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Giappone per caso

Viaggio oltre gli stereotipi attraverso il paese del Sol Levante

«Il Giappone rende possibile una sociologia non euclidea, un’economia non euclidea, una cultura non euclidea»
Fosco Maraini

Prefazione

Giappone per caso
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Il Giappone non ama rivelarsi immediatamente a chi vi si accosta. Rispetto ad altri luoghi dell’Asia, la sua notevole complessità culturale, sociale e territoriale si appresta ad essere colta più agevolmente mediante un processo intellettuale anziché attraverso uno sguardo emotivo: in tal senso è un paese la cui bellezza si palesa solo a chi sceglie deliberatamente di cercarla.

Qualcuno ritiene che i giapponesi siano più simili a dei marziani che a degli esseri umani. Sushi, samurai, geishe, traffico caotico, kamikaze, Fuji, tradizione e tecnologia, natura ed inquinamento, fanatismo e raffinatezza, belligeranza e sottomissione, etica del lavoro e spersonalizzazione: qual è il limite tra cultura e folklore? È tutto vero oppure stiamo cadendo nella trappola di vecchi e nuovi stereotipi, propugnati in nome del mai tramontato esotismo? Lo scopriremo solo viaggiando…

Giappone dunque, non del tutto «per caso», come parrebbe suggerire il titolo: di casuale v’è stata solo l’occasione d’intraprendere il viaggio, ma l’intenzione di approfondire la conoscenza di questo paese era già forte da tempo.

Segui il racconto sfogliando l’album fotografico completo su Picasa.

1° aprile. Fuori dall’Europa


Percorso del viaggio
All’aeroporto di Milano Malpensa il volo Emirates 94 per Dubai è già in ritardo di un’ora. Alcuni compagni di viaggio arrivano alla spicciolata mentre i rimanenti, in partenza da Roma, si uniranno a noi allo scalo di Dubai, dov’è prevista la coincidenza per Ōsaka.
Effettuato il check-in, rimane ancora qualche istante per un veloce pranzo in un caffè dell’aerostazione. L’attesa prima della partenza è incentrata sulla ricognizione degli aspetti organizzativi: guide, cartine, valuta, prenotazioni alberghiere, orari dei mezzi pubblici, ecc…
Finalmente, verso le 16.30, l’aeromobile lascia il suolo europeo. Sotto di noi si vedono Grecia, Turchia, Siria, Iraq ed Arabia Saudita. Il volo dura in totale sei ore.
Già in fase di atterraggio (ore 0.30 circa secondo il fuso orario locale) si nota l’eccessiva illuminazione di Dubai: negli Emirati Arabi Uniti non vige il concetto di risparmio energetico, grazie al potere dei petrodollari.
L’aeroporto, un’estesa opera d’architettura moderna, nel bene o nel male non può lasciare indifferenti: decine di negozi, assiepati e lucidati a specchio, traboccano di oggetti d’oro, d’alta tecnologia, di vini e liquori prestigiosi. Poi ancora: bistrot, ristoranti e molto altro.

2 aprile. Voli interminabili

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Alle tre del mattino è annunciato l’imbarco sul volo Emirates 316 per Ōsaka, della durata di undici ore. Sorvoliamo il Golfo Persico, l’Iran, il Pakistan, l’India, la Birmania e la Cina. La rotta è piuttosto meridionale rispetto alla traiettoria geometrica: il vento favorevole della corrente a getto fa toccare al velivolo punte di oltre 1100 km/h. Dopo qualche ora i finestrini vengono oscurati e le voci tacciono, lasciando spazio al rombo continuo delle turbine. La maggior parte dei passeggeri sonnecchia avvolta nelle coperte. Alcuni guardano dei film in lingue incomprensibili, altri leggono con la propria luce pagine d’ideogrammi indecifrabili. Altri ancora, come me, cercano d’ingannare il tempo ed il mal di testa: mi alzo per fare due passi nel corridoio, scansando teste ciondolanti e piedi puzzolenti di varie nazionalità, per arrivare fino in coda all’aereo, dove stazionano gli assistenti di volo. Questo stanzino è l’unico luogo non immerso nella penombra; qui riesco a trovare lo spazio per qualche esercizio ginnico e per sorseggiare un succo d’arancia, ascoltando i discorsi del personale. «I’m a little bit tired» dice un’hostess rivolgendosi alla sua collega, anch’essa affaticata: le tratte intercontinentali di questa durata sono fiaccanti anche per i professionisti del settore.
Le tendine vengono aperte durante il transito sul Mar Cinese orientale quando appare il primo lembo di terra giapponese: l’isola di Kyūshū con la città di Kagoshima, seguita poco più tardi dall’isola di Shikoku.
Atterraggio all’aeroporto di Ōsaka Kansai verso le 17.30 locali. Grande stanchezza, mal di stomaco e mal di testa: non ho dormito, ma debbo cercare di recuperare le forze per le operazioni di sbarco.
Le procedure per ottenere il visto turistico giapponese, della durata di 90 giorni, sono assai semplici: il passaporto in corso di validità dev’essere esibito all’ufficiale di frontiera, che rileva le impronte digitali (indici della mano destra e sinistra) e scatta una foto del volto. Il visto è applicato sul documento con lo status di “temporary visitor”. È necessario dichiarare le ragioni della visita (“turismo” nel nostro caso) e l’itinerario del viaggio, o perlomeno il nome del primo albergo. Nessun problema per il ritiro dei bagagli: arrivati a destinazione in orario ed integri. Un avvertimento: nel progettare gli spostamenti bisogna evitare di confondere l’aeroporto internazionale del Kansai con l’«aeroporto di Ōsaka», ovvero il vecchio scalo situato sul lato opposto della baia.
L’albergo prenotato per stasera, il Corona Hotel, è situato nei pressi della stazione ferroviaria di Shin-Ōsaka. Per raggiungerlo scegliamo il mezzo più diretto, anche se non il più economico: il treno Japan Railways tokkyū (Limited Express) 40 “Haruka” delle 19.46. Primo problema giapponese: non è presente alcun bigliettaio e non vi è nessuno cui chiedere informazioni. I passanti intuiscono le nostre difficoltà e si fermano per tentare di aiutarci, senza risultati per via della loro scarsa padronanza dell’inglese. Là in fondo c’è un botteghino delle ferrovie… siamo salvi? No, neppure gli impiegati riescono a comprendere le nostre domande. Dopo una ventina di minuti scopriamo che il biglietto è emesso da alcune macchine automatiche disposte in fila lungo una parete. Il loro utilizzo, se a prima vista può sembrare sconfortante, è in realtà semplice: l’utente con scarsa familiarità della scrittura giapponese può cercare la funzione che mostra il processo in lingua inglese (scelta della tratta ed introduzione della tariffa corrispondente).
I binari del treno non sono liberamente accessibili: le obliteratrici espletano anche la funzione di tornelli, impedendo l’accesso agli eventuali viaggiatori abusivi.
Il biglietto, una volta convalidato, va conservato fino al termine della corsa per transitare attraverso i cancelli d’uscita. In caso di smarrimento è richiesta la tariffa piena dell’intera tratta.
Sul pavimento delle banchine è segnato il punto corrispondente ad ogni porta del treno in modo che gli utenti prenotati, conoscendo il numero della propria carrozza, possano incolonnarsi in anticipo. I posti si possono prenotare gratuitamente presso gli sportelli delle stazioni. Prima di partire può essere utile controllare sui tabelloni luminosi la collocazione dei vagoni riservati e di quelli liberi.
A bordo i sedili vengono orientati nel senso di marcia mediante un meccanismo automatico, che permette una rotazione di 180° ad ogni capolinea. È presente anche un pedale che permette di effettuare manualmente questa operazione.
Il tempo necessario a compiere il tragitto fino a Shin-Ōsaka è di 50 minuti: il treno scorre dalla periferia verso il centro, un unico agglomerato di condominî di cemento.
Il percorso a piedi dalla stazione all’albergo, complice il buio, non risulta assai semplice. Dopo qualche giro a vuoto intorno agli isolati circostanti riusciamo finalmente a rintracciarne l’entrata.
Ci sistemiamo in tre in una stanza per fumatori, anche se non lo siamo: purtroppo, in mancanza d’alternative, negli alberghi business (economici) questa scelta è spesso obbligata. La finestra è affacciata direttamente sui binari dell’alta velocità, i cui treni transitano ogni cinque minuti, provocando uno sferragliamento non trascurabile.
Si avvicina l’ora di cena: in cinque usciamo in cerca di un ristorante nei pressi dell’albergo. Gli altri si dirigono invece con la metropolitana verso la zona più centrale di Umeda.
Dopo qualche decina di minuti di peregrinazione, dovuti all’incertezza su quale locale affrontare, optiamo per un ristorantino economico, dove scegliamo a priori la portata da un pannello illustrato, pagando in anticipo presso una macchina automatica: quest’ultima eroga lo scontrino con l’ordine, che può essere trasmesso direttamente al cuoco. Nella sala vi è un distributore di tè verde, bevanda disponibile gratuitamente.
La mia scelta cade su un donburi con riso bianco, contorno di carne e verdure saltate, alghe e miso (zuppa di fagioli di soia).
Tornati in albergo, ci apprestiamo al primo sonno in terra giapponese. La ferrovia sotto le finestre è assai rumorosa, ma per fortuna le corse dei treni ad alta velocità si diradano e quasi s’interrompono tra le 23 e le 6.

3 aprile. Ōsaka sotto la pioggiapercorso ad Ōsaka su consulta la mappa

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Questa mattina, per l’unica volta nella durata del nostro soggiorno, la colazione è inclusa nel prezzo della camera. La scelta è però scarsa: qualche fetta di pancarré con della marmellata e del caffè lungo (non è a disposizione neppure il tè).
Il tempo è assai inclemente: usciamo per la visita ad Ōsaka (ab. 2,7 milioni) accompagnati da uno sgradevole umido, bagnati dalla pioggia e sferzati dal vento freddo.
Per comodità negli spostamenti, sottoscriviamo un abbonamento giornaliero (one day pass) all’intera rete della metropolitana. Utilizziamo la linea Midōsuji in direzione sud fino ad Hommachi, poi cambiamo per la Chūō e scendiamo a Tanimachi Yonchōme.
La prima meta è l’Ōsaka-jo, castello costruito dal condottiero Toyotomi Hideyoshi (1536–1598) e terminato nel 1580. Come la maggior parte dei monumenti di questo paese, esso è stato ricostruito “dov’era e com’era” (anche se con rinforzo antisismico in cemento armato) in seguito a vari episodi distruttivi, principalmente terremoti ed incendi, senza trascurare i bombardamenti purtroppo subìti durante la II guerra mondiale.
Un passaggio sull’imponente fossato conduce al portale situato sui bastioni. Questo tipo di fortificazione, come anche il concetto di castello, non esisteva in Giappone prima del XVI secolo, essendo stato importato dall’Europa con l’arrivo dei commercianti portoghesi e riadattato dalle maestranze locali, che apportarono alcune innovazioni come l’adozione dell’incastro irregolare (e non più squadrato) della pietre della bastionatura. Agli angoli si notano degli edifici con funzioni di garitte, le yagura (lett. “depositi per frecce”): è curioso notare come nel nome sia rimasto il riferimento all’arma bianca, anche se nel periodo Azuchi-Momoyama (1568–1603) i castelli erano già stati progettati in funzione delle bocche da fuoco.
Ōsaka: la rocca del castello
Ōsaka: la rocca del castello
Dal parco, che in molti reputano pittoresco durante il periodo della fioritura, si ha una vasta panoramica della città e delle zone circostanti. Questi giorni, teoricamente già compresi nel periodo dell’hanami (la fioritura dei ciliegi), sono invece funestati da una persistente ondata di freddo siberiano, che quasi non lascia intravedere neppure i boccioli.
Ōsaka non offre molti poli d’interesse: l’anima della città è prevalentemente commerciale e la gente vive di affari e finanza più che di storia e cultura.
Riprendiamo la linea Chūō della metropolitana e cambiamo ad Hommachi per la Midōsuji, portandoci verso la zona di Namba, che comprende Sennichimae e Dōguya-suji, famose strade commerciali coperte. I negozi offrono una mercanzia assai variegata: cibo, carabattole, abbigliamento, scarpe, telefoni cellulari ed altro. Ritorno mediante la medesima linea Midōsuji.
Nel pomeriggio, dopo aver ritirato le valigie lasciate in custodia all’albergo, riprendiamo la via della stazione di Shin-Ōsaka.
Dobbiamo acquistare dei generi alimentari, ma questo non è un fattore problematico: le grandi stazioni giapponesi sono un microcosmo autonomo dove si può trovare di tutto, non solo centri commerciali e supermercati, ma anche alberghi, ristoranti, ecc. Usciamo da un negozio di alimentari con un sacchetto di frutta, verdura, yogurt e bevande varie. Vi sono anche alcuni forni in stile europeo, che riscuotono parecchio successo con i loro pani ripieni di frutta secca, i plum-cakes e le brioches, molto utili per le nostre colazioni in camera.
Avendo un budget limitato e non disponendo ancora dell’abbonamento ferroviario, ci rechiamo a Kyōto per mezzo di un treno locale, la cui tariffa è assai inferiore a quella di un espresso. Siamo però costretti ad affrontare un viaggio di oltre 60 minuti nell’ora di punta, compressi come sardine, sull’affollata tratta Ōsaka-Kyōto. I posti a sedere sono scarsi e la maggioranza delle persone rimane in piedi fino a destinazione, mentre il caldo nei vagoni dovuto all’elevato numero di passeggeri sale di minuto in minuto.
D’un tratto squilla il telefono: è una chiamata proveniente dall’Italia. Esito qualche istante al pensiero degli elevati costi del roaming, quando infine mi decido a rispondere. Ho fatto bene, è un’importante telefonata di lavoro, anche se per soli cinque minuti di conversazione ho dovuto sborsare circa 10 euro. Per essere utilizzati in Giappone, i telefoni cellulari devono essere conformi allo standard 3G (W-CDMA) con frequenze di 800 e 2100 MHz, caratteristiche incluse in qualsiasi moderno smartphone. I telefoni rispondenti al solo standard 2G (GSM), ormai in declino anche in Europa, sicuramente non funzioneranno. Ho effettuato il roaming con NTT DoCoMo, la principale compagnia di telecomunicazioni giapponese, che ha accordi con il mio operatore italiano. Un’altra compagnia che copre largamente il territorio è Softbank.
A Kyōto (ab. 1,5 milioni) l’intero treno si riversa nella modernissima stazione, una monumentale opera in vetro ed acciaio dell’architetto Hara Hiroshi, inaugurata nel 1997. Questo edificio, che di solito costituisce il primo impatto della città da parte dei visitatori, ha da sempre suscitato sentimenti contrastanti: alcuni lo considerano un illustre esempio d’architettura moderna, mentre altri lo ritengono scarsamente consono alla capitale storico-culturale del Giappone, custode di templi e santuari millenari.
Il nostro albergo, il Kyōto Tower Hotel Annex, è la dipendenza di uno degli alberghi più centrali della città, a soli cinque minuti di cammino dalla stazione. Le camere, pur piccole, sono confortevoli. Dalla finestra si ha la visuale della torre di Kyōto, un affusolato edificio bianco ed arancione alto 131 m, illuminato di notte. La strada su cui si affaccia la stanza, di fronte ad un parcheggio, è tranquilla e poco trafficata. Per mancanza di posti letto, due compagni di viaggio sono invece alloggiati nell’edificio principale del Kyōto Tower Hotel, a tre isolati di distanza.
Finalmente è tempo di una doccia: il bagno non è costruito in muratura, bensì è una struttura prefabbricata in plastica (ca. 1,5×1,5 m) collocata in un angolo della camera, dotata di un minuscolo lavandino, una vasca striminzita ed un water elettronico (washlet). Quest’ultimo, invenzione della ditta Toto negli anni ‘80, include il riscaldamento dell’asse, il bidet automatico ed altre funzioni azionate mediante una plancia posta a lato. Su comando dell’utente l’acqua esce già tiepida da alcune cannelle per il lavaggio delle parti anteriori e posteriori. Il getto è regolabile in vari gradi d’intensità. Per i perplessi: fidatevi, funziona.
Se invece avete necessità di usare un rasoio elettrico ad alimentazione diretta o un asciugacapelli, considerate che nei bagni non è sempre disponibile una presa di corrente. La tensione è ovunque di 100 V, mentre la frequenza è di 50 Hz nella metà nord-est del paese e di 60 Hz nella metà sud-ovest. Le prese sono di tipo “A” con due poli a lamine piatte, simili a quelle americane. L’acqua dei rubinetti è sempre potabile, ma è possibile che nelle città non abbia un ottimo sapore per via dei processi di depurazione.
La dotazione delle camere comprende in genere sapone, asciugamano, spazzolino, dentifricio ed una yukata, vestaglia di cotone che si usa dopo il bagno pomeridiano oppure d’estate come indumento informale e leggero. Onnipresente è inoltre il bollitore dell’acqua con le bustine del tè di cortesia.
Sono ormai le 20.30, già tardi per la cena: il ristorante dell’albergo sta ormai smettendo di accettare clienti. Chiediamo se sia ancora possibile accomodarsi. «Va bene», rispondono, «però chiudiamo alle 21». Provo il curry giapponese (karē raisu), versione nazionale del curry indiano introdotto dagli inglesi nel XIX secolo, ormai parte integrante della cucina locale. La portata è divisa a metà, con del riso bianco (gohan) da un lato e della salsa al curry con carne dall’altro. Puntuali, alle 21 i camerieri iniziano a sparecchiare: non ho ancora finito la pietanza che sono invitato a saldare il conto ed a lasciare il locale. Fingo di nulla, tergiversando per qualche istante, mentre sorseggio un bicchiere d’acqua. Poi, con grandi cucchiaiate, riesco a dare velocemente fondo al piatto.

