Yazd, Meybod, Nain, Esfahan, Abyaneh, Kashan, Qom, Tehran.

Totale km percorsi
In aereo: 8.300 (13 ore)
In autobus: 1.500 (ca. 30 ore)
Con mezzi urbani: 16 (ca. ½ ora)
A piedi: 50 (ca. 35 ore)

Note: le informazioni pratiche presenti in questo racconto sono riferite al momento in cui è stato effettuato il viaggio (2013) e potrebbero risultare non più valide o attuali.
Per una lettura meno ostica, in questo racconto ho preferito utilizzare la grafia più comune per indicare i nomi di cose, luoghi e persone, a scapito dell’esatta traslitterazione. Si troverà pertanto Tehran anziché Tehrān, Esfahan anziché Esfahān, Scià anziché Šāh, ecc. È inoltre necessario ricordare che il persiano è una lingua tendenzialmente tronca, il cui accento tonico cade generalmente sull’ultima sillaba, con numerosi suoni non rappresentati nella nostra lingua. Il lettore italiano dovrebbe quindi pronunciare, a titolo d’esempio, [teh'rɒn] e non ['teːran] o [te'heran], né [kome'ini] al posto di [χomei'niː].

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Bibliografia

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Nota dell’autore: attenzione alle imitazioni!
Sono stati recentemente pubblicati testi che presentano forti similitudini con “L’altro Iran”: non solo dal punto di vista del tema trattato, ma anche dell’impostazione grafica, della struttura narrativa e addirittura della modalità di promozione e distribuzione.
Non avrei pensato che “L’altro Iran” potesse suscitare tentativi d’imitazione: giova però ricordare che questo libro è stato pubblicato online già nel 2013, poi reso disponibile anche in formato cartaceo ed e-book, in data antecedente alla pubblicazione di altri testi di notevole somiglianza.

Per informazioni potete contattarmi all’indirizzo: info@lorenzorossetti.it


“L’altro Iran”: © 2013 Lorenzo Rossetti, Tutti i diritti riservati – All rights reserved.