4 aprile. Kyōto, l’antica capitalepercorso a Kyōto su consulta la mappa

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La giornata è interamente dedicata a Kyōto. Acquistiamo un abbonamento giornaliero (“one day pass”) per i trasporti pubblici: la città è servita da una fitta rete di autobus, mentre la metropolitana invece, di sole due linee, è di scarsa utilità a fini turistici.
La linea 5 è la più diretta per il tragitto dalla stazione fino a ridosso delle colline nord-orientali. La prima meta è il Ginkaku-ji (Padiglione d’argento), costruito nel 1482 per volere dello shōgun Ashikaga Yoshimasa come luogo di svago e meditazione immerso nella natura. Dal 1485, con il ritiro dello shōgun a vita contemplativa, venne riadattato a monastero Zen. Nel nome degli edifici religiosi, i suffissi –ji, –dera, –in o –an indicano un tempio buddhista, mentre –, –jingū, –jinja o più raramente –taisha rivelano la presenza di un santuario scintoista. In molti casi il sincretismo non permette però di scindere nettamente i culti.
La parte più nota del complesso, costituito da vari edifici circondati da un lussureggiante giardino, è la sala di Kannon (Kannonden). Nell’intenzione del costruttore, essa avrebbe dovuto emulare il più antico Padiglione d’oro (sempre a Kyōto) con la copertura di uno strato d’argento. Il progetto non fu però mai portato a termine e la struttura lignea rimase esposta.
Dal Ginkaku-ji percorriamo un tratto di strada a piedi verso sud seguendo il sentiero della filosofia (o del filosofo) che costeggia le colline orientali (Higashiyama). Per via del freddo intenso e della pioggia di questi giorni, i ciliegi che lambiscono il viale continuano a non degnarci della loro fioritura. Forse Amaterasu-ō-mi-kami, suprema dea del sole, si cela dietro ad una cortina di nuvole per scarsa simpatia verso noi gaijin (stranieri)?
Kyōto: il Nanzen-ji
Kyōto: il Nanzen-ji
Dopo un quarto d’ora svoltiamo a sinistra oltre un ponticello verso l’Hōnen-in, tempio della scuola Jōdo fondato nel 1681. L’interno non è aperto al pubblico, ma la parte più interessante sono i folti giardini di rododendri, pini, camelie e sugi (Cryptomeria japonica, gli autoctoni cipressi giapponesi).
Riprendiamo il percorso: la giornata si rasserena lentamente e ne approfittiamo per un breve pranzo al sacco.
All’estremità meridionale del sentiero della filosofia vi è il Nanzen-ji, annoverato fra i templi più rappresentativi di Kyōto: nato come residenza imperiale, fu trasformato in tempio Zen nel 1291. Gli edifici attuali risalgono al XVII secolo.
Il sanmon, monumentale portale ligneo, introduce all’area interna. Il famoso giardino detto della “tigre saltante” è purtroppo chiuso per lavori. Le parti meno note del complesso non sono però meno interessanti: oltrepassato l’acquedotto in mattoni, svoltiamo a sinistra per una stradina che si addentra in una valletta boscosa. Lasciamo ancora sulla sinistra un santuario scintoista, inerpicandoci per un sentiero fino all’Oku-no-in, romitaggio che sorge nei pressi di una grotta e di una cascata, oasi di pace non interessata dal turismo tradizionale. Concordo appieno con quanto affermato da una compagna di viaggio: la scoperta di questo luogo deserto a contatto con la natura non fa rimpiangere la folla dei monumenti più conosciuti. Una grossa pietra, scolpita con delle formule sacre, reca un cordone che la cinge in senso longitudinale: così la fede scintoista suole tributare onore alle più notevoli manifestazioni naturali, come alberi secolari e massi erratici, che in tal modo assurgono alla dignità di manifestazioni metafisiche, seppur non trascendenti, quali sono gli spiriti ed i kami.
Tornati in basso, attraverso una porta aperta nel convento riusciamo ugualmente a sbirciare all’interno dei giardini, almeno fino a quando non giunge un monaco a ricordarci che la zona è chiusa al pubblico.
Ripreso l’autobus, il percorso continua verso il Chion-in, monastero casa-madre della scuola Jōdo, costruito nel 1234 da un discepolo del fondatore Hōnen (1133–1212). Gli edifici attuali risalgono al XVII secolo, quando il complesso fu interamente ricostruito dallo shōgun Tokugawa Iemitsu (1604–1651) in seguito ad un incendio.
Oltrepassato il portale, come in tutti i templi ed i santuari, vi è una fontanella per l’abluzione rituale: mediante un mestolo, preso con la mano destra, si versa un po’ d’acqua sulla sinistra. Quindi si inverte la mano e se ne versa un po’ sulla destra. Si riprende poi il mestolo con la mano destra e si versa dell’acqua nella sinistra, con la quale ci si sciacqua la bocca. Il liquido residuo viene infine scaricato sulla mano che ha lavato la bocca.
Nella sala principale un monaco è intento alla recitazione dei sūtra accompagnandosi con il suono di un tamburello. Il corridoio che conduce ad un padiglione attiguo è dotato del pavimento “dell’usignolo”, così detto per via dello scricchiolio che ricorda il canto del volatile: si tratta di un’antica forma di antifurto che trova anche altri esempi nel paese e nella stessa Kyōto.
Dal cortile, una scala sul fianco del clivo propinquo raggiunge la struttura che ospita la campana più grande del Giappone (74 tonnellate), fusa nel 1633. Si dice che siano necessari più di 15 monaci per poterla suonare.
Dal Chion-in si prosegue con il bus (linea 100), sempre costeggiando le colline, verso il Kiyomizu-dera, tempio fondato nel 798. Dalla fermata su Higashi Ōji raggiungiamo la perpendicolare Matsubara dōri, una strada costellata di negozi che conduce, dopo una ventina di minuti di cammino, fino alla scalinata d’ingresso. Gli edifici attuali sono abbastanza antichi per i criteri giapponesi poiché risalgono al 1633. La folla è numerosa: questo è uno dei luoghi più amati della città. Il sole declina e molti abitanti di Kyōto salgono fin quassù per godersi lo spettacolo del tramonto, alcuni vestiti addirittura in kimono.
Il panorama migliore si ha dalla terrazza lignea dell’edificio principale, rivolta sulla valle sottostante e sospesa per decine di metri su un sistema di palafitte: nella lingua giapponese vi è l’espressione idiomatica “saltare dal Kiyomizu”, utilizzata quando ci si appresta a superare una difficoltà (equivalente ai nostri “saltare il fosso” o “gettare il cuore oltre l’ostacolo”). In passato qualcuno ha saltato veramente, risolvendo tutti i suoi problemi in maniera definitiva.
Kiyomizu-dera
Kyōto: il Kiyomizu-dera
Più in basso è collocata una fontana, già venerata in tempi antichissimi, forse addirittura antecedenti la fondazione del tempio stesso, il cui nome evocativo significa non a caso “acqua chiara”. Le leggende sono varie, ma fra le più diffuse vi è quella che vorrebbe i tre zampilli rispettivamente portatori di buona salute, felice vita sentimentale e successo negli studi (o intelligenza). Sarebbe però concesso bere al massimo da due getti: il superbo che osasse servirsi da tutti e tre sarebbe punito con il mancato esaudimento dei propri desideri.
L’imbrunire si avvicina: lasciamo il Kiyomizu scendendo da Gojozaka ed attendiamo l’autobus (linea 100) per Gion, il quartiere tradizionale di Kyōto, dove si concentrano le poche strade che ancora ricordano l’atmosfera della città vecchia. Iniziamo il percorso da Shinmonzen dōri, la meno interessante per via della presenza di edifici moderni, proseguendo per Shirakawa minami dōri, fiancheggiata da case di legno e ciliegi in fiore ai margini di un ruscello. L’atmosfera notturna con gli alberi illuminati dai fari e la luna sullo sfondo conferisce un valore aggiunto a questo luogo, già di per sé suggestivo. L’ultima strada, Hanami kōji, è conosciuta per le vecchie da case da tè ove risiedono le poche geisha che ancora esercitano questa professione.
La geisha (lett.: “persona d’arte”), fa del proprio lavoro la pratica delle arti tradizionali, ovvero la musica, il canto, la danza, la pittura, la calligrafia, ecc. Essa non è, come alcuni possono credere, una sorta di meretrice, perché è lei stessa a decidere se e quando concedersi, cosa che può avvenire non prima di lunghissimi periodi di frequentazione, ma che più spesso non avviene affatto.
Le danze eseguite dalle geisha traggono origine dal teatro kabuki degli inizi, quando era ancora permessa la recitazione delle donne. Nel corso dei secoli i movimenti hanno acquisito maggiore lentezza e simbolismo, andando a configurare un genere autonomo. Il principale strumento di accompagnamento è lo shamisen, una chitarra a tre corde.
I ranghi delle geisha sono differenziati in base all’esperienza: l’apprendista è detta maiko, mentre la geisha effettiva, che porta il nome di geiko nella zona di Kyōto, può essere solo colei che ha raggiunto la totale padronanza delle arti.
In tutto ciò che rappresenta, la geisha è un reperto storico e sociologico vivente, quasi immutato nelle sue forme da quattrocento anni.
All’improvviso scorgiamo un paio di esse mentre, inseguite da turisti e fotografi, escono furtivamente da una casa da tè ed affrettano il passo per dileguarsi nei vicoli più bui del quartiere.
Un ponte sul Kamo-gawa, fiume che taglia la città in senso latitudinale, conduce a Pontochō, l’altro quartiere vecchio di cui rimane solo un vicolo affollato di ristoranti di tutti i tipi.
Essendo già tardi, alcuni preferiscono cenare in zona, mentre altri ritornano verso l’albergo. Noi del primo gruppo optiamo per un ristorantino che serve la nabe (lett. “casseruola”), una ciotola di ghisa rovente ripiena di carne sukiyaki, verdure (principalmente cipollotto e cavolo) e tagliolini. Vi è anche un uovo crudo che viene cotto direttamente in tavola a contatto con il calore della pentola. Questo piatto, assai consistente, è tipico dei mesi invernali.
Da bere, oltre il tè, vi è la birra di produzione nazionale di marca Asahi o Sapporo, in stile Lager mediamente luppolata e parecchio costosa. La birra, se ordinata, può essere una delle voci più onerose di un pranzo in un locale economico.
La giornata termina con il rientro in albergo mediante autobus (linea 17). Prima di ritirarci, rimasti in due, ci attardiamo ancora mezz’ora per salire sulla terrazza panoramica della stazione. Una serie di scale mobili conduce fin sul tetto: in piena sera, nella penombra, sono in molti a sostare tranquillamente seduti sulle panchine a godersi la serata, chiacchierando e contemplando il panorama di Kyōto puntinata di luci. Non si avverte alcuna tensione dovuta alla sicurezza, non ci si sente osservati da nessuno. La polizia, che non è sostanzialmente d’utilità, non rivela quasi mai la sua presenza. Mentre scrivo, ormai a casa, ripenso con nostalgia all’assenza di criminalità spicciola che concerne scippi e rapine. Con questo non intendo affermare che in Giappone la malavita non esista: la Yakuza (mafia) gestisce grandi affari come appalti truccati, corruzione politica, traffico di stupefacenti e speculazione edilizia, ma rimane confinata nella propria sfera che raramente tocca la vita del cittadino comune.

5 aprile. Kyōto tra templi e monasteripercorso a Kyōto su consulta la mappa

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All’ufficio abbonamenti della stazione, i Japan Rail Pass prenotati dall’Italia sono pronti per essere ritirati. Questo abbonamento ferroviario, riservato solo agli stranieri e ai giapponesi residenti all’estero, è l’unico realmente conveniente per i turisti. Con circa 200 euro alla settimana si ha diritto all’utilizzo illimitato delle carrozze di IIª classe (“standard”) sui treni del gruppo Japan Railways, compresi quelli locali, gli espressi, alcune tratte d’autobus ed una di traghetto. Fanno eccezione i soli servizi di shinkansen “Nozomi” e “Mizuho”, mentre tutti gli altri treni ad alta velocità sono inclusi. Il Japan Rail Pass offre eventualmente anche la Iª classe (“green car”, i cui vagoni sono contraddistinti da un quadrifoglio verde), dal costo settimanale di circa 300 euro. Si prenota l’abbonamento già prima della partenza tramite un’agenzia specializzata perché in Giappone non viene rilasciato. Giunti sul luogo, ci si presenta presso gli uffici JR delle grandi stazioni, dei porti o degli aeroporti muniti del tagliando fornito dall’agenzia, che sarà scambiato con la tessera vera e propria del Japan Rail Pass. «I vostri documenti saranno pronti nel pomeriggio», ci comunicano. Nel frattempo chiediamo di poter prenotare dieci posti sul treno di domani per Nara: «si possono effettuare al massimo sette prenotazioni» sentenzia l’impiegata ad alta voce, accertandosi che tutti i presenti abbiano udito. Dopo tali categoriche parole afferra sette biglietti, li allinea in bella vista di fronte a noi ed aggiunge: «perché questo è il regolamento!». Poi, con fare fulmineo, passa sottobanco altri tre biglietti. Ringraziamo con inchini silenziosi.
Kinkaku-ji
Kyōto: il Kinkaku-ji (Padiglione d’oro)
Da questo episodio si può trarre spunto per accennare alla complessità dell’etica giapponese, permeata di valori confuciani d’origine cinese, rielaborati attraverso paradigmi locali nel corso di vari secoli: se da un lato il testo di un regolamento è insindacabile, dall’altro la sua applicazione può essere assai meno rigida. L’impiegata delle ferrovie ha salvato tatemae (apparenza) e honne (sostanza) consegnando pubblicamente il numero di biglietti consentiti e contravvenendo con i tre rimanenti per soddisfare le richieste del cliente. Le altre persone in fila, che hanno visto e sentito tutto, hanno suggellato questo mercato con la loro omertà. È dunque possibile sfatare il mito del rispetto delle regole, in realtà assai più labile di quanto si possa immaginare: è sufficiente che l’illecito non sia commesso in modo plateale. L’unica cosa da salvaguardare, in ogni caso, è la correttezza di facciata.
La prima meta della giornata, raggiunta mediante la linea 205, è il Kinkaku-ji (Padiglione d’Oro), da sempre citato fra i principali luoghi d’interesse del Giappone, costruito nel 1397 per volontà dello shōgun Ashikaga Yoshimitsu. Il nome è dovuto alla copertura in fogli d’oro della parte superiore dell’edificio. In modo simile ad altre strutture, anche questa fu trasformata nel corso del tempo da luogo di svago a luogo di preghiera.
A quei tempi non era infrequente il ritiro a vita cenobitica da parte di uno shōgun, per lasciare la carica alle generazioni successive. L’influenza del governante in ritiro continuava però ad essere informalmente esercitata dalla cella del convento (il cosiddetto “governo claustrale”), ponendolo in una posizione talvolta preminente rispetto a quello legittimo.
Nel 1950 questo luogo fu teatro di un’amara vicenda: un monaco diede il padiglione alle fiamme nel corso di un accesso di follia. Cinque anni più tardi fu completata la ricostruzione fedele all’originale. L’episodio ha costituito lo spunto letterario da parte dello scrittore Mishima Yukio per la stesura del romanzo intitolato Kinkaku-ji.
Sul finire degli anni ‘80, constatato il deterioramento della doratura, si decise di intervenire applicandone uno strato più spesso.
Il percorso della visita è circolare ed include, oltre al padiglione, anche i vasti giardini che lo circondano. I giardinieri sono all’opera per rinnovare il tappeto di muschio che ricopre il terreno. Questo sistema è utilizzato in luogo dell’erba perché il giardino giapponese è perlopiù di figura: lo si può ammirare ma non calpestare. All’interno i visitatori devono passare sopra degli appositi percorsi di ghiaia e terra battuta.
Presso un banchetto verso l’uscita acquisto dei mochi, dolcetti di riso glutinoso che sono venduti infilzati ad uno spiedino.
Riprendiamo l’itinerario costeggiando le colline occidentali. Non lontano dal Padiglione d’oro, proseguendo con la linea 59, vi è il Ryōan-ji, tempio Zen di scuola Rinzai la cui principale attrattiva consiste nel celeberrimo giardino secco di quindici rocce, un cortile di ghiaia modellata a righe, composto di vari massi che possono essere visti nell’insieme solo da un certo punto d’osservazione. Non è possibile camminarvi attraverso perché si tratta a tutti gli effetti di un’opera d’arte che verrebbe altrimenti deteriorata. L’autore, vissuto intorno alla metà del XV secolo, è rimasto sconosciuto lasciando un alone di mistero sul significato dell’opera. Alcuni vogliono scorgervi la rappresentazione del mare, ma personalmente prediligo l’ipotesi del giardino come metafora e strumento della ricerca dello Zen, intuizione spontanea dell’osservatore che, esaurita la ricerca razionale, scaturirà dalla pura contemplazione attraverso la mente sgombra e recettiva, finalmente libera dai processi cognitivi.
All’interno del tempio, dov’è obbligatorio camminare scalzi, una calligrafa è intenta a tracciare ideogrammi su alcune tavolette di legno: chissà quali sacre scritture?
Oltre il giardino secco, non meno interessante, seppur meno noto, è l’esteso giardino umido, assai fitto ed inframmezzato di piante, arbusti, rocce e laghetti. Fra la vegetazione sono collocate delle caratteristiche fontanelle, il cui getto d’acqua esce da un tubo di canna di bambù, gettandosi in un bacile cilindrico di pietra.
Il pranzo è consumato al volo su una scalinata, quasi senza tregua: il tempo è tiranno ed è necessario proseguire con il bus 59 verso la prossima meta. Giunti al capolinea (fermata di Yamagoe Nakacho) si effettua il cambio con la linea 11.
Sui rilievi si stanno addensando nubi nere che preannunciano un acquazzone. Fuori città, ad Arashiyama (forse non a caso “monti della tempesta”), il temporale si scatena costringendoci a trovare rifugio in un locale per sorbire un tè. Fuori, insieme alla pioggia battente, spira un vento freddo e violento. La furia degli elementi si placa in tre quarti d’ora, ma le nubi rimangono fitte e cariche (è evidente che la dea del sole non ci ama…)
Nishi Hongan-ji
Kyōto: il Nishi Hongan-ji
Riusciamo ad infonderci coraggio e ad uscire, vestiti di tutto ciò che possediamo, per visitare il Tenryū-ji, fondato nel 1339 dallo shōgun Ashikaga Takauji, tempio casa-madre della corrente Tenryū del buddhismo Rinzai Zen.
L’interno si rivela come un vasto e valido esempio dell’architettura Zen d’epoca Muromachi, che ha come base l’idea della linearità e della sobrietà. La struttura portante degli edifici è interamente in legno, con le pareti rimovibili foderate di carta di riso. Con l’arrivo della bella stagione vengono eliminate le barriere fra interno ed esterno: in tal modo sia il tempio che la residenza privata si aprono al giardino tramite il porticato, ed il giardino diventa a sua volta parte della dimora.
Nei padiglioni la pulizia regna sovrana e, come sempre accade, siamo invitati a lasciare le scarpe all’entrata per camminare scalzi sul tatami.
Rimesse le calzature ci perdiamo nel vasto e labirintico giardino (XIV secolo) che include, oltre a numerose specie endemiche ed esotiche, anche un boschetto di bambù giganti.
Al termine del pomeriggio il gruppo si divide: alcuni si dirigono in albergo, mentre in quattro rientriamo in città (linea 28) effettuando una tappa intermedia al Nishi Hongan-ji, tempio casa-madre della corrente Hongan della scuola buddhista Jōdo, costruito per volere di Toyotomi Hideyoshi nel 1591.
Ormai si sta facendo tardi e purtroppo molti monumenti pubblici quali templi e musei non presentano orari assai estesi: in inverno la chiusura avviene raramente dopo le 17.30. Arriviamo sul luogo alle 17.13 e subito una guardia si avvicina per ricordarci l’orario di chiusura. «Va bene, grazie», gli rispondo, «allora abbiamo circa 20 minuti per la visita…». E lui: «di minuti ne avete 17, non 20!». Sbalorditi e vagamente perplessi da tale puntigliosità, ci affrettiamo con lo sguardo costante all’orologio.
Chi ama le opere grandiose non sarà di certo deluso: dal cortile ai padiglioni, tutto lascia intuire quale centro di potere fosse questo luogo in passato, quando costituiva il braccio religioso dei governanti del Giappone nell’epoca Azuchi-Momoyama. Qui ebbe origine la potenza del buddhismo di stato e di governo che fu per secoli favorito dalla casata shōgunale e dai signori feudali a detrimento dello shintoismo, culto legato tradizionalmente alla famiglia imperiale. Per questa ragione nel 1868, con il rovesciamento dello shōgunato Tokugawa e la restaurazione dell’imperatore Meiji, il credo buddhista venne scoraggiato a favore di un rinascente scintoismo, culto autoctono maggiormente funzionale alla retorica nazionalista.
Anche nel passato più remoto non mancarono i momenti di difficoltà. Appena nel 1602, 11 anni dopo la sua fondazione, l’Hongan-ji si scisse in due rami distinti per ragioni politiche: il Nishi (Occidentale) e l’Higashi (Orientale), il primo fedele alla famiglia Toyotomi ed il secondo a quella Tokugawa. La disputa a livello politico si risolse con il consolidamento del potere e la pacificazione del paese da parte di Tokugawa Ieyasu, ma le due correnti rimasero separate con i rispettivi monasteri a pochi isolati di distanza.
Le sale sono amplissime e decorate di fini intagli lignei. Dal soffitto pendono sontuosi lampadari intarsiati che illuminano ricchi altari carichi d’oro e di broccati. Nonostante questi particolari, nel complesso l’ambiente rimane assai sobrio in confronto ad altri esempi di opulenza asiatica, come ad esempio certi monasteri tibetani.
Nel porticato, due giovani monaci sono intenti a suonare un cilindro di legno con dei martelli: un ritmo sordo e acuto.
Allo scadere dei 17 minuti la guardia invita tutti gli astanti, in modo perentorio, ad uscire dal cancello. Dopo averci chiesto la provenienza (pura formalità), ci accompagna fino in strada per essere sicuro che a nessuno venga la tentazione di attardarsi qualche secondo in più oltre l’orario consentito. Io, fermo sulla soglia per scattare una fotografia, sono costretto ad arretrare verso il marciapiede e non riesco neppure a terminare perché «l’area è in chiusura». A volte si dice che i giapponesi non siano in grado di declinare una richiesta anche se non sono in grado d’esaudirla: questo è generalmente vero solo nell’ambito dei rapporti sociali governati dalle regole confuciane, come quelli familiari, lavorativi, scolastici, politici o comunque di quelli che presuppongono l’esistenza d’una gerarchia consolidata. Poiché la posizione del turista nella “società confuciana” è assai incerta, esso verrà trattato ora con grande sussiego, ora con malcelata freddezza. Nella maggior parte dei casi però, il viaggiatore straniero sarà ignorato dai giapponesi. A noi è comunque accaduto di ricevere dei secchi «iie!» («no!») a fronte di cortesi e ragionevoli richieste, come quella di rimanere ancora un paio di minuti al tempio per terminare le fotografie. L’essere arrivati fin qui dall’Italia per ammirare questi monumenti non suscita alcuna differenza di trattamento da parte del guardiano.
Così bruscamente congedati, grazie alla clemenza del tempo, riusciamo a tornare a piedi verso l’albergo: in tal modo abbiamo la possibilità di cercare un locale per la cena.
Nel frattempo dobbiamo fermarci per degli acquisti. Non esistono molti negozi di generi specifici, ma sono assai diffusi i minimarket (localmente detti konbini, una storpiatura e contrattura di convenience store) che vendono un po’ di tutto: dai biscotti ai giornali, dai detersivi alla verdura fino ai sacchetti di polpo e seppia essiccati da gustare come snack. I generi ittici di tutti i tipi costituiscono una parte preponderante nel settore degli alimentari. C’è anche un banco dove i bentō vengono preparati al momento: garanzia di freschezza, direte voi? E invece niente affatto! S’intravede la cucina retrostante, un unico lerciume nel quale spiccano friggitrici incrostate di grasso vecchio di giorni lasciato seccare, pentole sporche alla mercé delle mosche, avanzi di cibo da buttare, il tutto condito da un olezzo generalizzato assai poco invitante. Che fine ha fatto la pulizia maniacale che dovrebbe contraddistinguere questo paese? Semplicemente si tratta di un’altra verità parziale: alcuni luoghi sono quasi asettici, mentre altri lo sono assai meno.

6 aprile. Nara e le origini della civiltà giapponesepercorso a Nara su consulta la mappa

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Situata 40 km a sud di Kyōto, Nara (ab. 320.000) fu la capitale del Giappone nel corso dell’VIII secolo d.C. e conserva tuttora vari monumenti risalenti a quell’epoca.
Dalla stazione di Kyōto è conveniente utilizzare la linea locale per Nara. Su questa tratta vi sono due tipi di servizi: quello rapido che impiega 45 minuti e quello ordinario che ne impiega 65, fermandosi in tutte le stazioni. La tariffa è la medesima perché è basata sui chilometri di percorrenza.
Durante il tragitto scorrono campagne, colline e paesi. Questa regione è stata per novecento anni il cuore politico ed amministrativo del Giappone, inizialmente senza una capitale fissa (periodo Yamato, 300–710), poi con Nara come primo centro direzionale (conosciuta all’epoca come Heijō, 710–794) ed infine con Kyōto (allora chiamata Heian, 794–1185). Dal 1185 in poi il centro del potere, passando da Heian a Kamakura, si trasferì per un secolo e mezzo nell’area del Kantō, 450 km più ad oriente: questo avvenimento scalfì il predominio del Kansai, che anche con il successivo ritorno della capitale a Kyōto (1333) non riuscì più a recuperare i fasti perduti.
Dalla stazione ferroviaria, una strada rettilinea (Sanjo dōri) conduce all’area del Parco (Kōen), dove i templi principali sono situati a breve distanza l’uno dall’altro.
Il primo complesso sul nostro cammino è quello del Kōfuku-ji, fondato nel 669. Per raggiungerlo è necessario inerpicarsi su una scalinata, che a lato presenta un piccolo santuario dedicato a Jizō, con le sue molteplici statue ricoperte di stoffe scarlatte. Al piazzale la vista si apre sull’aula ottagonale del Nanendō e sulle due pagode: quella più antica a tre piani (1143) e quella più recente a cinque piani (1426), che con i suoi quasi 60 m è la seconda più alta del Giappone dopo quella del Tō-ji di Kyōto.
Tōdai-ji
Nara, il Tōdai-ji
Il tempo va peggiorando: si solleva un vento gelido ed inizia a piovigginare. Per fortuna a soli cinque minuti sorge il Tōdai-ji, l’altro polo d’interesse della città. Questo recinto di templi è celebre per il Daibutsu-den (sala del Grande Buddha), l’edificio ligneo più vasto del mondo. Dal prato prospiciente la sala si accede al porticato, da dove si può ammirare l’ardito incastro di travi che regge l’intera struttura. All’interno, immersa nell’oscurità, si palesa la statua del Buddha Vairocana. Non è di certo un esempio rilevante dal punto di vista artistico: il suo valore è dato perlopiù dall’antichità poiché risale al 746, anche se è stata rifusa nel periodo Edo. La testa, un tempo andata perduta, è di nuova e scarsa fattura. Le dimensioni sono colossali (16 m di altezza).
Dietro la statua vi è una colonna con un buco alla base, grande quanto la narice del Buddha: si dice che chi riesca a passarvi attraverso abbia la garanzia di raggiungere l’illuminazione. Il pertugio è piuttosto stretto per gli adulti, ma sufficientemente largo per i bambini, che si divertono a giocare a nascondino. Morale: la via del Nirvāṇa è assai più ardua per gli adulti, ormai contaminati dalle vicende e dai pensieri mondani, che per i bambini ancora pervasi dall’ingenuità e dalla semplicità.
All’uscita transitiamo sotto il Nandai-mon, portale adorno delle pregevoli statue di due guardiani Niō in aspetto adirato (XIII secolo).
Il parco è popolato (oserei dire “infestato”) da una moltitudine di cervi che seguono i turisti in cerca di cibo. Adesso, durante il periodo della muta, paiono assai spelacchiati. Uno di loro, in un istante di distrazione di un nostro compagno, gli strappa di mano la mappa della città e se la assapora per bene come se fosse chissà quale prelibatezza! Anche tentando di levargliela dalle fauci, l’ungulato non ha voluto lasciare l’insolito boccone. Nel frattempo, guardandoci attorno… constatiamo d’aver perso qualcuno! «A ripensarci», ragiono, «li abbiamo visti l’ultima volta nel butsuden». Probabilmente ci siamo separati al Tōdai-ji, dove la calca era notevole e l’orientamento difficoltoso. Ci sparpagliamo nei dintorni, purtroppo senza risultati.
La pioggia sempre più battente costringe al ritorno di gran carriera verso la stazione, dove attendiamo il treno per Kyōto. I latitanti sono poi tornati con un treno successivo. In questi casi è consuetudine ritrovarsi la sera direttamente in albergo.
In città il gruppo si divide: alcuni si recano al santuario di Fushimi, ornato di numerosissimi torii e dedicato ad Inari, la divinità delle messi.
In cinque invece, dopo un momento di sosta per il pranzo, percorriamo qualche chilometro a piedi verso sud-ovest oltrepassando strade, cavalcavia, semafori, ferrovie e palazzi di cemento. Ad un tratto le case si fanno più basse, le strade più strette, l’atmosfera più dimessa: dal centro siamo arrivati in un quartiere più popolare. La nostra meta è il Tō-ji, tempio di scuola Shingon fondato nel 794. Orientarsi non è difficile: al di là dei tetti si scorge già la pagoda, la più alta costruzione lignea del Giappone, risalente al 1643.
Il classico giardino offre già una discreta fioritura ed è costellato qua e là dalle macchie bianche e rosa dei ciliegi. Sul bordo di uno stagno, un airone attende pazientemente qualche piccolo pesce, mentre fra le zampe gli nuotano delle carpe, troppo grosse per il suo becco.
Riflessa sulla superficie dell’acqua, la pagoda ricorda che questo è un luogo sacro al buddhismo: essa deriva, nelle sue linee fondamentali, dallo stūpa indiano e costituisce in sostanza un mausoleo per la conservazione di reliquie da venerare. La tradizione vuole che il passaggio dalla forma tondeggiante dello stūpa a quella slanciata della pagoda sia avvenuta in Cina nel XIII secolo per mano dell’architetto nepalese Araniko, al servizio del Gran Khan Kubilai.
Del Tō-ji sono inoltre notevoli il Kōdō (sala degli insegnamenti) ed il Kondō (sala principale), contenenti pregevoli immagini buddhiste. La scuola Shingon, cui il tempio appartiene, è una delle più ritualizzate e dottrinarie nel panorama del buddhismo giapponese. I suoi caratteri talvolta mistici ed iniziatici la avvicinano per certi versi al buddhismo tibetano e ne rimarcano la distanza con il severo Tendai, con il rarefatto Zen e con il popolare amidismo.
È ora di tornare verso il centro della città con un autobus (linea 205): l’ultima tappa della giornata è l’Higashi Hongan-ji, tempio gemello del Nishi Hongan-ji di cui si è parlato precedentemente, forse più dimesso ma non meno vasto. Uno dei due padiglioni è completamente avvolto da una struttura provvisoria per via di alcuni lavori di restauro, tanto da apparire come un grosso capannone.
Il sole va declinando: è tempo di ritirarsi in albergo per una doccia. Prima di cenare saliamo sulla vicina torre di Kyōto, che offre una vista a perdita d’occhio sulla città costellata di luci. Le uniche macchie di buio facilmente riconoscibili sono i recinti dei monasteri. Anche le colline si notano per la loro oscurità: la pianura è estremamente urbanizzata ma i rilievi sono boscosi e spopolati. Al limite orientale della conca di Kyōto spicca illuminata fra le vallette solo la lontana sagoma del Kiyomizu-dera. Per noi ospiti del Kyōto Tower Hotel, cui appartiene la torre, il biglietto per la terrazza panoramica è gratuito.
Per cena ci fermiamo in un ristorante interno alla stazione, specializzato in rāmen (pasta in brodo con carne e verdure), soba (tagliolini di grano saraceno) e udon (grossi spaghetti di grano tenero).

7 aprile. Hiroshima: treni veloci, sacre isole e ferite storichepercorso a Miyajima ed Hiroshima su consulta la mappa

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Sveglia alle sei, dobbiamo lasciare Kyōto. Il clima è freddo ma fortunatamente il cielo è soleggiato. In stazione i binari dell’alta velocità sono separati dalle linee ordinarie ed hanno un intero settore a loro dedicato. Il nostro treno è lo shinkansen 495 delle 8.20 in servizio super espresso “Hikari”.
L’espressione shin-kan-sen non ha in sé nulla di roboante (sarebbe stato pittoresco pensare che significasse “tonante dragone d’acciaio”), bensì vuol semplicemente dire “nuova linea [veloce]”. I giapponesi possono essere, a seconda del contesto, poetici o pragmatici: in un paese dove le automobili sono relativamente scarse in confronto alla popolazione e decine di milioni di individui utilizzano quotidianamente i mezzi pubblici, la questione dei trasporti è affrontata in maniera assai seria e puntigliosa.
In Giappone si può comprendere la vera natura di un servizio ferroviario ad alta velocità, a differenza di quanto avviene in altri paesi. La linea è completamente autonoma da quella ordinaria e presenta uno scartamento ed una tensione differente: fra le due non vi è mai commistione, neppure nei centri urbani. Il treno arriva e riparte con decelerazioni ed accelerazioni notevoli, sostando per non più di due minuti in stazione e raggiungendo in brevissimo tempo la velocità di circa 300 km/h. I macchinisti dello shinkansen sono sottoposti ad un rigido addestramento che li porta a condurre il treno con una precisione che rasenta il secondo sulla tabella di marcia (nella cabina di guida è sempre presente un cronometro professionale). Per tenere alta l’attenzione essi devono ripetere, indicandoli, i segnali che trovano sul percorso. Le corse sono frequentissime: nelle ore di punta sul Tōkaidō (Tōkyō–Ōsaka) transita mediamente un treno ogni dieci minuti per senso di marcia. Quando sono superati i cinque minuti di ritardo, l’utente ha diritto ad un certificato da esibire al datore di lavoro, in certi casi valido anche per il rimborso del biglietto.
Il paragone con l’Italia, dove in confronto le corse sono scarse e male organizzate, è bruciante. Il servizio dei Treni ad Alta Velocità (TAV), orgoglio di molti politici e materia di comizi elettorali, non è migliorato neppure con la liberalizzazione dei trasporti: qual è stata la principale novità introdotta dal primo operatore privato italiano? La puntualità? L’elevata frequenza dei treni? Un prezzo popolare? No… la carrozza cinema: una concezione chiaramente non finalizzata ad un trasporto di massa, bensì ad una clientela elitaria e di lusso.
Sullo shinkansen invece non c’è il cinema, né esistono carrozze ristorante od altri inutili e costosi fronzoli: «spazio rubato ai posti a sedere» direbbero i giapponesi. Pulizia, capienza ed estrema puntualità: questo è ciò che in Giappone si richiede al treno, senza alcuna deroga. Chi desidera il pranzo a bordo si porta appresso la scatola del bentō , oppure lo acquista in stazione.
Puntualissimo, il super espresso 495 da Nagoya per Hiroshima arriva a Kyōto alle 8.18, per ripartire con noi sopra alle 8.20 esatte. Si tratta di un convoglio della serie N700, operativa dal 2007, una delle più recenti insieme alla E5.
Ad Ōsaka termina il Tōkaidō ed inizia la linea del Sanyō in direzione sud-est. L’accelerazione è notevole, ma i vagoni hanno un’ammortizzazione eccellente: è possibile passeggiare nei corridoi anche viaggiando alla velocità massima, pari a quella di un aereo in fase di decollo. In due ore, comprese sette fermate intermedie, percorriamo 400 km incontrando città come Himeji, Okayama e Fukuyama, intervallate da zone industriali, campagne, risaie, colline, foreste e gallerie.
Itsukushima (Miyajima)
Isola di Itsukushima (Miyajima)
L’arrivo ad Hiroshima avviene, come previsto, alle 10.18. Il tempo si è guastato e sta volgendo al brutto. Un’aria fredda inizia a penetrare fin sotto i vestiti. Cerchiamo un posto dove lasciare i bagagli in consegna, in modo da riprenderli nel pomeriggio ed evitare di averli con noi durante l’escursione a Miyajima: il personale della stazione acconsente a depositarli in un magazzino, richiedendo una cifra onesta.
Da qui, su un treno normale (linea del Sanyō), percorriamo ancora qualche decina di chilometri verso sud-est fino alla fermata di Miyajimaguchi. La maggior parte dei turisti scende con noi per sciamare verso l’imbarcadero ove si attestano i traghetti che fanno la spola da e verso l’isola d’Itsukushima (anche nota come Miyajima). Questa tratta marittima è una delle poche gestite dal gruppo Japan Railways, il cui il biglietto è compreso nel Japan Rail Pass.
Il barcone si stacca dalla terraferma su un’acqua grigiastra che riflette le nubi sopra le nostre teste. Dopo mezz’ora di navigazione si scorge una macchia scarlatta sulla costa d’Itsukushima: è il santuario di Miyajima con il suo torii arancione che emerge dalle acque, una delle immagini più note del Giappone. La fondazione di questo romitaggio risale al VI secolo (epoca Yamato, sottoperiodo Asuka) e fu ingrandito nel 1168.
L’intera isola è sacra e, fino a qualche decennio fa, vi era precluso l’accesso ai comuni mortali che non appartenessero al clero o alla nobiltà. Si afferma che fosse proibito nascervi o morirvi, avvenimenti che avrebbero reso impura l’area sacra.
L’immagine del torii è quella classica: affiorante dal mare con il santuario sullo sfondo. Questo panorama non si presenta sempre allo stesso modo, ma è tale solo con l’alta marea. Al contrario, per metà della giornata il portale emerge da una distesa di fango ed alghe. Già ieri sera ragionavamo su fasi lunari, opposizioni e quadrature, prevedendo dalle evidenze astronomiche l’alta marea per le 11 del mattino odierne, momento del nostro arrivo, cosa che si è effettivamente verificata. Il concetto di torii, semplice struttura formata da un architrave sostenuto da due colonne, deriva anticamente dall’omologo (e quasi omonimo) toraṇa indiano, monumento che espletava la medesima funzione d’ingresso alle zone di culto e agli stūpa.
È quasi ora di pranzo ed i morsi della fame si fanno sentire. Poco oltre lo sbarco è presente una fila di banchetti che vende cibo di strada: il profumo mi guida verso degli spiedini di polpo, cotti sulla piastra con salsa teriyaki (shōyu dolcificata con caramello e fatta rapprendere), accompagnati da una pannocchia cucinata alla stessa maniera. Non è facile addentare il polpo gommoso in delicato equilibrio sullo spiedo, tenendo la pannocchia con l’altra mano. Come se non fosse sufficiente, dobbiamo prestare attenzione ai cervi che girano liberi per le strade e che tentano di rubare le vivande. Questi animali, avvezzi all’uomo fin dalla nascita, non si vergognano di adocchiare il vostro pasto, ma in tempi di magra si accontentano anche della guida turistica (intendo quella cartacea).
Un lungomare, costeggiato da una fila di lucerne di pietra inframmezzate da pini, conduce fino al corpo principale del tempio, proteso nella baia e sorretto da una serie di pontili e palafitte.
Lentamente la marea si ritira, lasciando scoperto il fondale dal penetrante odore di alghe ed acqua salmastra: i turisti scendono nel fango per recarsi fin sotto il torii che ora, visto dal lato dell’isola, presenta come sfondo l’urbanizzata terraferma. Riesce difficile pensare che, riprese da questa prospettiva, le classiche fotografie da cartolina non siano ritoccate.
Non vale la pena, per via del meteo avverso, prendere la funivia per il monte Misen: meglio addentrarsi ad esplorare a piedi i dintorni. Una strada conduce verso l’interno fino al Daishō-in, un tempio addossato sul lato della montagna, immerso nella vegetazione e nei vapori dell’umidità atmosferica. In questo luogo di venerazione il culto è estremamente sincretico per via della compresenza, se non addirittura della commistione, di elementi scintoisti e buddhisti delle scuole più disparate. Una ripida rampa di scale, costellata da ruote di preghiera come in Tibet, termina presso un piazzale dov’è presente una torretta campanaria: molti pellegrini usano suonare un rintocco all’entrata.
Salendo ulteriormente per altre rampe si incontrano vari edifici; uno di essi contiene un maṇḍala di sabbia realizzato in occasione della visita del Dalai Lama nel 2006.
Giù nel cortile, alcuni ragazzi abbigliati alla maniera tradizionale sono intenti a suonare dei tamburi rituali. In breve tempo si forma un capannello di persone, noi compresi, che per una decina di minuti rimangono ad assistere allo spettacolo.
È ormai giunta l’ora di tornare sui nostri passi. Ripercorriamo la strada in senso contrario fino all’imbarco. Le persone sul traghetto sono numerose e non vi è neppure un posto a sedere: meglio uscire sul ponte all’aria aperta, perlomeno lo sguardo non è intralciato dai vetri appannati, mentre l’aria salmastra è un vero toccasana. A Miyajimaguchi, sulla terraferma, attendiamo il treno per Hiroshima. La sete e l’arsura dovute al polpo grigliato iniziano a farsi sentire: i bar non esistono, ma sono presenti ovunque dei distributori automatici che vendono bevande di marche locali ed internazionali, compresa la ben nota lattina rossa che si trova in tutto il mondo. I giapponesi prediligono però prodotti di loro gusto, che spaziano dal tè verde freddo non zuccherato agli integratori salini. Fra questi ultimi è assai noto il Pocari Sweat, una gradevole bibita di colore opalescente, non gassata e con un leggero gusto citrato. Il nome inglese potrà sembrare vagamente inquietante: com’è ovvio non si tratta di “sudore” in bottiglia, bensì di una bevanda adatta agli sportivi che sudano.
Alla stazione centrale di Hiroshima (ab. 1,2 milioni) il primo impegno concerne il ritiro del bagaglio, seguito dal trasferimento in taxi al nostro albergo, l’“Hotel 28”, la cui entrata si trova sul lato opposto di un isolato prospiciente l’Heiwa Ōdōri (Viale della Pace). Neppure il tempo di prendere possesso delle camere che siamo di nuovo per strada: camminando di buon passo per circa 1 km (20 minuti) raggiungiamo l’Heiwa kinen kōen, il Parco della Pace dove si conservano le testimonianze, i sacrari ed i memoriali delle vittime della bomba atomica.
La vicenda storica è tristemente nota: il 6 agosto 1945 venne fatto deflagrare il primo ordigno nucleare della storia a scopo bellico, che causò la morte di un numero compreso tra le 150.000 e le 200.000 persone, sia per gli effetti immediati del calore che per quelli a lungo termine delle radiazioni. Pur configurandosi come un crimine contro l’umanità, chi ha ordinato l’uso della bomba (nello specifico il presidente statunitense Harry Truman) non è mai stato punito, né è mai stato chiamato a giudizio presso alcun tribunale internazionale. Per contro, il primo ministro giapponese dell’epoca, il generale Tōjō, anch’egli responsabile della morte di centinaia di migliaia di persone durante la guerra, fu condannato a morte dal Tribunale Internazionale per l’Estremo Oriente: com’è ovvio, per vincitori e vinti sono stati adottati trattamenti differenti. Qualcuno ha obiettato che questa fu la giusta ritorsione all’attacco di Pearl Harbor del 1941. È però necessario ricordare che, se mai fosse esistita una «guerra giusta», quella fu un’azione strettamente militare, non paragonabile all’annientamento di un’intera città e dei suoi abitanti. Non si intende però effettuare in questa sede un’apologia del regime giapponese, perché i crimini perpetrati dal suo esercito nelle zone conquistate furono di un’atroce nefandezza; invece si cerca solo di rendere giustizia alle vite dei semplici cittadini che sono state sacrificate sull’altare della follia bellica.
Hiroshima, l'unico edificio superstite
Hiroshima, l’unico edificio superstite
Il Parco della Pace sorge su una lingua di terra nel delta del fiume Ōta. L’area rasa al suolo, corrispondente all’epicentro dell’esplosione, fu sgomberata ed appositamente mai ricostruita. Al giorno d’oggi vi trovano posto un museo e numerosi monumenti dedicati al ricordo del tragico avvenimento: questo pellegrinaggio civile inizia costeggiando il parco sul lato orientale, in riva al fiume. Nonostante spiri un’aria fredda (non più di 10-12 °C) i residenti non rinunciano al picnic sotto i ciliegi fioriti. Girato l’angolo, una struttura di vetro, pietra ed acciaio indica il punto esatto dove cadde la bomba. Nei pressi, a pochi passi di distanza, vi sono il sacrario con i nomi delle vittime, il cenotafio e la fiamma della pace, che verrà spenta (vana speranza) solo quando al mondo non esisteranno più ordigni nucleari. Poco oltre si ode una campana perennemente suonata a lutto dai visitatori, che costringe a soffermarsi per riflettere sul vero significato di questo luogo, gravato da un’atmosfera piuttosto lugubre che aleggia come una cappa di piombo.
Oltre il ponte Aioi campeggia l’immagine drammatica, presente su tutti i libri di storia, dell’unico edificio superstite, conservato come monumento nazionale. La sua vicenda è significativa e denota che tali ferite storiche sono ancora aperte, al punto che in passato qualcuno lo avrebbe voluto abbattere perché testimone di un passato troppo recente e tragico: non vi è famiglia in città che non abbia annoverato parecchi lutti e feriti.
Nell’area crescono alcuni alberi di firmiana simplex, conservati con venerazione e tuttora vegeti, gli unici che resistettero all’onda d’urto e che con grande stupore germogliarono la primavera dell’anno successivo. Terminato il giro del Parco, si prosegue per il museo della bomba (ufficialmente denominato “museo della pace”): nella prima sezione sono descritte la storia e la vita della città prima del 1945, mentre la seconda è incentrata sulle testimonianze e sui danni alle cose e alle persone dovuti agli effetti dell’esplosione. Mi corre l’obbligo d’avvertire che queste sale contengono immagini e materiali scioccanti, talora truculenti, che non starò a descrivere in questa sede, ma potenzialmente non adatti ad un pubblico sensibile. Talvolta si ha l’impressione che alcune rappresentazioni ad alto impatto emotivo siano state espressamente concepite per colpire la coscienza dei turisti, che per la maggior parte sono di nazionalità statunitense. Sarà una casualità?
Ad ogni modo, questa tappa non si può evitare: non solo per la rilevanza storica, ma anche perché questa visita assume i contorni del pellegrinaggio laico. Non si è mai vaccinati a sufficienza verso quelle immagini di distruzione: per ogni individuo che abbia un minimo di coscienza è inevitabile un momento di riflessione.
Il ritorno verso l’albergo è stranamente silenzioso: tutti noi, solitamente loquaci, siamo ora chiusi in un silenzio che esprime più di molte parole. Anche i nostri visi sono rabbuiati: mentre camminiamo nella sera di Hiroshima, il freddo atmosferico si unisce a quello dell’animo.
L’umore si risolleva al momento della cena: girovaghiamo a lungo per via della perseveranza nel cercare un certo ristorante, presente sulla cartina turistica, chiamato Roku, che una volta individuato si è però rivelato troppo lussuoso per le nostre tasche. Alla fine scopriamo fortunatamente un ristorante di Okonomiyaki, specialità di Hiroshima costituita da una grossa frittata, servita insieme alle più disparate pietanze saltate sulla piastra. Ordino la versione locale, con tagliolini e salsa teriyaki. Gli altri provano versioni differenti: con il cavolo, le cipolle ed addirittura con le cozze e le ostriche. L’uso dei molluschi in cucina è tipico della zona per via dei numerosi allevamenti presenti nella baia di Hiroshima.
La finestra della nostra stanza d’albergo è esposta a settentrione ad un piano alto, con vista sui tetti dei palazzi contigui, e più in lontananza sulle colline che contornano l’agglomerato urbano. Si nota subito l’impiego, data la mancanza di spazio a terra, di molti tetti piani come parcheggi per le automobili: un apposito montacarichi ne permette la facile mobilizzazione.
È ormai l’ora del giusto riposo: domani sarà una lunga tappa di 600 km ed oltre verso nord-est, sull’altra sponda del paese.

8 aprile. Dall’oceano Pacifico al Mar del Giapponepercorso a Kanazawa su consulta la mappa

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Di buon mattino, dopo il solito tè in camera, ci ritroviamo nella hall dell’albergo ad attendere il taxi per la stazione. Lo Shinkansen 540 “Sakura” delle 8.15, proveniente da Hakata e diretto a Shin-Ōsaka, parte ovviamente puntuale (che noia…). Sul treno qualcuno di noi sonnecchia, qualcun altro naviga sull’internet col cellulare, altri ancora guardano il panorama fuori dai finestrini. Si scorgono i tetti delle case rurali di questa regione, che presentano grosse tegole scure lucide, con delle colorazioni che variano dal marrone al blu scuro e danno un tocco caratteristico al paesaggio agricolo, che parrebbe altrimenti monotono.
A Shin-Ōsaka (ore 9.44) scendiamo dal treno ad alta velocità del Sanyō per prendere la linea ordinaria dell’Hokuriku. Il limited express “Thunderbird” n.13 parte alle 10.16, transitando per Kyōto e lasciandosi alle spalle il Kansai. Costeggiamo a lungo le sponde del lago Biwa, costellate d’isolate casette immerse nella campagna e nelle risaie. I trattori arano la terra, mentre in lontananza i contadini bruciano cumuli di fascine sollevando colonne di fumo bianco.
Una galleria di oltre 10 km sotto le Alpi Giapponesi preannuncia il passaggio sull’altro versante e la discesa verso il Mar del Giappone.
Meglio affrettarsi a pranzare prima di scendere: il bentō che ho acquistato in stazione contiene riso, carne e verdure (carote, patate, mais, fagiolini). Naturalmente nella scatola non sono presenti le posate, ma solo le bacchette di bambù. Il contenitore è caratteristico e variopinto: ancora adesso mi pento di non averlo tenuto. D’altronde, quando si viaggia con tutto appresso, non si può conservare ogni cosa.
L’arrivo a Kanazawa (ab. 455.000) avviene come previsto alle 12.58. L’edificio della stazione è moderno, con un occhio al passato riletto in chiave futuristica: all’ingresso è presente un monumento in legno (Tsuzumimon) che ricorda un torii stilizzato. Nelle vicinanze trova posto una strana fontana che disegna con i suoi zampilli le cifre di un orologio e di un datario digitale, facendo poi apparire la scritta “welcome to Kanazawa”.
L’hotel Castle Inn non è distante e si può raggiungere tranquillamente a piedi, anche con i trolley al seguito.
Come di consueto usciamo immediatamente per la visita alla città. Appena dietro l’albergo quasi perdiamo l’orientamento in un dedalo di stradine dentro un quartiere popolare fatto di casette di due piani al massimo.
Ritrovato il viale principale, ancora poche centinaia di metri ci separano dal mercato coperto di Omicho, risalente all’epoca Edo. La maggior parte dei negozi e delle bancarelle vende prodotti di mare, ma non mancano la carne, la verdura e la frutta.
Kenroku-en
Kanazawa: giardini del Kenroku-en
Le mura del castello (jo) si raggiungono dopo un ulteriore mezzo chilometro a piedi. Entrando attraverso l’ingresso settentrionale, dopo una breve salita si apre una grande spianata erbosa, che lascia spaziare la visuale verso le colline alle spalle della città. Su questo versante del paese, assai freddo e umido, l’aspetto della vegetazione è ancora decisamente invernale. Numerosi corvidi volano gracchiando da una chioma all’altra sugli altissimi alberi che crescono ai margini dei bastioni.
A lato si erge la rocca del castello di Kanazawa, fondato nel 1583 dalla famiglia Maeda, feudataria di questi luoghi. La struttura è stata ricostruita parecchie volte in seguito a vari incendi. A causa della chiusura di alcuni viali per lavori di restauro, non riusciamo ad attraversare diametralmente il parco, ma siamo costretti a chiedere indicazioni per aggirare l’ostacolo. Ci vengono in soccorso alcuni giapponesi in vacanza che, pur non conoscendo una parola d’inglese, ci accompagnano fino al cancello di sud-est (Ishikawa-mon). Da qui attraversiamo il ponte sopra quello che un tempo era il fossato, ora trasformato in un’arteria stradale. Dall’altro lato si trova l’ingresso del Kenroku-en, uno dei giardini più noti del paese.
Il giardino giapponese trae origine dalla tradizione cinese del periodo Sòng (960–1279) ed è retto dal concetto della ricostruzione miniaturizzata ed idealizzata di un paesaggio e di un ambiente naturale. La struttura è regolata da sei attributi fondamentali (da cui il nome Kenroku-en) che devono essere in perfetto equilibrio fra loro: spaziosità, seclusione, artificiosità, antichità, presenza di acque e ricchezza di panorami. A prima vista la disposizione delle piante e degli specchi d’acqua può dare l’impressione d’essere frutto della casualità, ma uno sguardo più approfondito può notare che ogni minimo dettaglio è funzionale ad un’esigenza di paesaggio o di prospettiva. Anche le modalità di potatura rispondono a dei rigidi canoni estetici: il gusto cinese si riscontra in particolar modo nella costrizione delle piante in forma “patente” o “piangente”, un artificio che vede pruni, ciliegi ed addirittura pini steccati, legati e fasciati, ormai irriconoscibili rispetto alle loro forme originali. La mano dell’uomo deve intuirsi, ma al contempo deve sembrare quasi invisibile: ogni tanto la rivela una lanterna che spunta dietro un cespuglio, oppure una piccola pagoda ai margini di un laghetto, formando una composizione che pare opera di un pittore o di un poeta cinese dell’XI secolo.
Invece la tradizione europea dei giardini, dove l’intervento dell’uomo è palese, è del tutto differente: passeggiando fra i viali di Boboli (Firenze) si può comprendere che nel nostro giardino, eccezion fatta per alcuni esempi anglosassoni, la vegetazione non costituisce altro che materia informe da plasmare ed ordinare secondo concetti cartesiani. Si potrebbe quindi affermare che, mentre il giardino europeo piega la natura alla logica ed alla geometria, quello giapponese la sublima nella poesia e nella filosofia.
La costruzione del Kenroku-en, originariamente il giardino esterno del castello, è iniziata nel XVII secolo ed è proseguita fino agli anni ‘20 del XIX secolo, con il completamento della struttura attuale. L’apertura al pubblico risale al 1874, in seguito alla soppressione del feudalesimo nell’ambito delle riforme dell’era Meiji.
Il nostro itinerario inizia dall’ingresso di Katsurazaka con la visita delle aree di Sakuragaoka (ciliegiaia) e di Tokiwagaoka (ove si trova la fontana più antica del Giappone) per poi costeggiare il lato nord dalla parte del laghetto Kasumigake e del belvedere. Il percorso prosegue in senso orario verso l’area di Chitosedai per terminare al Pruneto giapponese ed al cancello di Zuishinzaka.
Per mezzo della linea Kikugawa, segnata in rosso sulla mappa turistica (fermata n.20), ci spostiamo di 1 km verso sud in direzione del quartiere di Nagamachi. Scendiamo alla fermata n.1, camminando per 500 m attraverso una zona di casette di legno, delimitate da muri di pietra e fango, affiancate da rogge che corrono ai lati delle strade. Questo luogo era una volta abitato prevalentemente dai samurai riuniti sotto la bandiera dei feudatari Maeda: alcune case sono ancora di proprietà dei discendenti dei guerrieri d’un tempo, altre sono invece conservate come monumenti e musei. In uno di questi vicoli transita un gruppo di donne abbigliate in kimono, prese letteralmente d’assalto dalle macchine fotografiche di una comitiva d’arabi. Se da un lato i giapponesi sono assai tolleranti, questo è perlopiù dovuto alle norme sociali e non ad un’innata simpatia verso il prossimo: meglio dunque non abusare della loro pazienza.
L’antica residenza della famiglia Nomura, ora museo, è fra quelle visitabili l’esempio più chiaro delle case dei samurai. Abitata dalla stessa famiglia per dodici generazioni, con la fine del sistema shōgunale passò di mano per essere rilevata, anni più tardi, dall’imprenditore Kubo Hikobei. Questo mecenate arricchì la dimora della preziosa sala chiamata Jyōdan-no-ma, contenente tarsie in legno di rosa ed avorio, oltre a numerosi paraventi dipinti da Sasaki Senkei (1650–1723), pittore della scuola Kanō. Notevole è inoltre il giardino, puramente decorativo, che riesce a condensare gli elementi fondamentali descritti in precedenza, seppur in ambito molto ristretto. L’integrazione tra l’interno e l’esterno dell’abitazione è pressoché totale: l’ubicazione di ogni apertura è studiata in modo che all’osservatore si presenti uno scorcio sempre differente del giardino, su cui si affaccia l’immancabile porticato (engawa), fonte di refrigerio durante i giorni e le serate di calura estiva.
Terminata la visita, dalla fermata 7 della linea Zaimoku (verde) ci dirigiamo a nord-ovest verso Higashi Kuruwa (o Higashi Chaya Machi), storico quartiere di geisha e case da tè fondato nel 1820 dal governo feudale locale. Alla fermata 20, attraversato il ponte Ume sul fiume Asano con il sole ormai al tramonto, percorriamo ancora poche centinaia di metri dentro degli strettissimi vicoli fra modeste casette con vasi di fiori e piante posti all’esterno. Nelle case si accendono le luci, mentre profumi di riso e di pietanze iniziano a diffondersi per l’aria. Un bambino corre fuori dell’uscio e, nell’attesa del lauto pasto, si diverte a giocare coi coetanei, rincorrendo qualche gatto: la combriccola, capeggiata dal lesto felino, scompare velocemente dietro l’angolo.
All’improvviso si apre la strada principale, fiancheggiata su entrambi i lati dagli edifici di legno delle case da tè. Nella Shima (isola), una delle più prestigiose, i membri delle classi agiate come mercanti e letterati venivano a trascorrere qualche ora nell’ozio e nei piaceri, dilettandosi con il canto, la musica, la poesia e la cerimonia del tè.
Higashi Kuruwa
Kanazawa: quartiere di Higashi Kuruwa
La Shima è classificata come “importante proprietà culturale del Giappone”, ma è addirittura difficile individuarne l’entrata, poiché non reca alcun’insegna, né ha caratteri esterni sufficientemente appariscenti che la possano distinguere dalle altre case di legno schierate ai lati della strada. Chiedendo ad un passante, ci viene indicato un ingresso sovrastato da due lanterne di carta. All’interno dobbiamo toglierci le scarpe e lasciarle nel guardaroba insieme alle borse ed agli zaini. Non è ammessa l’introduzione di macchine fotografiche reflex, ma è tollerato l’uso di quelle compatte. A malincuore devo dunque lasciare in custodia il “cannone” (come viene chiamato scherzosamente da un compagno di viaggio) e farmi prestare una fotocamera compatta. I piani dell’edificio sono due: in quello superiore, di rappresentanza, la geisha riceveva ed intratteneva gli ospiti. L’ambiente è molto riservato, con piccole stanze rischiarate dalla luce di qualche lanterna. Il legno che riveste le pareti è in larga parte ricoperto di lacca, mentre nei tokonoma (nicchie dove si espongono le opere d’arte) pendono i kakemono, rotoli di pregevoli calligrafie che sovrastano fini composizioni di ikebana. Il piano inferiore è invece di servizio e vi trovano posto lo spogliatoio, l’ufficio, la cucina, il bagno ed il giardino.
Poco oltre, nella stessa strada, vi è un negozio che vende solo oggetti placcati di sottilissimi fogli d’oro: potrà sembrare dozzinale, ma è una curiosità unica nel suo genere.
Ormai le serrande delle botteghe chiudono, segno che è arrivato il momento di ritornare sui nostri passi. Dopo un quarto d’ora di cammino attraverso un quartiere di periferia, raggiungiamo la fermata 13 della linea Konohana (viola). Con un tempismo perfetto riusciamo a prendere l’autobus delle 18.30, l’ultimo della giornata, che ci lascia direttamente di fronte al nostro albergo.
Mentre mi trovo sotto la doccia, già insaponato, qualcuno di noi bussa alla porta della camera: sono dei compagni di viaggio che chiedono se vogliamo scendere all’onsen (il bagno termale tradizionale). Purtroppo sono le 19.30, già tardi per gli orari serali giapponesi: molti ristoranti smettono di accettare clienti tra le 20.30 e le 21, per chiudere i battenti entro un’ora al massimo. Alcuni si avviano dunque all’onsen, mentre a me tocca rinunciare per non saltare la cena.
Dopo mezz’ora di peregrinazione siamo ripagati nello scovare un izakaya, definito talvolta come “pub giapponese”, in realtà un tipo di locale senza equivalenti nel resto del mondo. L’interno è suddiviso in varie stanzette separate da pareti di legno dove i commensali si ritrovano, oltre che per mangiare e bere, per rimanere qualche ora a chiacchierare e scherzare con tranquillità. La clientela, prevalentemente maschile, è costituita da gruppi di amici e colleghi di lavoro, ma in tempi più recenti anche le donne hanno iniziato a frequentarli.
Il menù comprende delle portate che ben si adattano alla birra ed al sake come carne alla piastra, yakitori (spiedini di pollo), takoyaki (polpette di polpo), sushi, fritti, ecc.
In questi locali non ci si sazia come nei ristoranti, ma si tratta di un’interessante esperienza di vita locale che non dovrebbe mancare in un viaggio in Giappone.
Sulla via del ritorno spira una brezza fredda. Mi guardo intorno: poche auto, persone ancora meno. A volte emerge lo stereotipo del Giappone come paradiso della vita notturna: questo è in larga misura falso perché, a parte nelle grandi città come Ōsaka e Tōkyō, dove i locali sono concentrati in alcuni quartieri, i piccoli ed i medi centri diventano semideserti dopo le 22, con quasi tutti gli esercizi ormai sprangati. Vita dura dunque per gli appassionati delle ore piccole: a tal proposito posso riferire dell’infelice esperienza di alcuni membri di un gruppo precedente che, in vena di far baldoria la notte a Tōkyō, si sono invece ritrovati a vagare in piena notte per le strade vuote, costretti poi a tornare all’albergo a piedi per mancanza di mezzi pubblici (la metropolitana chiude a mezzanotte e riapre alle cinque del mattino). Cari amanti della movida, siete dunque avvertiti: il Giappone non è vostra la meta d’eccellenza!

9 aprile. Passaggio sulle Alpi Giapponesipercorso a Takayama su consulta la mappa

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Questa mattina disponiamo di un ampio margine di tranquillità: il primo treno utile passa a mezzogiorno, perciò ognuno è libero di trascorrere la mattinata in autonomia.
Non avendo potuto sperimentare l’onsen ieri sera, ma neppure avendo rinunciato all’idea, decido di scendere al bagno. Al mattino non è il momento più usuale, ma in compenso c’è meno folla e l’acqua delle vasche è sicuramente pulita.
L’onsen è un’istituzione della cultura giapponese, paragonabile solamente alle terme dell’antica Roma: la gente viene al bagno pubblico dopo una giornata di lavoro per rilassarsi, chiacchierare e tessere rapporti sociali, secondo un preciso costume che va ben oltre la mera pulizia del corpo.
Come ha rilevato l’etnologo Fosco Maraini (1912–2004), in Europa il bagno è incentrato sul concetto di lavaggio, simile ad una profilassi medica, foriera sin dal medioevo di un’atavica diffidenza, con la funzione di rimuovere lo sporco per scongiurare le malattie. La stanza da bagno europea, compressa e segregata nell’angolo più buio della casa, deve celarsi come una vergogna alla vista degli eventuali ospiti. Quella giapponese invece, ove si disponga di spazio sufficiente, è ampia e luminosa, tradizionalmente in legno come il resto dell’edificio se in ambito rurale. La vasca è preferibilmente di cipresso, che a contatto con l’acqua calda diffonde la sua essenza in tutto l’ambiente. Purtroppo, con la sovrappopolazione delle città e la riduzione degli spazi abitabili, queste antiche finezze sono diventate un lusso per pochi.
Nel bagno pubblico entra poi in gioco un altro concetto culturale, quello dell’atteggiamento verso il nudo: la civiltà europea considera la nudità come peccato per ragioni strettamente legate alla religione, che impone l’inscindibilità fra il corpo umano e la sfera della sessualità. Ai giapponesi invece, del tutto estranei a questa logica, il corpo nudo di un estraneo non suscita particolari reazioni: «gli esseri umani sono fatti tutti allo stesso modo», direbbero, «perché dovremmo scandalizzarci?». La visione culturale della nudità è diametralmente opposta anche nel campo delle rappresentazioni figurative: in Europa il nudo non è ammesso nella vita, ma è presente nell’arte fin dai tempi dell’antica Grecia. In Giappone invece (e più generalmente in Asia) è ammesso nella vita ma disdicevole nell’arte: per i giapponesi in trasferta nel Vecchio Continente è sempre fonte di vivo stupore il connubio tra il rigido moralismo cristiano e la presenza nelle nostre piazze, nei nostri musei e nelle nostre gallerie di opere che ben poco lasciano all’immaginazione (come esempio si può citare il David di Michelangelo).
Esistono vari tipi di bagni: pubblici, privati, termali o meno (detti sentō se alimentati da acqua comune), situati in città, in campagna o in montagna, al chiuso o all’aperto. Può accadere che alcuni alberghi, come il nostro, ne abbiano uno riservato agli ospiti.
Come prevede il rituale, mi vesto già in camera con la yukata, infilo le ciabatte di plastica e ripongo il necessario per la doccia in un catino che porto con me. Nel corridoio incontro un altro compagno di viaggio che ha avuto la mia stessa idea per sfruttare la mattinata nel modo migliore. La zona maschile e quella femminile sono separate fin dall’ingresso, oltre il quale si trova un’anticamera celata da un tendone: qui ci si spoglia completamente lasciando la yukata, le ciabatte e gli altri oggetti personali in un armadietto, di cui ci si lega la chiave al polso. Si tiene con sé solo il catino con la spugna, il sapone ed un piccolo asciugamano per coprire le parti intime (utile quando si transita fuori dalle vasche). A questo punto si procede con il lavaggio: lungo una parete sono allineati vari rubinetti miscelatori dotati di doccia. Una volta individuata una postazione libera, ci si accomoda su uno sgabello per lavarsi da seduti, energicamente, avendo cura di non invadere lo spazio del vicino. Terminata l’operazione, ci si può immergere nel daiyokujō, la grande vasca comune con acqua riscaldata ad oltre 45 °C. Il piccolo asciugamano è utile per tamponare il sudore della fronte: alcuni lo lasciano sul bordo della vasca, mentre altri lo tengono direttamente sulla testa. Data l’elevata temperatura è consigliabile alternare le immersioni, non più lunghe di qualche minuto, ad una doccia fresca. In molti onsen, compreso il nostro, è presente una vasca all’aria aperta (rotenburō), che in questo contesto urbano si trova sotto una veranda, celata dall’esterno per mezzo di una palizzata di canne. Il déhors è collegato alla struttura interna attraverso una porta scorrevole. Nelle zone rurali si possono invece trovare dei rotenburō completamente all’aperto, costituiti da vasche naturali di roccia situate in mezzo alla natura: in genere sono annessi ai vecchi ryōkan (strutture ricettive tradizionali) a gestione familiare, assai onerosi per le tasche di un utente medio.
Terminata la spola tra le vasche, avendo ormai accumulato sufficiente calore, mi avvio allo spogliatoio rivestendomi con la yukata, però… non ricordo più il numero della mia camera! Vago un po’ per i corridoi, con indosso solo vestaglia e ciabatte, reggendo in mano il catino, fino a quando non trovo un’addetta alle pulizie, alla quale domando in inglese d’indicarmi cortesemente «il piano del gruppo degli italiani». La risposta è stata esaustiva, ma la mia magra figura l’ho fatta lo stesso.
Abbiamo ancora un po’ di tempo a disposizione per acquisti di generi alimentari al mercato di Omicho, perlopiù frutta da consumare durante il viaggio. Sul percorso ci fermiamo al tempio buddhista di Higashi Betsu, poco noto ma interessante per la ricchezza delle costruzioni lignee, fra cui i portali d’accesso al cortile.
Takayama
Takayama, una distilleria nella città vecchia
Ritrovo in albergo alle 11: la stazione non è lontana, poco più di cinque minuti di cammino. Debbo anche andare in cerca di un bentō per il pranzo, ma la scelta non è molto varia: meglio ripiegare su una panetteria che vendono focacce, quiches e pizzette (commestibili). Nell’attesa del treno, la mia attenzione è catturata da uno dei numerosissimi distributori automatici di caffè in lattina: un po’ di caffeina sferzerà la fiacchezza dovuta all’onsen. Scelgo un “espresso”, introduco la moneta e ritiro il prodotto ma… è freddo! Riesco a sorseggiarlo solo dopo averlo stemperato un po’ con il calore della mano. Nonostante la sorpresa, non rimango deluso perché è di buona qualità. Nei distributori, come ho imparato a mie spese, l’unico segno di distinzione tra una bevanda calda ed una fredda è costituito da un segno di colore rosso o blu, esposto in genere vicino al prezzo. È necessaria una particolare attenzione all’atto dell’acquisto perché i prodotti a temperatura ambiente quasi non esistono: sono venduti riscaldati oppure refrigerati.
Nel frattempo due donne, che dall’aspetto paiono commesse di un negozio, si aggirano con fare trafelato tra le banchine dei treni, mostrando un oggetto a destra e a manca. La gente lo osserva e scuote la testa. Correndo e gesticolando, puntano verso di noi: il misterioso oggetto è il portafoglio di un nostro compagno di viaggio, individuato grazie ad una fototessera al suo interno, che viene restituito al proprietario con tanto di inchini e sorrisi. Terminata con successo la loro missione, le commesse sono ritornate al lavoro visibilmente felici e rasserenate.
Intanto, il limited express Shirasagi n.3 per Toyama è in forte ritardo: previsto alle 11.54, arriva alle 12.05. Se si fosse trattato di un treno ad alta velocità, vi sarebbe stata la possibilità del rimborso del biglietto. A Toyama, stazione di cambio, attendiamo il limited express Hida n.14 delle 13.02. Lasciamo alle spalle il Mar del Giappone per salire sulle Alpi mediante una linea ferroviaria non elettrificata a binario semplice. Ormai la città si esaurisce con gli ultimi condominî: inizialmente il percorso corre in pianura attraverso un paesaggio di campagna solcato da numerosi corsi d’acqua, assai antropizzato, con parecchi paesi e stazioni. D’un tratto iniziano i rilievi: il trenino a gasolio s’instrada nella valle del Jinzu-gawa e pare arrancare tra gole, viadotti, pareti scoscese e gallerie. Le latifoglie lasciano lentamente il campo alle conifere, mentre per terra compare la prima neve.
Alle 14.33 raggiungiamo Takayama (ab. 95.000, m 600), città situata quasi a cavallo dello spartiacque tra i due versanti del Giappone. Nonostante la scarsa altitudine, è considerata località montana per via delle correnti fredde di derivazione siberiana e delle abbondanti nevicate, che rendono l’intera regione dell’Hida assai nota per gli sport invernali. Dopo un veloce passaggio all’ufficio turistico per ottenere delle mappe dettagliate, percorriamo un breve tratto a piedi fino al Country Hotel Takayama, una buona sistemazione, anche se le camere sono notevolmente piccole: poco più della larghezza di due letti.
Trascorso il tempo necessario ad approntare un itinerario di massima, il giro della città può iniziare: la prima meta è l’Hida Kokubun-ji, il più antico tempio di Takayama, costruito nel 746 dall’imperatore Shōmu per assicurare pace e prosperità alla nazione. La parte che ha maggiormente resistito alle ingiurie del tempo è la sala principale, risalente al XVI secolo, mentre l’adiacente pagoda a tre piani è stata ricostruita nel 1821 durante il periodo Edo. Nel cortile si può ammirare un antico esemplare di ginkgo biloba di 1200 anni, piantato all’epoca della fondazione del tempio.
Poco oltre, un negozietto vende i taiyaki, biscotti a forma di pesce ripieni di marmellata di fagioli rossi azuki, che sono caratterizzati da una consistenza pastosa ed un gusto lievemente dolce.
Dopo mezzo chilometro in direzione sud attraverso un quartiere di stradine e casette, compare ad una svolta il muro perimetrale del Takayama Jinya, storica residenza del governatore della provincia dell’Hida, l’unico palazzo ad uso civile d’epoca Tokugawa ad essersi conservato fino ai giorni nostri. Originariamente edificato dal feudatario Kanamori come residenza privata, nel 1629 fu adibito dallo shōgun Tokugawa Iemitsu a dimora del proprio emissario. Dal 1777 fino alla rivoluzione Meiji fu sede del governo locale, ma continuò ad essere utilizzato per gli uffici di vari enti pubblici fino al 1969.
Attualmente il complesso è classificato come bene storico ed è stato quasi interamente restaurato al suo stato originale del periodo Edo.
I tetti sono rivestiti di scandole per via delle copiose precipitazioni nevose e dell’abbondanza della produzione di legname proveniente dai fitti boschi della zona.
Ovunque, dalle lanterne poste all’entrata, ai tendoni, agli intagli lignei, campeggia il mon (emblema) di Casa Tokugawa raffigurante il fiore della malva rosa (alcea rosea o malvone). L’interno, sobrio come si addice al quartier generale di un capo militare, conta vari edifici collegati da porticati, inframmezzati da cortili di ghiaia e giardinetti. L’impiantito si compone di centinaia di metri di tatami, sul quale si deve camminare scalzi. I porticati sono riparati dal sole estivo per mezzo di stuoie di canne palustri, che ombreggiano l’ambiente lasciando al contempo circolare l’aria. L’arredo delle stanze è diversificato in base al rango dell’occupante: dal tokonoma con preziose calligrafie per l’attendente dello shōgun, al più umile braciere con il bollitore del tè nei quartieri della servitù.
Un’intera ala del palazzo è dedicata al museo che espone abiti, armi, monete ed opere d’arte relative al periodo del governatorato (ca. 1629–1868).
Sakurayama Hachiman-gū
Takayama: Sakurayama Hachiman-gū
Oltrepassato il fiume Miya, a meno di un chilometro di distanza, sorge la città vecchia di Sanmachi Suji, comprendente le vie Ichinomachi, Ninomachi e Sannomachi, fiancheggiate da case di legno a due piani con botteghe a pianterreno. Alcune attività, come le distillerie artigianali di sake e di birra, sono riconoscibili da una grossa palla di aghi di pino posta sopra l’ingresso. La birra, assai apprezzata, non deriva però dalla tradizione, essendo stata introdotta in Giappone dagli europei solo a metà ‘800. I ristoranti ed i negozi d’antiquariato sono invece prevalentemente rivolti al turismo di massa. Altre attività artigianali spaziano dai produttori di miele a quelli di miso, la “minestra nazionale” di spessa consistenza e media salatura dal gusto di soia ed alghe: oltrepassata la soglia del negozio, con i consueti cori di irasshaimase (“benvenuti”) da parte dei proprietari, siamo invitati alla degustazione servendoci da un pentolone nel quale ribolle la scura brodaglia. Purtroppo la specialità non incontra il palato di molti europei, anche se personalmente posso dire di averla apprezzata.
Le case del centro storico sono intervallate da alcune strane rimesse, molto alte e strette: vi si custodiscono i variopinti carri (yatai) che sfilano due volte l’anno, ad aprile e ad ottobre, in occasione della festa del paese. Poco oltre, un artigiano è intento a fabbricare tatami nel suo laboratorio con grande concentrazione: neppure si accorge d’essere osservato.
Qualche centinaio di metri verso nord-est, ai margini delle colline, vi è il santuario di Sakurayama Hachiman-gū: la leggenda vuole che sia stato fondato nel IV secolo, in seguito al voto di un guerriero per aver sconfitto un demonio; in realtà le fonti storiche rivelano che fu consacrato alla protezione della città nell’anno 1683. A questo luogo è dedicata la festività autunnale che cade tra il 9 e il 10 ottobre. Quella primaverile invece, dedicata al santuario di Hie, si tiene dal 14 al 15 aprile.
È tardo pomeriggio e la luce radente del sole al tramonto inonda il cortile del santuario, ormai deserto, tingendo di rosso il monumentale torii di legno all’entrata. Si ode solo il vento tra i pini e lo sciabordio dell’acqua nel fontanile delle abluzioni. Sui battenti del portone e sulle banderuole che lo ornano è raffigurato il fiore di ciliegio: non a caso il significato del nome Sakurayama è “poggio dei ciliegi”. Un grosso leone di pietra dai tratti grotteschi guarda beffardo verso di noi, stanchi ed infreddoliti: sarà uno di quei kami che si prendono burla degli esseri umani?
È giunta l’ora di rientrare, ma solo per una doccia ed un breve momento di riposo. Questa sera, data la parsimonia sinora praticata sulla cassa comune, abbiamo agio di concederci l’uscita al Suzuya, un locale in stile tradizionale di livello medio-alto (kaiseki-ryōri), le cui specialità sono il miso e la carne dell’Hida. Entriamo attraverso un tendone e veniamo condotti in una sala con tatami ed un basso tavolo di legno al centro. Lasciamo le scarpe ai margini e ci accomodiamo per terra sugli zabuton (cuscini), infilando le gambe in un incavo, fatto apposta per non rimanere anchilosati.
La carne dell’Hida, famosa a livello nazionale ma forse meno conosciuta dagli stranieri rispetto a quella di Kōbe, come tutte le carni pregiate giapponesi è apprezzata per una serie di striature lipidiche reticolari, che la rendono più grassa e profondamente dissimile dalla nostra. In genere viene cucinata alla piastra o alla griglia. Le fette sono sempre sottili, quando non sottilissime: non esiste alcun taglio assimilabile alla nostra “fiorentina”.
Itadakimasu allora, buon appetito (lett.: “umilmente riceviamo”): la mia bistecca è accompagnata da miso, verdure e salse a base di soia. Alcuni di noi si cimentano con la cottura delle fette direttamente in tavola su un braciere alimentato a carbonella. L’uso delle bacchette è obbligatorio, come anche la destrezza nel manovrarle, per non lasciarsi sfuggire qualche prezioso (e costoso) boccone sotto il tavolo.
Infine, per concludere la serata, ordiniamo l’immancabile giro di sake della casa: i commensali si servono a vicenda e, prima di bere, esclamano kanpai (“vuotiamo i bicchieri”). Vietatissimo invece il “cin-cin”, che qui suona come una volgare espressione per designare l’organo maschile: se proprio si vuole brindare in italiano, è preferibile l’uso del più corretto “salute”.
Il bilancio per l’atmosfera ed il servizio è senz’altro positivo, ma la carne in sé può anche non suscitare l’entusiasmo di un palato europeo. Il consumo dei bovini in Giappone è d’altronde assai recente: la prima macellazione di una vacca risale a metà ‘800, commemorata da una stele posta dai macellai di Tōkyō sul luogo dell’evento. In tempi antecedenti l’alimentazione era costituita solo da riso, pesce, legumi, uova, verdure e, nelle campagne, volatili da cortile.
Gochisō-samadeshita (“è stata una vera delizia”) è l’espressione che si usa per congedarsi a fine pasto, ma nel frangente post sake riesco solo a proferire un misero “very good”, che viene ugualmente apprezzato dai gestori del locale.

10 aprile. Dalle montagne alla grande cittàpercorso a Takayama su consulta la mappa

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Questa mattina il viaggio prosegue nei dintorni di Takayama: circa tre chilometri a sud-ovest della città vi è l’Hida Minzoku Mura, comunemente noto come Hida no Sato, un museo a cielo aperto composto da circa trenta vecchie case coloniche che illustrano gli stili architettonici delle regioni montuose del Giappone. Vi si può arrivare in un quarto d’ora di autobus, con capolinea nei pressi della stazione ferroviaria. Tra i vari distributori automatici presenti nella sala d’attesa, uno offre cibi precotti e riscaldati 24 ore su 24. Se siete uomini d’affari in carriera, non dovrete più perdere tempo nel fare cose “inutili” come sedervi a tavola: per ¥ 350 (ca. € 3,5) potrete disporre all’istante di rāmen, riso fritto, taiyaki, takoyaki ed addirittura hot dog con patate fritte!
Durante il breve tragitto verso l’Hida no Sato, ad un tratto compare la sagoma di un bizzarro edificio simile ad un tempio: sul timpano del tetto campeggia uno strano simbolo che pare una stella di colore dorato. Si tratta del quartier generale della setta Sūkyō Mahikari, una congrega di gente varia, ancora convinta di vivere negli anni ‘60. La loro dottrina afferma che in tempi ancestrali l’imperatore del Giappone inviò i suoi emissari in regioni come l’Egitto, la Mesopotamia e l’India per portarvi la civiltà: in tal modo le lingue, le culture e le religioni della Terra sarebbero state originate dagli antichi giapponesi. Secondo questa teoria, anche Gesù Cristo si sarebbe recato in Giappone all’età di diciotto anni per imparare le tecniche dell’ascetismo, ritornandovi ed infine morendovi all’età di 118 anni. Quest’indubbia originalità sul piano teleologico è condita da qualche pratica magica che concerne la trasmissione dell’“energia vitale” da un individuo all’altro attraverso il palmo della mano. Avevano anche teorizzato un’apocalisse, prevista per l’anno 2000: sfortunatamente per loro, il mondo esiste ancora.
Poco oltre, su un pendio collinare rivolto a mezzanotte, sorge l’Hida no Sato, dislocato su un’area piuttosto estesa. Le case, provenienti da varie zone del Giappone, risalgono in larga parte al XVIII secolo, ricostruite in questo museo diffuso che ben s’inserisce nel contesto naturalistico circostante. Alcune di esse sono classificate come “importante patrimonio culturale nazionale” e costituiscono fra i migliori esempi dell’architettura rurale tradizionale in stile gasshō-zukuri (a tetto acuminato).
Hida no Sato
Alpi giapponesi: l’Hida no Sato
È però triste vedere una ricchezza non più viva, né vissuta. Non mi si fraintenda: non sto chiedendo ai giapponesi di tornare a vivere nelle capanne! Colpisce invece l’apparente distacco che essi hanno verso il passato, venendo a visitare questi luoghi come se la cosa non li riguardasse. Il popolo giapponese ha uno strano rapporto con la storia: in alcuni momenti esaltata, in altri dimenticata, comunque mai esule da una larvata contaminazione col mito, foriero del nazionalismo, del militarismo ed in ultima istanza dei disastri dell’ultima guerra. Nel periodo successivo alla sconfitta del 1945, la tradizione è stata volutamente cancellata dai luoghi e dalle menti: un “seppuku culturale” che è stato accompagnato da un’altra ideologia, quella dello sviluppo economico, per la quale l’intero paese è stato spianato dalle ruspe e riplasmato dalle betoniere. Un Giappone più triste, più grigio e più benestante ha aiutato le persone a dimenticare le ferite del passato, al cui pensiero le vecchie generazioni ancora provano un misto di rabbia e di vergogna.
Ho coniato il termine di “seppuku culturale” per cercare di descrivere il processo socio-antropologico che ha portato molti giapponesi a riconoscere nella disfatta bellica la sconfitta della propria cultura, abbracciando (almeno superficialmente) quella dei vincitori. Per secoli la dottrina dello scintoismo istituzionale aveva inculcato nel popolo l’idea d’essere una “razza eletta” di “figli del Sole”, propaganda che si è intensificata a partire dall’epoca della Restaurazione Meiji, culminando nel periodo del regime militarista (1931–1945). Nella mentalità di allora, la sconfitta ebbe risvolti non solo materiali, ma anche psicologici, sociali e, oserei dire, spirituali: dopo più di 1500 anni (2600 secondo la cronologia tradizionale), l’imperatore aveva improvvisamente cessato d’essere un dio, quindi anche il suo popolo, progènie di Amaterasu, era stato costretto a scendere in terra dal proprio Takama-ga-hara (Paradiso) mentale. I motivi del suicidio culturale del dopoguerra, i cui effetti durano ancora oggi, traggono origine dal sentimento di vergogna dei giapponesi, disonorati di fronte a loro stessi e agli dèi, per non essere stati in grado di realizzare il proprio destino di presunta “razza superiore”.
È però impossibile fuggire dalle proprie radici: la stessa ricostruzione post-bellica è stata espressione sia dei paradigmi buddhisti (transitorietà ed inconsistenza delle cose) che di quelli shintō (vitalismo e rinnovamento perpetuo). Solo in tempi recenti sono state sollevate le problematiche della cementificazione selvaggia delle città e dei relativi sobborghi, della pesante infrastrutturazione in spregio al territorio e della distruzione sistematica del paesaggio, ma la strada da percorrere è ancora ardua. Anche le campagne, pur meno urbanizzate, sono fortemente antropizzate: si salvano solo i rilievi montuosi e le vallate interne, in genere ricoperte di fitta vegetazione.
Dalle eloquenti parole degli stessi gestori del villaggio-museo: «l’economia giapponese ha recentemente fatto notevoli progressi, ma il nostro successo materiale ci ha spinti a trascurare il più importante lato spirituale della vita. Adesso realizziamo di dover porre una maggiore attenzione al patrimonio culturale che i nostri antenati hanno costruito per secoli. Dobbiamo ritornare ad alcuni nostri modi tradizionali di vita. Non solo dobbiamo conservare e rivalutare il nostro patrimonio, ma dobbiamo anche tramandarlo alle future generazioni».
Vi sono tre tipi di percorsi raccomandati: di 15, 30 e 60 minuti. Se si ha tempo sufficiente è preferibile il più completo, che in realtà si esaurisce in meno di tre quarti d’ora e comprende patrimoni nazionali come casa Wakayama, nota per il suo grande tetto acuminato di canne palustri, casa Tanaka, costruzione ad un piano tipica della regione di Takayama, casa Taguchi, antesignana dell’open space con le sue pareti mobili e casa Yoshizane che presenta dei tronchi d’albero biforcuti come sostegno del tetto in luogo delle colonne. Nelle stanze, nei depositi e nei fienili sono esposti numerosi oggetti ed attrezzi da lavoro originali: aratri, utensili per lavorare la terra e rudimentali arredamenti. In alcuni ambienti sono addirittura mantenuti dei bracieri accesi per simulare l’atmosfera dell’epoca, cosa non sgradita data la nebbia, il freddo e l’umido. Il riscaldamento di queste case è assai scarso nonostante il rigido clima della regione: il mese di aprile è già inoltrato ma sul terreno permangono alcuni centimetri di neve, residuo delle abbondanti nevicate di pochi giorni fa.
Terminata la visita, torniamo in città con lo stesso autobus. Dal capolinea prendiamo un taxi, per via della mancanza di mezzi pubblici, verso il Takayama matsuri yatai kaikan, museo dei grandi carri allegorici (yatai) usati durante le due feste (matsuri) della città. Questi mezzi, risalenti al XVII ed al XVIII secolo, sono decorati con elaborate incisioni in legno ed artefatti di metallo secondo il gusto del primo periodo Edo, i cui colori dominanti sono l’oro l’oro e il rosso e nero delle lacche. Il giorno della festa, prima del tramonto, i carri vengono riuniti ed addobbati con delle lanterne e con i blasoni che rappresentano i relativi quartieri. In seguito ha luogo la sfilata per la città, al traino da parte dei contradaioli vestiti in kimono o hakama.
Su alcuni carri trovano posto delle marionette lignee che raffigurano dèi e nobiluomini, vestite di seta e broccati, manovrate da abili burattinai. Nel museo sono esposti a rotazione, nel corso dell’anno, quattro carri sugli undici totali (ovvero Daihachi, Jinma, Kagura, Kyuhō, Hōō, Hotei, Hōmei, Gyōjin, Kinpō, Hōjiyu e Sennin).
Nell’adiacente Sakurayama Nikkōkan si possono ammirare, con lo stesso biglietto, i modellini in scala ridotta del santuario di Nikkō, un’opera assai vasta e dettagliata, coadiuvata da un meccanismo d’illuminazione che simula le ore del giorno.
shishi gashira
Shishi gashira (maschera della testa del leone)
A breve distanza vi è il Shishi kaikan, museo delle maschere e degli strumenti delle danze del Leone, tipiche del Giappone centro-settentrionale. Quest’arte di antica origine cinese, nota come shishi mai, differisce di regione in regione ed è eseguita prevalentemente durante le feste religiose. Il leone giapponese presenta una maschera di legno laccato, chiamata shishi gashira (“testa del leone”) ed un corpo di tessuto verde con motivi bianchi nel quale possono entrare fino a due persone. La danza del leone è eseguita con l’accompagnamento di tamburi, piatti, gong e strumenti per sincronizzare i movimenti dei danzatori. Alcune maschere esposte sono assai antiche e, dall’aspetto grottesco e cinesizzante, si direbbero risalenti perlomeno alle epoche Nara ed Heian. Nel frattempo siamo invitati ad assistere ad una rappresentazione di Karakuri ningyō, le marionette solitamente collocate sulla cima dei carri. La storia degli automi giapponesi ricalca curiosamente, sia in senso cronologico che tecnico, quella dei cugini europei con la costruzione, a partire dal XVII secolo, di congegni semoventi derivati dai meccanismi degli orologi. Ben presto il Karakuri ottenne il favore del pubblico, affiancandosi alle forme d’intrattenimento già esistenti come il Nō, il Kyōgen ed il Kabuki. Le marionette sono prevalentemente utilizzate durante i matsuri, occasione per ogni quartiere d’esibire con orgoglio l’abilità del proprio burattinaio. Lo spettacolo inizia: vi è un fantoccio che serve il tè, un altro che salta in equilibrio da un palo all’altro e un altro ancora che compie delle giravolte da ginnasta olimpionico. Questa è una dimostrazione effettuata in teatro, ma la realtà è più complessa perché la rappresentazione avviene in precario equilibrio sui carri in movimento. Infine il pezzo forte: un burattino, dalle fattezze di un antico signore feudale, in grado di scrivere. Il manovratore, nascosto all’interno del basamento, muove sapientemente i comandi in modo da tracciare con il pennello la parola “Hida”, sia in ideogrammi che in caratteri latini. Al termine dell’esibizione, quali unici stranieri presenti in sala, siamo invitati a recarci sul palco dove ci viene fatto gradito dono della pergamena.
Ormai è quasi mezzogiorno e si avvicina l’ora di lasciare Takayama: con passo veloce percorriamo in un quarto d’ora il chilometro e mezzo che ci separa dall’albergo, dov’è fissato il ritrovo con il resto del gruppo. Il cielo si è liberato dalle brume mattutine e adesso batte un sole abbastanza forte che, unito ad un’atmosfera piuttosto umida, causa una leggera sensazione d’afa.
Alle 12.32 nessuno manca all’appuntamento con il treno limited express Hida n.10 per Nagoya. Superato lo spartiacque, ha inizio la discesa sul versante dell’oceano Pacifico attraverso la boscosa valle dell’Hida, superando strette gole e conche verdeggianti. La ferrovia transita da Gero, una delle località termali più note della regione, meta di villeggiatura già nel X secolo, sede di alcuni fra i migliori onsen e ryokan del Giappone: peccato non potersi fermare a riposare per un giorno.
Dopo un paio d’ore le montagne digradano, mentre dinanzi a noi si apre la pianura di Nagoya. Nel 1943 Fosco Maraini, allora docente d’italiano presso l’università di Kyōto, fu qui internato nel campo di prigionia del Tempaku insieme a tutta la famiglia, per essersi rifiutato di giurare fedeltà a Mussolini e alla repubblica di Salò. La medesima sorte fu riservata agli altri italiani residenti in Giappone che non vollero piegarsi al regime. Ne uscirono solo due anni più tardi, dopo grandi patimenti.
Alla stazione di Nagoya (ore 15.02) salutiamo definitivamente il trenino di montagna a gasolio per prendere la coincidenza con l’alta velocità: l’orario è pienamente rispettato (c’era qualche dubbio?)
Solo pochi minuti d’attesa e, puntuale come un orologio svizzero, anzi giapponese, compare lo shinkansen 524 “Hikari” delle 15.24 per Tōkyō.
A bordo ne approfittiamo per pianificare gli spostamenti in città: l’ora di punta sarà nel suo massimo e dovremo raggiungere il nostro albergo in un altro quartiere, nel modo più veloce e indolore possibile. Suscita qualche timore l’idea di dover piombare, in capo ad un paio d’ore, nella più grande metropoli del mondo (ab. 13 milioni, 38 milioni sommando i centri satelliti) e doversi immediatamente districare in una rete sotterranea di oltre 300 km d’estensione, con 13 linee gestite da due società diverse, trasporti di superficie esclusi. In realtà, come sarà dimostrato sul campo, le preoccupazioni di questo tipo sono largamente infondate.
Monte Fuji
Monte Fuji ripreso dallo shinkansen in corsa
Intanto, fuori dai finestrini, sfila il paesaggio della costa tra Nagoya e Shizuoka, un’unica conurbazione di case, industrie, autostrade ed elettrodotti. Improvvisamente, poco prima della galleria del passo di Hakone, alla nostra sinistra si palesa il monte Fuji, innevato e completamente sgombro dalle nubi: uno spettacolo tanto inatteso quanto fugace e grandioso, degno del kami più potente di questa terra. Proseguendo verso Atami e Odawara, il treno passa sotto il promontorio d’Izu: tra una galleria e l’altra si apre la vista sulle pendici digradanti verso il mare, coltivate a terrazzamenti d’agrumi. Un panorama pittoresco ma di breve durata: da Kanagawa in poi ha inizio la megalopoli composta dalle città che gravitano intorno alla capitale giapponese. Il passante ferroviario di Tōkyō, da Shinagawa a sud fino a Ueno a nord, è uno degli snodi più trafficati del pianeta, ma gli intasamenti non si verificano quasi mai: un paradosso se considero che nella mia vita quotidiana, per entrare ogni mattina in città, il mio treno è costretto a fermarsi per almeno cinque minuti in attesa che la via diventi libera.
Alle 17.10 lo shinkansen si attesta al suo capolinea: la stazione centrale di Tōkyō. Per raggiungere il quartiere settentrionale di Ueno utilizziamo in senso antiorario la linea circolare Yamanote, gestita dalle ferrovie e compresa nel Japan Rail Pass: la segnaletica è chiarissima; l’unica relativa difficoltà risiede nel districarsi con i trolley e le valigie all’interno di una fiumana di persone all’uscita dal lavoro. All’arrivo del primo convoglio siamo presi da un attimo di sconforto: è strapieno! «Aspettiamo il prossimo», ragioniamo tra noi, «intanto guardiamo come fanno i giapponesi»: ovviamente il treno successivo è tal quale al precedente. Restiamo per un po’ di tempo in disparte ad osservare i passanti che entrano ed escono come se nulla fosse. Poi, tirando un respiro profondo, riusciamo addirittura a salire tutti, pur pigiati come sardine. Per fortuna il tragitto è breve: solo tre fermate intermedie (Kanda, Akihabara, Okachimachi) ed infine Ueno. Per guadagnare l’uscita siamo costretti a farci largo a colpi di sumimasen e gomen nasai (“scusate…”).
Dalla stazione proseguiamo per circa 300 m verso est in direzione Asakusa fino al New Izu, un albergo situato in una tranquilla stradina poco trafficata. Come spesso accade nelle città giapponesi, anticamente nate dall’unione di vari antichi villaggi, ogni quartiere popolare conserva un’atmosfera di paese. In questa zona di Ueno, pur costellata di strutture moderne, si respira ancora l’aria della shitamachi, la città vecchia, o più propriamente “città bassa”, perché prossima al fiume Sumida. Naturalmente al posto delle vecchie case di legno vi sono i condominî di cemento, ma meno alti che altrove. Ogni isolato ha inoltre il proprio minimarket ed i propri servizi fondamentali. All’interno di queste viuzze si vedono raramente le automobili: la gente si sposta a piedi oppure in bicicletta, salutandosi perché si conoscono tutti.
L’hotel, un anonimo edificio bianco e verde, dispone di una minuscola sala a pianterreno con un acquario e una poltrona massaggiante, dove attendiamo qualche istante prima che ci vengano consegnate le chiavi delle camere. Alcune sistemazioni sono in stile occidentale, mentre altre sono in stile giapponese: l’arredamento di queste ultime comprende un armadio a muro, un tavolino e degli zabuton (grossi e sottili cuscini) in luogo delle sedie. Il pavimento è ricoperto di tatami, su cui si deve camminare scalzi o con delle pantofole. Per dormire si srotolano in terra i futon, materassi di fibra vegetale. Il bagno è diviso in tre minuscoli ambienti separati tra loro: quello del lavandino dà accesso sia alla latrina, anch’essa provvista delle relative ciabatte, che al locale del lavaggio, strutturato come piccolo ofuro con una vasca quadrata ed uno spazio antistante per la doccia, dotato di sgabello. Il lato negativo della sistemazione riguarda la completa assenza di luce naturale: la stanza è situata su un lato dell’albergo, ad una distanza di mezzo metro dal muro del palazzo contiguo. Sporgendosi dalle finestre per guardare all’esterno s’indovina, verso l’alto, una sottile striscia di cielo, neppure sufficiente per capire se stia piovendo o ci sia il sole. Addirittura in pieno giorno è necessario tenere la luce accesa. Pazienza: non abbiamo intenzione di rimanere in camera a lungo.
Detto, fatto: è già buio ma, dopo una doccia, siamo nuovamente in strada nella direzione del parco di Ueno. Ai semafori, centinaia di pedoni attendono il verde per sciamare verso l’altro lato della strada. Le automobili in circolazione sono relativamente scarse (45 per 100 abitanti contro le 61 dell’Italia), ancora considerate un lusso da molte famiglie, specie nelle zone urbane dove oltretutto non esistono sufficienti parcheggi. Per questo motivo il governo incoraggia da decenni i trasporti pubblici a detrimento degli spostamenti privati. L’industria locale dell’automobile non ne soffre perché, oltre alla massiccia esportazione, può beneficiare di una posizione di monopolio nel mercato interno poiché i giapponesi acquistano quasi unicamente veicoli di produzione nazionale. Quando in Italia si afferma che, per ragioni di sostenibilità ambientale, si dovrebbe preferire il trasporto pubblico all’automobile, si ottengono talvolta risposte disarmanti: «come farei in bus o in treno senza la mia autoradio?», «non mi piace sedermi vicino ad altre persone», «per andare a prendere la metropolitana devo camminare all’aperto e d’inverno fa troppo freddo (sic!)». Anche questi aspetti sono basati su fondamenti culturali: mentre in Giappone si prediligono soluzioni collettive ai problemi comuni, in Occidente prevale invece l’individualismo e, come per incanto, ogni automobilista diventa il monarca assoluto del proprio piccolo regno di latta. Le vetture ferme ai semafori paiono cavalieri d’una quintana medioevale, che attendono il verde al posto del fazzoletto della dama e partono poi all’unisono, affrontandosi coi clacson anziché con le lance. Da noi le problematiche connesse all’eccesso di veicoli privati non sono prese seriamente in considerazione: a causa della nostra miopia, perseveriamo nel languire tra gli ingorghi e nel propugnare la filosofia dei veicoli ad idrocarburi, la cui tecnologia risale, nelle sue linee fondamentali, alla Rivoluzione Industriale; intanto i parcheggi scarseggiano e l’aria delle nostre città diventa irrespirabile. Per le stesse ragioni culturali, in Italia nessuno è attualmente intenzionato a creare un servizio di trasporti efficiente ed integrato. Dal punto di vista antropologico, gli esseri umani tendono a cambiare le proprie abitudini solo quando sono costretti a farlo. Alla resistenza ai cambiamenti, dovrà quindi succedere la resilienza, ovvero la capacità di adattamento, di cui il Giappone può essere un valido esempio per molti paesi del Vecchio Mondo.
Hanami notturno a Ueno
Hanami notturno a Ueno
Seguendo il flusso delle persone, raggiungiamo il parco di Ueno (Ueno kōen), istituito nel 1873 sull’esempio delle aree verdi già esistenti nelle città europee ed americane. Vi trovano posto alcuni fra i più rilevanti musei del Giappone come quello nazionale, quello della scienza e della natura e quello d’arte occidentale. Il parco di Ueno è inoltre, con i suoi viali di ciliegi, la principale meta dell’hanami di Tōkyō. Nella penombra, debolmente rischiarata dalle lanterne di carta, migliaia di persone sostano sedute per terra su dei teli di plastica a bere e a consumare pietanze. Il panorama umano è vario: dalle famiglie ai gruppi di amici, ai colleghi d’ufficio in giacca e cravatta che, neppure rientrati a casa, sono si sono precipitati fin qui direttamente dal lavoro. Fra questi ultimi la birra è un articolo assai diffuso e, man mano che trascorre la serata, l’atmosfera si fa sempre più faceta e rumorosa. Un filo di vento scuote le chiome dei ciliegi, provocando una debole pioggia di petali: molti fotografi sono attrezzati con degli altissimi cavalletti per immortalare l’evento sopra le teste della folla. Anche la televisione non vuole essere da meno, con una cinepresa che si aggira continuamente tra i presenti. Scendendo verso il tempietto di Benzaiten, riconoscibile dalla caratteristica cupola ottagonale, vi sono numerosi ed affollati banchetti che vendono cibi di strada come tagliolini, carne, pesce e verdure alla piastra: i profumi che si sprigionano nell’aria sono assai invitanti e ricordano che è quasi l’ora di mettersi a tavola. Ceniamo presso un ristorantino attiguo al cavalcavia della stazione: la cucina è tradizionale ed i prezzi sono più che onesti. La mia scelta cade su un ottimo katsudon, cotoletta di maiale impanata e fritta, servita su una ciotola di riso. Altri provano invece il tempura, un fritto di pesce e verdure in pastella, anch’esso eccellente, tipico piatto invernale che è assai improbabile trovare nei mesi caldi. Molti turisti si ostinano però a chiederlo anche in estate, suscitando grande stupore, come se i giapponesi in visita in Italia ordinassero polenta con funghi e salsiccia a ferragosto. Nel ritorno verso l’albergo transitiamo nei pressi di una delle numerose sale di pachinko, un rumorosissimo tipo di flipper, la cui invenzione risale all’immediato dopoguerra da parte di un piccolo imprenditore di Nagoya, che ebbe l’idea di montare in verticale alcuni dei suoi biliardini per risparmiare spazio. Il successo fu immediato e, in breve tempo, questo gioco divenne il principale passatempo nazionale. Oggi il pachinko conta un giro d’affari annuale di circa 300 miliardi di euro, una cifra di gran lunga superiore a quella di una manovra economica. Non appena varchiamo la soglia, un rumore assordante simile a quello d’un cantiere navale investe i nostri poveri timpani. Il gioco è semplice: s’introduce una sferetta d’acciaio nella macchina e si aspetta che cada vero il basso. Nella maggior parte dei casi non si vince nulla, ma qualche volta la sfera scende nel punto giusto e si ottengono altre sferette. Siccome il gioco d’azzardo è proibito, i premi devono obbligatoriamente consistere in oggetti e consumazioni. L’affare è però troppo ghiotto: la yakuza (mafia), che gestisce la maggior parte dei locali, ha ideato un astuto stratagemma, quello di emettere una sorta di “gettone” per riscuotere illegalmente la vincita in denaro presso un intermediario situato all’esterno della sala. La polizia è sempre all’erta, ma il fenomeno è diffuso a tal punto che un controllo capillare è di fatto impossibile. Rimaniamo qualche istante ad osservare i giocatori che, quasi indifferenti rispetto al contesto, continuano ad introdurre le loro sfere nelle macchinette come fossero degli automi in trance. Senza farmi notare dagli inservienti, estraggo la macchina fotografica dalla custodia e con un po’ di faccia tosta scatto velocemente un’immagine di questo singolare fenomeno dai risvolti sociali. Poi mi assale un dubbio: ci saranno le telecamere? Meglio non saperlo ed uscire, allungando il passo per la strada… d’altronde siamo quasi sordi ed è l’ora di rientrare in albergo.

11 aprile. Kamakura e le origini dello shōgunatopercorso a Kamakura su consulta la mappa

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Appuntamento alle 8.30 del mattino con bagaglio leggero (borsa, zaino) per l’escursione a Kamakura, 60 km a sud-ovest di Tōkyō. Da Ueno utilizziamo la linea Yamanote in senso opposto a quello della sera precedente: la situazione della folla non è mutata, ma iniziamo già a farvi l’abitudine. L’ordine, la disciplina e la compostezza dei giapponesi consentono di rendere accettabili anche le situazioni di questo genere: tutti si dispongono in fila ad aspettare il proprio turno, non prima d’aver lasciato scendere gli altri. Siamo circondati da centinaia di persone, ma neppure una che parli ad alta voce. I cellulari sono rigorosamente silenziati e sui vagoni nessuno risponde al telefono per non disturbare il vicino. Alla stazione centrale di Tōkyō cambiamo per la linea di Yokosuka: dal momento che Kamakura non è il capolinea, come direzione sono indicati Zushi, Yokosuka o Kurihama.
Durante il tragitto abbiamo modo di osservare i pendolari del treno: cosa fanno per ingannare il tempo? Dormono, leggono giornali, riviste e manga (fumetti), navigano sull’internet col cellulare oppure se ne stanno semplicemente fermi con lo sguardo perso nel vuoto. In molti indossano la mascherina per proteggersi dall’inquinamento e dai germi, che in questi ambienti chiusi e stretti sono di facile trasmissione. Una fobia? Forse no: questo non è l’unico accorgimento per tentare di evitare i mali di stagione. Mentre in Italia qualche colpo di tosse è già una scusa sufficiente per mettersi in mutua, per un giapponese l’assenza dal lavoro è invece assai problematica, oltre che disonorevole: colui che si dichiara malato dà a tutti l’impressione d’essere pigro, debole, inaffidabile ed egoista, cosa che si riflette negativamente nei rapporti con i colleghi ed i superiori. Anche lo starnuto e l’uso pubblico del fazzoletto sono considerati atti d’una certa maleducazione, cosicché tutti tirano su col naso, usanza che nel tempo ha assunto un significato di rispetto (sic!) verso il prossimo. È pur vero che, quando serve, anche i giapponesi si soffiano il naso, ma più spesso noi abbiamo incontrato interlocutori, o semplicemente persone in ascensore, che per atto d’ossequio inspiravano rumorosamente.
Un’ora più tardi siamo in vista di Kamakura (ab. 175.000), località in riva al mare situata sul lato opposto della penisola di Miura rispetto a Tōkyō. Al giorno d’oggi è un centro di medie dimensioni, ma conserva una forte rilevanza storica perché fu capitale de facto del Giappone e sede dello shōgunato dal 1185 al 1333. Questo periodo, che prende il nome dalla città stessa, ebbe origine con la guerra di Genpei (1180–1185) fra le famiglie Taira e Minamoto per il predominio sul paese e sull’ormai imbelle corte imperiale di Kyōto. Dopo un momento d’iniziale favore per i Taira, il conflitto si concluse a vantaggio dei Minamoto con la battaglia di Dannoura. Il capo della casata, Minamoto no Yoritomo, si fece proclamare shōgun (generalissimo) e stabilì la sede del bakufu (governo campale) nella roccaforte di Kamakura. Con la sua morte, nel 1199, il padrino Hōjō Tokimasa approfittò della debolezza della famiglia Minamoto per farsi nominare shikken (reggente). Questo regime perdurò fino al 1333, quando le armate degli Ashikaga sconfissero gli Hōjō e riportarono la sede del governo a Kyōto, inaugurando l’epoca Muromachi. La città di Kamakura rappresenta dunque una tappa obbligata per conoscere la storia, l’arte, la vita, la religione e l’architettura del Duecento giapponese.
Scendiamo dal treno alla stazione di Kita Kamakura, (Kamakura nord), la più opportuna se si intende iniziare la visita dalla zona dei templi Zen di Yamanouchi. Il filone buddhista del pensiero Zen non ha costituito in Giappone una scuola autonoma fino al XII secolo, quando furono fondati alcuni lignaggi tuttora esistenti da parte dei maestri di ritorno dalla Cina: fra essi si ricorda la figura di Dōgen (1200–1253), capostipite della scuola Sōtō, una delle tre maggiori assieme alla Rinzai ed alla Ōbaku.
Proseguendo verso sud per 50 metri lungo la ferrovia, si raggiunge l’accesso dell’Engaku-ji, uno dei principali templi del buddhismo Zen giapponese, al secondo posto tra le “Cinque Montagne” (monasteri di Stato) dell’epoca Kamakura. Il complesso fu fondato nel 1282 da un monaco cinese come ex voto del reggente Hōjō Tokimune per aver respinto le armate mongole tra il 1274 e il 1281. La struttura attuale risale alla fine dell’epoca Edo. Nel periodo Meiji l’Engaku-ji è assurto a centro d’eccellenza per l’insegnamento dello Zen nella regione del Kantō ed è tuttora sede di varie sessioni quotidiane di zazen (meditazione seduta). Nel sanmon (portale d’ingresso) del 1780 è collocata l’Ōgane, grande campana risalente al 1301, classificata come tesoro nazionale. Il recinto si addentra in una valletta dove si trovano il reliquiario contenente un dente ritenuto di Buddha, la sala principale (butsuden) ricostruita in tempi recenti ed infine la tomba del reggente Hōjō Tokimune. In un padiglione più in basso, varie persone abbigliate in modo tradizionale si stanno esercitando al tiro con l’arco, un’antichissima disciplina strettamente connessa alle pratiche Zen per il raggiungimento del satori (illuminazione). Il tiratore, più che al bersaglio, deve mirare simbolicamente a se stesso: lo scopo è il distacco dal pensiero razionale per il raggiungimento della totale consapevolezza spaziale e temporale.
Seguendo la strada n. 21 verso sud, dopo circa 300 metri incontriamo sulla nostra destra, immediatamente prima di un passaggio a livello, un viottolo in salita che porta in direzione del tempio di Jōchi-ji. Oltrepassato quest’ultimo, imbocchiamo sulla sinistra il sentiero del Buddha, un percorso di circa 3 km (1 ora) tra modeste salite e discese attraverso le selve e le vallette che circondano la città sul lato settentrionale. La vegetazione, oltre le specie comuni anche in Europa, comprende degli interi boschi di camelie selvatiche in fiore. Questa insolita ma piacevole passeggiata offre alcuni scorci meno noti al turismo di massa, come la fioritura dei ciliegi al Kuzuharaoka jinja, un santuario costruito su un pendio collinare al limitare della boscaglia. Dal piazzale, con un po’ di fortuna, nelle giornate terse si può addirittura scorgere il monte Fuji. Poco oltre, merita una digressione il santuario di Zeniarai Benzaiten: l’entrata è segnata da un inconfondibile torii di pietra, antistante ad un cunicolo scavato nella roccia. Dalla parte opposta si apre uno spiazzo con vari altari, incensieri e tabernacoli, che prelude ad una caverna dove scorrono delle acque di sorgente. I visitatori pongono alcune monete in un cestello di paglia e le irrorano con un mestolo prima di riprenderle con sé. È credenza diffusa che quest’acqua di sorgiva sia in grado di accrescere il denaro lavato con essa, grazie al potere di una divinità sincretica che fonde gli elementi scintoisti del kami Ugajin con quelli indo-buddhisti della dea Benzaiten (in sanscrito Sarasvatī).
daibutsu (Grande Buddha)
daibutsu (Grande Buddha) di Kamakura
Da qui si scende fino ai primi sobborghi formati dalle classiche casette residenziali a due piani con giardinetto, sogno e coronamento dell’intera vita lavorativa per l’impiegato medio. Si percorre ancora mezzo chilometro, poi si svolta a destra passando sotto un tunnel ed infine, dopo un’ultima svolta a sinistra, si prosegue per ulteriori 500 metri. All’incrocio con la strada n. 32 siamo già di fronte all’ingresso del Kōtoku-in, il tempio noto per il daibutsu (Grande Buddha), una colossale statua bronzea del Buddha Amida (Amitābha in sanscrito). Prima di entrare, mi fermo presso un negozietto per acquistare qualche ricordo, fra cui un fūrin, campanella a vento che si usa porre nel periodo estivo sotto i porticati e fuori dalle finestre: il suo tintinnio allieta e quasi rinfresca nelle giornate di canicola estiva. Il clima italiano e quello giapponese sono, fra l’altro, assai simili: le differenze più evidenti riguardano i momenti dei massimi pluviometrici, che in Giappone si concentrano a giugno e a settembre anziché (Italia nord-occidentale) ad aprile e ad ottobre. Più precisamente, tra il 2012 e il 2013, la temperatura di una città come Torino è risultata in media superiore di due gradi rispetto a quella di Tōkyō, mentre l’umidità della metropoli subalpina ha registrato valori del 15-20% piu bassi rispetto alla capitale orientale.
Il Grande Buddha risale al 1252, fuso in sostituzione di una precedente statua di legno. I reggenti di Kamakura vollero in tal modo dotarsi di un’effigie buddhista che potesse rivaleggiare con quella di Nara, di dominio della corte imperiale. Artisticamente, questa è la più rilevante delle due: oltre a chiare reminiscenze cinesi e indiane, qualcuno vi vuole addirittura scorgere echi del Gandhāra, ipotesi suggestiva ma difficile da provare: a tal proposito gli unici indizi riguardano alcune fattezze del volto e del panneggio. L’altezza è di 13,35 metri per un peso di circa 100 tonnellate. Vicino alle orecchie si conservano ancora alcune tracce della doratura originale. La vicenda della sala che lo riparava dalle intemperie è stata sofferta: distrutta una prima volta nel 1334 da una tempesta, è stata ricostruita e nuovamente danneggiata nel 1369. Riparata per la seconda volta, è stata definitivamente spazzata via dallo tsunami (maremoto) del 20 settembre 1498: da allora il Grande Buddha, trasferito un po’ più a monte, è rimasto a cielo aperto. Il basamento ha subìto forti danneggiamenti durante il terremoto del Kantō del 1923 ed è stato ricostruito due anni più tardi. Gli interventi più recenti risalgono agli anni 1960–1961, quando il collo è stato rafforzato mediante l’adozione di misure antisismiche. Sul retro della statua vi sono due finestrelle che ne rivelano la cavità. Alla base, attraverso una porticina, i turisti possono entrarvi e salire per una modica cifra. Durante un attimo di sosta in contemplazione di questa possente opera, le prime gocce di pioggia ci sorprendono, costringendo a scelte differenti: molti rientrano a Tōkyō, mentre in cinque proseguiamo la visita a Kamakura nonostante il peggioramento delle condizioni meteorologiche. È ora di pranzo: in direzione sud, lungo la strada n. 32, scopriamo un negozietto che offre dei morbidi e grossi ravioli ripieni di carne, cotti al vapore. Insieme sono venduti i mochi, dolcetti di riso. Poco oltre vi è un altro bugigattolo, specializzato nella preparazione di dolci di zucca dalla forma di cubetti arancioni, cosparsi di zucchero a velo: ovviamente proviamo anche quelli. Il tragitto, rallentato dalle soste gastronomiche, ha come destinazione il Kaikōzan Jishōin Hase-dera, meglio conosciuto con il solo nome di Hase-dera.
Situato sulle pendici collinari ad occidente della città, questo tempio è appartenuto inizialmente alla scuola Tendai, ed infine divenuto una branca autonoma della scuola Jōdo. La leggenda narra che la fondazione sia avvenuta intorno all’anno 736, quando dal mare riemerse miracolosamente una statua lignea di Kannon, data per dispersa quindici anni prima. Per celebrare l’evento, considerato particolarmente fausto, fu decisa la costruzione di un tempio che potesse ospitare degnamente il reperto. Da tempo immemore l’Hase-dera è noto come la quarta stazione del pellegrinaggio dei trentatré luoghi sacri della regione del Kantō. L’ambiente è assai verdeggiante e l’interno racchiude un ampio e curato giardino che garantisce la fioritura di varie specie in tutte le stagioni dell’anno. Salendo, a lato della scalinata, vi è un sacello dedicato a Jizō con numerose statuette di varie dimensioni poste l’una accanto all’altra. Poco più in alto vi sono le due sale note come Amida-dō e Kannon-dō: la prima ospita una statua del Buddha Amida (Amitābha) risalente al 1194, mentre la seconda è sede della preziosa immagine lignea del VIII secolo raffigurante il Bodhisattva Kannon dalle undici teste (Avalokiteśvara), dorata nel 1342 per volontà dello shōgun Ashikaga Takauji. Gli attributi iconografici di Avalokiteśvara sono pressappoco uniformi in tutta l’Asia orientale, ma in ogni paese presentano differenze che riflettono la tradizione artistica locale. In Tibet per esempio, le teste sono uguali fra loro e spuntano dal collo del santo (dal nome tibetano di Chenresig) formando un albero di volti dallo sguardo omnidirezionale. In Giappone invece vi è una testa principale, mentre le dieci restanti sono di dimensioni assai minori, disposte in cerchio come una corona, suscitando un effetto visivo di maggior naturalezza.
Sulla destra dei padiglioni (rivolgendo ad essi le spalle) vi è la terrazza panoramica, affacciata sulla parte occidentale della baia di Sagami, sulla città di Kamakura e sul suo entroterra, per spaziare infine ai promontori della penisola di Miura. Pur con il cielo lattiginoso e una leggera foschia, si riesce ugualmente ad avere una buona visuale dei dintorni. Numerosi rapaci volteggiano nel cielo: tengono d’occhio il picnic dei turisti con sguardo discreto ma attento. All’occasione scendono in picchiata e, praticamente in silenzio, ghermiscono il panino dalle mani dell’ignaro gitante arrivandogli alle spalle e talvolta ferendolo: per questa ragione il municipio ha affisso vari avvisi nei quali si invita a prestare attenzione all’avvicinamento di eventuali pennuti.
Mediante un autobus di linea percorriamo il tragitto di circa 2 km che separa l’Hase-dera dal centro città. Il biglietto si acquista come di consueto a bordo, direttamente dal conducente. Per effettuare questo percorso si può anche utilizzare l’Eno-den, il treno di Enoshima, tra le fermate di Hase e Kamakura. Trattandosi però di una ferrovia privata, il Japan Rail Pass non ha valore: dovrete in ogni caso pagare la tariffa.
Dalla stazione ci spostiamo a piedi verso il Wakamiya Ōji, viale centrale di Kamakura. Costruito da Minamoto no Yoritomo a somiglianza del Suzaku Ōji di Kyoto, è molto più ampio di quest’ultimo, delimitato su entrambi i lati da canali di tre metri di profondità e fiancheggiato da alberi di pino. Lungo il percorso si incontrano tre torii: ichi, ni e san no torii (“primo, secondo e terzo cancello”). Tra il primo ed il secondo è collocata la Geba Yotsukado, luogo dove in passato era obbligatorio scendere da cavallo in ossequio al santuario di Hachiman. Oltrepassato il secondo torii ha inizio il Dankazura, un percorso pedonale al centro della carreggiata, delimitato da alberi di ciliegio che in questo periodo sono in piena fioritura.
Hase-dera
Kamakura, tempio di Hase-dera
Mentre siamo in cammino si scatena un forte temporale, che ci costringe ad allungare il passo verso lo Tsurugaoka Hachiman-gū, uno dei più noti santuari della regione del Kantō. Fulcro della città di Kamakura dal 1063, esso fu per oltre ottocento anni il centro sincretico della venerazione del kami Hachiman (protettore dei guerrieri) e della divinità buddhista Miroku (in sanscrito Maitreya, il Buddha del futuro). Dal 1872 in poi, la politica di separazione dei culti (shinbutsu bunri) voluta dal governo Meiji, causò l’esclusione del buddhismo a vantaggio dello shintoismo, imposto come religione di stato. L’antica denominazione di gū–ji (santuario-tempio) fu dunque cancellata, con lo smantellamento degli edifici buddhisti ed il conseguente impoverimento del luogo di culto.
Attraversiamo il cortile sotto la pioggia battente, inerpicandoci sulla scalinata fino a raggiungere il portale del santuario: neppure gli ombrelli sono utili per via del forte vento. In molti, sorpresi dall’acquazzone, si sono rifugiati qui sotto, sommandosi alla già nutrita folla dei pellegrini salmodianti. Dall’alto si ha una panoramica sull’intero Wakamiya Ōji e sulla prospettiva dei torii. Mentre mi accingo a scattare una fotografia, entra nel campo visivo una miko (sacerdotessa) con la tipica veste bianca e l’hakama (gonna lunga) di colore rosso carminio: un valore aggiunto all’immagine già di per sé suggestiva. In un’aiuola a lato si nota il celebre ginkgo di quasi mille anni, severamente danneggiato da una tempesta nel 2010. Questa pianta è assai tenace: non solo hanno attecchito le talee di recupero, ma anche il vecchio ceppo ha nuovamente germogliato.
Le condizioni meteorologiche impietose ci costringono, nostro malgrado, a rinunciare all’ultima tappa della giornata, il Kenchō-ji, uno dei templi Zen più antichi del Giappone, fondato nel 1253. I punti d’interesse sarebbero stati il giardino, il butsuden (sala del Buddha), l’hattō (sala del Dharma, la più grande struttura lignea del Giappone orientale), il kara-mon (grande cancello), il bonshō (campana del tempio, tesoro nazionale del 1255) ed il boschetto di ginepri. Invece, correndo a rotta di collo sotto un muro d’acqua, ripieghiamo verso la stazione dove attendiamo fradici il treno per Tōkyō.
Durante il tragitto cessa la pioggia: non raggiungiamo però il capolinea di Tōkyō Centro ma scendiamo a Shinbashi, la fermata precedente, per una passeggiata alla Ginza, meta dello shopping di lusso. A pochi passi l’uno dall’altro si trovano i negozi delle più famose marche internazionali d’abbigliamento, gioielli, profumi, orologi ed elettronica di alto livello. Noi ci accontentiamo di guardare le vetrine. Il nome della Ginza, il cui significato è “zecca”, trae origine dal conio ivi collocato dal governo Tokugawa agli inizi del XVII secolo. Anche se tale istituto è ormai scomparso, se ne conserva la memoria storica nel toponimo. Da fine ‘800 in poi, con l’arrivo delle mode europee, furono costruiti numerosi edifici in muratura, alcuni ancora oggi integri nonostante i frequenti terremoti. La Ginza visse il periodo di maggior splendore tra gli anni ‘20 e ‘30, fino a quando l’austerità imposta dalle ristrettezze e dai razionamenti bellici ne decretò il rapido declino. Con la ricostruzione del dopoguerra sono sorti altri centri delle mode e del consumismo come Omotesandō e Roppongi, che hanno tentato di strapparle il primato del lusso. Un intento probabilmente non del tutto riuscito, dato che i figli della buona società edochiana continuano a sciamare su questi marciapiedi per le piccole spese di “generi fondamentali”: un orologio d’oro, un abito firmato oppure l’ultimo smartphone in commercio. La Ginza si estende complessivamente per un chilometro lungo la strada Chūō Dōri, da Shinbashi a sud-ovest fino a Nihonbashi a nord-est. Al termine del percorso svoltiamo a sinistra in direzione della stazione centrale per rientrare a Ueno. È nuovamente l’ora di punta e la prospettiva di utilizzare l’affollata linea Yamanote non ci alletta. Ad un tratto, ecco il satori (l’illuminazione): perché mescolarsi alla plebe comune nei convogli strapieni quando l’abbonamento ferroviario dà diritto a salire su quasi tutti i treni, compresi quelli ad alta velocità? Lo shinkansen del Tōhoku parte, guarda caso, proprio da Tōkyō Centro per fermarsi dopo pochi minuti a Ueno. Le corse sono frequenti a tal punto che il tempo d’attesa non è mai elevato (dieci minuti nelle ore più trafficate). Alla banchina è in partenza lo shinkansen 37 “Komachi” per Akita: saliamo velocemente sulla carrozza riservata agli utenti non prenotati. Neppure il tempo di accomodarci che, dopo quattro minuti, siamo già a destinazione. Con un filo di vergogna scivoliamo fuori dal convoglio, seguiti dagli sguardi perplessi e preoccupati dei giapponesi del nostro vagone. Abbiamo battezzato “shinka-metro” questo nuovo servizio ferroviario, frutto dell’italico genio, ben noto in tutto il mondo per l’arte d’arrangiarsi.
Ceniamo in un ristorantino sotto il cavalcavia della stazione, per nulla degno di nota. Il locale serve delle pietanze contaminate da uno stile che, secondo i gestori, dovrebbe essere simile a quello europeo: se lo avessimo saputo, mai vi saremmo entrati! Purtroppo non vi è neppure una scritta in caratteri latini. Il mio piattone è composto da un misto di verdure in pastella, carne, frittata e spaghetti. Molti giapponesi sono qui per provare quest’ultima specialità, cimentandosi a manovrare l’insolita portata con le bacchette di bambù. Lo spaghetto a dire il vero non è del tutto indecente, ma dato che ci siamo recati dall’altra parte del mondo allo scopo di conoscere questo paese, l’avremmo volentieri evitato in favore di portate autoctone.

12 aprile. Nikkō, lo specchio di un’epocapercorso a Nikkō su consulta la mappa

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Oggi sveglia alle sei. Sfrutteremo l’ultimo giorno dell’abbonamento ferroviario per recarci a Nikkō, 150 km a nord di Tōkyō. Ritrovo con il gruppo alle 7.30 nella hall dell’albergo. Il tempo è soleggiato e la giornata si annuncia mite.
Lo shinkansen 127 “Tsubasa” per Yamagata parte da Ueno alle 8.14 e arriva ad Utsunomiya dopo circa tre quarti d’ora (8.58). Alle 9.12 si cambia sulla linea locale per Nikkō, con arrivo a destinazione alle 9.54. La cittadina (ab. 90.000, alt. 200 m s.l.m.) è adagiata in un favorevole contesto naturalistico, contornata da vari monti con altitudini medie di 2500 m, compresi nel Parco Nazionale di Nikkō. Dalla stazione si prosegue ulteriormente per qualche chilometro con l’autobus fino a raggiungere l’area sacra dei templi e dei santuari, che si annuncia con il Shinkyō, sacro ponte che un tempo ne costituiva l’ingresso. Costruito nel 1636 e coevo del vicino santuario Futarasan cui appartiene, il Shinkyō ha costituito per secoli il passaggio obbligato sul fiume Daiya per i nobili che accedevano all’area sacra. La struttura lignea, arcuata e slanciata, è ricoperta di lacca rossa. Misura 28 metri di campata singola, 7,4 metri di larghezza e 10,6 metri d’altezza sulla sottostante gola. Ha fama d’essere uno dei ponti più belli del Giappone, patrimonio dell’UNESCO dal 1999 poiché, pur avendo subìto varie ricostruzioni, ha mantenuto inalterate le forme originarie del XVII secolo. Poco più in là, dopo cinque minuti di cammino, si raggiunge l’ingresso del Tōshō-gū, complesso di santuari scintoisti e di templi buddhisti, realizzato a partire dal 1617 per volere di Tokugawa Hidetada, figlio di Ieyasu, affinché le spoglie dei membri di Casa Tokugawa potessero essere conservate e venerate in perpetuo. La costruzione è stata notevolmente arricchita ed ampliata a partire dal 1634 da parte del terzo shōgun Tokugawa Iemitsu. Nel medesimo periodo fu costruita la strada del Nikkōkaidō per collegare Edo a Nikkō, teatro di una solenne processione annuale.
Nikkō: Shinkyō
Nikkō: sacro ponte Shinkyō
Per entrare nel santuario, immerso in un lussureggiante bosco di cipressi, si passa dapprima attraverso un torii di pietra, poi sotto l’Omote-mon (portale) che introduce al primo cortile. Sulla sinistra vi è una pagoda rossa a cinque piani, mentre di fronte si notano il Kamijinko, il Nakajinko, e lo Shimojinko, magazzini destinati agli arredi sacri: sul primo sono raffigurate delle curiose immagini di elefanti, scolpite da un intagliatore che non aveva mai visto dal vivo questi animali. Sulla sinistra vi è il Shinkyū, stalla per i cavalli sacri, sul cui frontone sono collocate in altorilievo le tre celeberrime scimmie che “non vedono, non sentono e non parlano”. La teoria più diffusa vuole che esse simboleggino il principio buddhista del “non vedere, non udire e non nominare il male”. Alcuni invece vi hanno scorto la satira della grettezza di Casa Tokugawa e del suo potere, fondato sul paternalismo e sull’omertà, che costringeva i cittadini a tacere e a fingere di non aver visto e udito nulla riguardo al malaffare dei governanti.
Lasciato sulla sinistra un fontanile per le abluzioni, si sale per un’ulteriore scalinata fino al Yōmeimon, forse una delle opere più note di Nikkō, esempio illustre della corrente artistica del primo periodo Edo: questo portale, risalente al 1636, è un tripudio d’intagli con figure di tutti i tipi: umane, animali e vegetali. I virtuosismi sono a tratti eccessivi, ed i colori violenti denunciano la stanchezza di un’arte ormai di maniera. Neppure l’ispirazione è più autoctona, ma è importata dal continente: lo stile è cinese più che giapponese e risente profondamente della tendenza alla pesantezza, all’artificioso, all’elaborato, tipica dei secoli della dinastia Qīng. Fosco Maraini l’ha definita a buon diritto «un’arte falsa e pretenziosa»: l’illustre etnologo era ben poco attratto da questo stile, da lui considerato all’antitesi della purezza originaria. Di quel periodo Maraini ha inoltre rilevato, contemporaneamente alla decadenza delle arti, anche il crollo del dinamismo sociale e l’imposizione della pace per mezzo della repressione. Ad ogni modo, non è possibile essere totalmente critici nei confronti dell’arte seicentesca giapponese che, similmente al barocco europeo, presenta degli autentici esempi di linearità contrapposti a quelli di retorica: per azzardare un parallelismo interculturale, fra i primi si annoverano il potente colonnato Vaticano e la Villa Katsura, fra i secondi il ridondante interno del Laterano ed il pletorico Tōshō-gū.
Poco oltre, col pagamento di una tariffa aggiuntiva, si accede ad un passaggio sul cui architrave è raffigurato un gatto dormiente. Non si comprende perché tale scultura abbia acquisito una così larga fama da divenire addirittura il simbolo del tempio: può forse ispirare simpatia, ma non è rilevante dal punto di vista artistico ed è parte di una lunga serie d’intagli con soggetti animali che circondano tutto il porticato. Da qui inizia l’ultima rampa, assai ripida, che conduce nel luogo più sacro del Tōshō-gū, il mausoleo di Tokugawa Ieyasu, dove lo shōgun è venerato sia come kami scintoista che come divinità buddhista col nome di Tōshō Daigongen (Grande Incarnazione, Luce d’Oriente). La tomba è un inconfondibile monumento cilindrico bronzeo sovrastato da un tetto a forma di pagoda. Ritornati in basso per la medesima via, compiamo il giro rituale dentro l’Haiden, la parte più interna del santuario, e ci attardiamo presso l’Honjidō, sala dal soffitto dipinto con il motivo di un drago. Un monaco si ferma nel centro, battendovi due cunei di legno, che per via della particolare acustica generano un’eco chiamata “ruggito del drago”, suono acuto simile ad un trillo.
Alle 13.35 riprendiamo il treno in direzione Utsunomiya, dove cambiamo con lo shinkansen 54 “Yamabiko” delle 14.24 per Tōkyō. Il bentō che ho acquistato per pranzo contiene il prestigioso sekihan (riso ai fagioli rossi) e le prugne umeboshi dal sapore agro e salato, per noi assai inusali: la cucina europea non presenta alcunché di simile. Data la giornata tersa, ci dirigiamo di comune accordo verso le falde del monte Fuji per osservare la montagna nella luce del tramonto. A Tōkyō dunque, cambiamo nuovamente con lo shinkansen 665 “Kodama” delle 14.56 per Odawara. Da lì proseguiamo con la normale ferrovia fino ad Hakone, poi con una cremagliera saliamo a Gōra ed infine con una funicolare a Sōunzan (767 metri sul livello del mare). Dobbiamo intraprendere solo più l’ultimo tratto in cabinovia verso il punto panoramico e la solfatara di Ōwakudani, ma… un’amara sorpresa ci attende: l’orario d’apertura è ormai terminato da pochi minuti. L’inflessibilità giapponese non perdona: siamo costretti a tornare indietro con le pive nel sacco. Magra consolazione: il Fuji l’abbiamo già visto in precedenza.
Santuari di Nikko
Santuari di Nikkō
Ormai è calata la sera: rientriamo a Tōkyō con lo shinkansen 672 “Kodama” delle 19.42. Siamo a destinazione alle 20.17, in tempo per una cena a base di sushi presso un kaiten-zushi, ristorante col nastro trasportatore dove scorrono i piatti già pronti. Il cliente si siede dinanzi ad un bancone provvisto di varie postazioni affiancate le une alle altre, dotate di porta bacchette, bicchieri, una boccetta di shōyu ed un minuscolo lavandino per sciacquarsi le dita. Ci si serve direttamente dal tapis roulant nella quantità e nella varietà della pietanza desiderata. Assai diffuso è il nigirizushi, riso con salsa di wasabi (rafano) su cui vengono adagiate le fette di maguro (tonno), ika (seppia), tako (polpo), unagi (anguilla), ecc. Non mancano poi i maki, involtini nei quali il pesce è racchiuso dentro un cilindro di riso ed avvolto in una foglia d’alga. Il riso per il sushi è a sua volta preparato con un procedimento particolare, che prevede l’aggiunta di zucchero ed aceto di riso. Una volta in tavola, i bocconi possono essere bagnati con un po’ di shōyu versato in un’apposita ciotola. Conoscendo il giapponese si può ordinare la portata desiderata direttamente al cuoco, che si trova dall’altra parte del bancone: io stesso vi sono riuscito orecchiando gli ordini dei vicini. Il pasto è in genere concluso col tamagoyaki, la tipica frittata dolce. Il conto finale della cena è basato sul numero e sul tipo di piatti consumati, che nel nostro caso sono stati mediamente una decina a testa da 150 ¥ l’uno.
Sulla via del ritorno si notano numerosi lampioni spenti per le strade. Nei corridoi dell’albergo vi sono alcuni cartelli che invitano alla parsimonia con l’elettricità, a causa dell’arresto delle centrali nucleari dovuto al disastro di Fukushima. L’attuale situazione di carenza energetica è aggravata dalla presenza di due differenti frequenze di distribuzione: un divario tra il nord-est ed il sud-ovest del paese che trae origine dagli albori dell’elettrificazione, iniziata a fine ‘800 in due aree distinte, il Kansai ed il Kantō. Nella prima fu adottata la tecnologia americana a 60 Hz, mentre nella seconda quella europea a 50 Hz. Con la progressiva espansione, i due bacini d’utenza si sono incontrati creando una “barriera elettrica” che tuttora divide in due il Giappone. Il grave deficit di una delle zone non può dunque essere efficacemente compensato dall’altra: sul confine esistono tre stazioni di conversione (Sakuma, Shin Shinano e Higashi Shimitsu, con 1200 MW di potenza complessiva), progettate solo per bilanciare la rete, senza essere in grado di supplire alle mancanze di questa portata. A Tōkyō la problematica è particolarmente evidente: la capitale è situata all’interno della zona a 50 Hz, dove si sono verificati i maggiori disagi. La gente è invitata ovunque a risparmiare, mentre il settore pubblico è il primo a dare l’esempio con lo spegnimento alternato delle luci sui treni e in metropolitana, con la contestuale limitazione degli impianti di riscaldamento e condizionamento. Questa situazione ha anche favorito una crescente sensibilizzazione del pubblico nei confronti degli sprechi. Il popolo giapponese ha da sempre mostrato la capacità di unirsi per affrontare le avversità: l’attuale comandamento di «sobrietà e risparmio» ha suscitato in pochi mesi la riduzione dei consumi energetici del 15% a livello nazionale. Non vi è più traccia degli effetti del terremoto del 2011, che ha mietuto 20.000 vittime, poiché tutto è stato ricostruito a grandissima velocità. Solo la zona d’alienazione intorno alla centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, di 30 km di raggio, rimane isolata dal resto del paese e probabilmente rimarrà tale a tempo indeterminato, con buona pace dei 140.000 cittadini sfollati. I problemi dovuti alla radioattività sono lungi dall’essere risolti, specie per quanto concerne l’ambiente marino al largo della centrale dove, durante l’emergenza, si sono riversate 520 tonnellate di acqua contenente alte dosi di Iodio-131, Cesio-134 e Cesio-137, sedimentatesi sui fondali circostanti. A queste si aggiungono ulteriori 300.000 tonnellate d’acqua debolmente radioattiva scaricate intenzionalmente a mare dai gestori dell’impianto per scongiurare danni ancora peggiori. Il consumo del pesce contaminato, che arriva tutti i giorni sulle tavole dei giapponesi, potrebbe negli anni favorire tumori e leucemie. La radioattività ambientale raggiunge elevati livelli di pericolosità per la permanenza umana solo nell’arco di poche decine di chilometri dalla centrale stessa, nella zona attualmente evacuata: non vi è alcun pericolo per il viaggiatore in transito. Il vero problema è dei residenti e della loro esposizione continua, derivata soprattutto dall’alimentazione con prodotti vegetali ed animali del luogo.

13 aprile. Tōkyō in libertàpercorso a Tōkyō su consulta la mappa

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Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, muoversi a Tōkyō è semplice, a patto di possedere a priori una conoscenza perlomeno generale del sistema dei trasporti. Come ho già scritto in precedenza, la rete conta oltre 300 km di percorsi sotterranei, gestiti da due società diverse: la Tōkyō Metro di 9 linee e la Tōei di 4 linee. La privatizzazione selvaggia degli anni ‘90 ha portato alla creazione di due società indipendenti, anche nell’emissione dei titoli di viaggio, in genere non intercambiabili (esistono però dei pass polivalenti come la SUICA, rilasciata dalle ferrovie JR East ed il PASMO, valido per l’area del Kantō). Entrambe le compagnie rimangono di fatto pubbliche, poiché nessun privato sarebbe in grado di affrontare i costi d’esercizio: la Tōkyō Metro (ex TRTA–Teito Rapid Transit Authority) è gestita congiuntamente dal Ministero dei Trasporti e dal comune di Tōkyō, mentre la Tōei dal solo governo municipale. I biglietti validi per entrambe le compagnie hanno un costo maggiore, per cui conviene dotarsi di un pass polivalente oppure abbonarsi al gestore delle linee che prevedete di utilizzare con maggior frequenza. A completare il quadro si aggiungono le ferrovie e gli altri gestori privati che, con i loro numerosi percorsi autonomi, infittiscono ulteriormente il tessuto dei trasporti urbani.
Effettuate le dovute valutazioni, sottoscriviamo l’abbonamento giornaliero per la Tōkyō Metro presso un distributore automatico e, per mezzo della linea Hibiya (sette fermate), raggiungiamo i mercati generali di Tsukiji.
Tsukiji
Tsukiji: mercato del pesce
Il primo mercato di Tōkyō fu istituito da Tokugawa Ieyasu durante il periodo Edo per rifornire la sua corte. Il pescato residuale era venduto in una semplice schiera bancarelle ai lati della strada. Dopo la carestia del 1918, il governo fu costretto ad implementare le strutture per la distribuzione dei prodotti alimentari, in particolar modo nelle aree urbane. L’emanazione di un’apposita legge nel 1923 sancì l’istituzione dei Mercati Generali Centrali. Nei mesi successivi al grande terremoto del Kantō, il mercato fu trasferito nell’area attuale, la cui struttura è stata completata nel 1935.
Tsukiji è erroneamente conosciuto presso il grande pubblico come mercato “del pesce”, ma in realtà si vendono anche carne, frutta, verdura e fiori recisi. Esso costituisce la principale piazza del settore ittico a livello mondiale per la quantità di prodotti quotidianamente trattati. Le altre merci, ancorché non trascurabili, rimangono necessariamente in secondo piano.
L’attività inizia verso le tre del mattino, quando i carichi iniziano ad affluire nelle aree di conferimento. Alle cinque ha luogo l’asta dei tonni, riservata ai grossisti autorizzati: un banditore batte all’asta i singoli esemplari, ancora congelati, allineati sul pavimento. I potenziali acquirenti ne valutano la qualità e tentano di aggiudicarsi i pezzi migliori al prezzo più conveniente. Per assistere come pubblico è necessario essere sul luogo prima dell’inizio delle contrattazioni ed effettuare la registrazione per via di soli 120 posti disponibili su un palco separato.
Noi invece arriviamo alle nove, per avere la possibilità di osservare liberamente i banchi dei grossisti intermedi (il mercato vero e proprio), attivi per circa due ore fino alle undici.
L’ingresso, piuttosto anonimo, è situato sul lato meridionale di Shin Ōhashi Dōri. Nei dintorni si osserva una crescente concentrazione di negozietti d’indumenti, sandali, coltelli, articoli per la casa e ristoranti di sushi, sashimi, rāmen e vari cibi di strada. Il bazar prosegue all’interno dell’area mercatale, dove un artigiano sta forgiando nella sua bottega un coltello d’acciaio deba bōchō (multiuso da cucina). Tale è la perizia nella lavorazione della lama che conviene sostare ad assistere all’operazione. Il coltello è poi stato da me acquistato insieme alla pietra per l’affilatura. Al ritorno non sono stati riscontrati problemi alla dogana e non è neppure stato necessario effettuare la denuncia.
La zona degli espositori del pesce è riconoscibile dai capannoni con pianta a quarto di cerchio, dove sono assiepati centinaia di esercenti. Chi ama i generi ittici non sarà di certo deluso da questo tripudio: che sia d’acqua dolce o salata, dell’Atlantico o del Pacifico, che siano molluschi o crostacei, non v’è specie che non sia rappresentata. Il re del mercato è però il tonno: si va dai tagli più magri del semplice maguro fino a quelli più grassi del ricercatissimo toro, che può arrivare a costare anche 500 euro al chilo (abbiamo visto di persona confezioni da circa 200 g vendute a 90 €). Spesso i giapponesi sono collocati fra i peggiori “predatori del mare” esistenti al mondo: le stive frigorifere delle loro navi, caricate all’inverosimile, rientrano alla base dopo qualche settimana di razzìa attraverso gli oceani. Attualmente però l’industria ittica giapponese tende a ridurre l’esposizione in prima persona, lasciando ai pescatori africani, magrebini e indiani il compito di trarre nelle rispettive zone le reti con le specie a rischio, successivamente caricate sugli aerei cargo per essere trasportate a Tōkyō in ventiquattr’ore o meno. Per questo motivo è diffusa la battuta che recita: «Sapete qual è il principale porto di pesca del Giappone? L’aeroporto internazionale di Narita!». Il pescato viene trasferito ancora surgelato sui banchi di vendita, per sparire definitivamente sui furgoni dei corrieri entro le undici del mattino. Da quel momento il luogo si spopola ed iniziano le pulizie intensive, che lasciano al turista ben poco da vedere.
Prima di uscire transitiamo velocemente attraverso il mercato ortofrutticolo, che però non desta grande interesse. Ancora una breve sosta: acquisto un tendone da ristorante di sushi con la raffigurazione dell’onda di Katsushika Hokusai, una delle trentasei vedute del monte Fuji, opera suprema del maestro dell’ukiyo-e. Come giustamente ha affermato un compagno di viaggio: «non si può tornare dal Giappone senza l’onda di Hokusai!»
Kōkyo (palazzo imperiale)
Scorcio del Kōkyo (palazzo imperiale)
In un quarto d’ora raggiungiamo Shintomichō, sulla linea Yūrakuchō, per scendere all’omonima fermata. Dopo 500 metri, attraversata Hibiya Dōri, i palazzi si diradano e si presenta il fossato esterno del palazzo imperiale, che introduce al Kōkyo-gaien, un ampio parco pubblico costellato di centinaia di pini nigræ tenuti alla maniera tradizionale, area sulla quale sorgevano un tempo le dimore dei capi della servitù di palazzo. Il prato è (come sempre accade) di figura ed il pubblico è obbligato a transitare sui viali e a sostare sulle panchine. Purtroppo le piante sono piuttosto rade e, nelle giornate calde e afose come questa, non danno alcun refrigerio. Finalmente ci fermiamo qualche minuto per un po’ di riposo e per un boccone al sacco. Appena ripreso il cammino, si apre la grande spianata che conduce al Nijubashi, ponte a due arcate che costituisce l’ingresso d’onore del palazzo imperiale (Kōkyo). Qualcuno afferma che Tōkyō non possieda un centro geometrico: non è affatto così! Durante l’epoca Edo quest’area ospitava il castello che fu per secoli residenza degli shōgun della famiglia Tokugawa. Nella successiva era Meiji il sito raggiunse la sua attuale estensione di 3,41 chilometri quadrati, arrivando ad ospitare al suo interno il palazzo principale (Kyūden), le residenze private della famiglia imperiale, un archivio, un museo e gli uffici della potente Agenzia (ex Ministero) dell’Imperial Casa. Dall’esterno poco o nulla s’intuisce: l’intero complesso, del quale s’indovinano solo alcuni tetti, è celato da una fitta cortina d’alberi piantati oltre la riva del fossato interno. A differenza della mentalità europea, dove il potere cerca l’ostentazione ed il lusso, in oriente esso agisce in modo discreto, rigorosamente nascosto dagli sguardi della plebe. Più esso è effettivo, più è invisibile: il medesimo “palazzo” è in realtà un complesso di sobri padiglioni alti al massimo due piani, immersi nella verzura circostante. Questo luogo è stato considerato sacro fino alla fine della II guerra mondiale, quando l’imperatore era ancora venerato come discendente della dea solare Amaterasu-ō-mi-kami: perfino le persone di passaggio sul tram erano obbligate, racconta Fosco Maraini, a togliersi il cappello in segno di deferenza verso la Sublime Dimora. Qui è conservato il gioiello Yasakani no Magatama, una delle tre Regalie Imperiali, che comprendono inoltre la spada Kusanagi dell’Atsuta-jingū di Nagoya e lo specchio Yata no Kagami dei santuari di Ise. È ormai appurato che questi oggetti, un tempo ritenuti di valore magico e sciamanico, sono in realtà reperti archeologici d’epoca protostorica Yamato (300–710 d.C.), simboli dell’autorità temporale e spirituale del Tennō da almeno quindici secoli. Il ruolo della figura imperiale si perde nei meandri dalla storia, avendo subìto vari mutamenti: dai primi mitici sovrani menzionati nel Kōjiki (Cronaca delle antiche cose) e nel Nihon-shoki (Cronaca del Giappone), si è passati ai più terreni sacerdoti-sciamani, poi ai bellicosi sovrani-condottieri, ai colti signori feudali, alle insignificanti figure alla mercé dei propri attendenti ed infine, con l’età contemporanea, ai moderni monarchi costituzionali. I riti d’ascesa al trono si protraggono per vari mesi e presentano una notevole stratificazione di simbologie, alcune delle quali ormai svuotate da tempo immemore del loro significato. Negli ultimi 150 anni, il popolo giapponese si è quasi sempre riconosciuto nel Tennō e nei suoi pronunciamenti, illuminati o deleteri che fossero. Attualmente egli è visto, in modo conforme alla Costituzione del 1947, quale «simbolo dello Stato e dell’unità del popolo». Non mancano però i gruppi estremisti, che inneggiano alla proclamazione della repubblica (a sinistra) e alla restaurazione delle prerogative divine dell’imperatore (a destra).
Gran parte del palazzo è chiuso al pubblico, tranne che in speciali occasioni come il capodanno ed il compleanno del sovrano. Presso il ponte Niju, perennemente sorvegliato dalle guardie, ci raduniamo per fare il punto della situazione: esauriti i punti d’interesse comune, il gruppo si divide affinché ognuno possa proseguire la giornata a proprio piacimento. Rimasti in quattro, prima di riprendere la strada mi reco alle latrine pubbliche ad accesso libero, pulitissime e, a scelta, con tazza dotata di asse elettronico oppure con pedana giapponese (simile alla “turca”).
Costeggiamo il palazzo sul lato nord-est ed attraversiamo i giardini Kitanomaru, ancora all’interno del perimetro delimitato dal fossato: quest’ultimo non presenta una visione ridente, pieno di melma, lemne e sicuramente di zanzare.
Usciamo dal lato ovest su Uchibori dōri e puntiamo verso nord. Dopo altri 500 metri di cammino si presenta l’ingresso del santuario di Yasukuni. Un grosso torii di bronzo, seguito da un portale ligneo, introduce ad un giardino di ciliegi. Sullo sfondo s’intravede l’Haiden, sala di preghiera risalente al 1901, dove i fedeli si ritirano a pregare ed a depositare le offerte votive. L’Honden invece, costruito nel 1872, è il santuario dove risiedono i kami e dove i sacerdoti eseguono i rituali; l’edificio è però solitamente chiuso al pubblico. A lato vi è lo Yūshūkan, museo della guerra. Perché la guerra? L’intero complesso è nato nel 1869 per accogliere gli spiriti dei caduti in battaglia sotto la bandiera dell’imperatore durante la guerra civile che portò lo shōgunato alla sconfitta. Nei decenni successivi il luogo è stato eletto a sacrario di tutti i morti per la patria nei conflitti contemporanei, fra cui la spedizione di Taiwan (1874), la prima guerra sino-giapponese (1894–1895), la guerra russo-giapponese (1904–1905), la seconda guerra sino-giapponese (1937–1941) e la seconda guerra mondiale, combattuta dal Giappone tra il 1941 ed il 1945. La principale controversia, che accompagna costantemente la visita dei politici e dei funzionari di governo, riguarda la venerazione di oltre mille criminali di guerra condannati a morte dal Tribunale per l’Estremo Oriente, nonostante ciò deificati nel 1959. A questi si sommano i 14 criminali maggiori, innalzati agli onori degli altari scintoisti nel 1978, fra cui il generale Tōjō Hideki, ex primo ministro e capo della giunta militare durante la II guerra mondiale. Si dice che per questa ragione l’imperatore Shōwa (Hirohito) non volle più mettere piede a Yasukuni dal 1978 fino alla sua morte. In occasione dei pellegrinaggi dei membri del Gabinetto, compreso il Primo Ministro, i paesi limitrofi come la Cina e la Corea del Sud non mancano di protestare con veemenza e di minacciare feroci ritorsioni. Da parte giapponese a nulla vale affermare che le visite dei politici vengono effettuate a titolo personale: una scusa difficilmente credibile data l’ingente mobilitazione di forze dell’ordine e di giornalisti che accompagna regolarmente l’evento.
Shibuya
Shibuya: il trafficato incrocio
Da Yasukuni non è assai distante la fermata Kudanshita della linea Hanzōmon, che utilizziamo in direzione Shibuya, quartiere commerciale ed usuale meta di giovani, sede di numerosi grandi magazzini e negozi alla moda.
All’uscita della metropolitana è collocata la statua di Hachikō, il cane che ha aspettato il padrone, ormai deceduto, tutte le sere per ben dieci anni (dal 1925 al 1935) fino a diventare una celebrità nazionale. La sua fedeltà, in un paese dove questa qualità è assai apprezzata, ha colpito l’immaginario popolare a tal punto da essere celebrato ancora in vita. L’interesse del pubblico ha inoltre permesso il salvataggio della razza Akita, che all’epoca era vicina all’estinzione, con una trentina d’esemplari rimasti. La piazza, che oggi porta il nome di Hachikō, è il punto d’incontro più frequentato della zona. Poco oltre si trova il famoso incrocio di Shibuya: il rosso dei semafori scatta contemporaneamente per tutte le auto ed all’istante una fiumana di persone si riversa sulla strada per guadagnare il marciapiede opposto.
Alcuni grandi schermi televisivi, montati sugli edifici prospicienti, mostrano alla folla notizie e pubblicità, circondati da molte insegne illuminate. Un politico è intento a tenere un comizio elettorale in cima ad un camioncino dotato di megafoni, ma pare non riesca a destare l’interesse dei passanti: l’arte oratoria non è una tradizione giapponese e i discorsi pubblici risultano invariabilmente piatti, monotoni e privi di qualsiasi gestualità. Ciò nonostante, il poveretto persevera imperterrito nella declamazione delle sue esternazioni.
Dall’incrocio di Shibuya seguiamo per 1,5 km (20 minuti) il percorso della linea ferroviaria Yamanote in direzione nord, che teniamo sulla nostra destra. A sinistra costeggiamo il parco olimpico, costruito da Tange Kenzō in occasione dei giochi del 1964. Poco oltre vi è la zona di Harajuku, dove di solito si raduna una compagine di gente un po’ strana: da quelli che praticano lo skateboard in canottiera (ormai a pomeriggio inoltrato, con meno di 15°C) a quelli che ballano in gruppo al ritmo di una musica proveniente da alcune radio gracchianti poste sul marciapiede… come dice il poeta, «non ti curar di lor, ma guarda e passa». L’ingresso del Yoyogi kōen si annuncia con un grande torii di legno: questo vasto parco di 5,4 km² è uno dei più estesi polmoni verdi nel cuore di Tōkyō ed è attraversato da numerosi percorsi di ghiaia e terra battuta che si fanno largo all’interno di una fitta foresta, in palese contrasto con l’ambiente urbano circostante. Molti sono i cittadini che passeggiano e si rilassano per qualche ora nel verde.
Nel frattempo noi, sempre pedibus calcantibus, iniziamo ad avvertire una certa stanchezza per via delle sette ore ormai trascorse a piedi per la città. La giornata è però ben lungi dal volgere al termine: al centro del parco vi è il Meiji-jingū, principale santuario di Tōkyō, dedicato alla memoria del defunto imperatore Meiji (1852–1912). Per la sua costruzione, iniziata immediatamente dopo la morte del sovrano, fu scelto un sito collocato all’epoca fuori porta, dove sorgeva un padiglione in cui il Tennō e la consorte usavano saltuariamente soggiornare. Lo stile architettonico è il tradizionale nagare-zukuri, che vede l’utilizzo in via preferenziale di cipresso sugi e di rame. La consacrazione è avvenuta nel 1920 ed il completamento alcuni anni più tardi, nel 1926. Il Gaien (recinto esterno) comprende lo stadio nazionale ed altri svariati edifici, mentre il Naien (recinto interno) è invece il vero cuore del santuario, adibito alle funzioni religiose. Vi si trova inoltre un museo del tesoro, edificato in stile azekura-zukuri (opera lineare in solo legno).
Sposalizio scintoista al Meiji-jingu;
Sposalizio scintoista al Meiji-jingū
Il vasto cortile lastricato è accessibile dal pubblico e, con un po’ di fortuna come è accaduto a noi, è possibile assistere ad uno sposalizio scintoista. Dal porticato il corteo nuziale procede con il kannushi (sacerdote) in testa, seguito da due assistenti e due miko (sacerdotesse), poi dagli sposi ed infine dal codazzo del parentado. Tutti sono vestiti alla maniera tradizionale, con un’eccezione: gli uomini del seguito vestono con il frac che, pur essendo l’abito occidentale più formale, quasi non si usa più neppure in Europa! La sposa porta un’elaboratissima acconciatura che viene scoperta solo in un certo momento della cerimonia. Terminata la funzione, gli sposi di buon grado si prestano ad essere immortalati dai turisti, di cui molti stranieri, ma soprattutto giapponesi: un matrimonio in questo luogo equivale nella nostra ottica a quello celebrato in una basilica pontificia di Roma.
Secondo un detto assai diffuso in occidente, i giapponesi nascerebbero scintoisti, vivrebbero secondo i precetti morali di Confucio, si sposerebbero cristiani per via della cerimonia pittoresca ed invecchierebbero buddhisti per prepararsi spiritualmente alla morte. Anche se non del tutto errato, il precedente assunto è a dir poco semplicistico: sia il confucianesimo che il buddhismo permeano la società da un millennio e mezzo, mentre il cristianesimo, presente sulla scena religiosa da “soli” cinque secoli, è stato adottato sin dagli inizi da una piccola ma attiva minoranza. Lo scintoismo si può inoltre suddividere in due correnti distinte, quasi due religioni autonome: quello istituzionale (o ufficiale) e quello popolare. Il primo, facente capo ai grandi santuari quali Ise ed Izumo, ha da sempre riunito il paese intorno alla famiglia del Tennō, il cui culto è già attestato nei testi del Kōjiki e del Nihon-shoki (VIII secolo). Questo shintō ha perso molta dell’antica rilevanza con il rescritto imperiale del 1° gennaio 1946, che recita: «Il legame tra Noi [Hirohito] e il Nostro popolo […] non deriva da semplici leggende o miti. Non si basa sulla falsa concezione secondo la quale l’Imperatore sarebbe divino e il popolo giapponese sarebbe superiore ad altre razze e predestinato a governare il mondo». Lo shintō popolare non presenta invece una dottrina specifica, ma si nutre di suggestioni e poetica (v. raccolta del Man'yōshū, sec. IV–VIII), fondendo elementi sciamanici di tradizione orale con la venerazione per la natura. Lo spirito sincretico dei giapponesi ha da sempre favorito una commistione più o meno marcata di tutti i culti presenti sul territorio. Nel 1911 il filosofo Nishida Kitarō, ben sintetizzando questo pensiero, ha affermato: «lo spirito della vera religione rimane estraneo a coloro che pregano solo il Buddha per essere accolti nel suo paradiso».
Proseguiamo attraverso il parco fino all’uscita nord-ovest. Dopo aver costeggiato per circa 500 metri la superstrada sopraelevata n.4 in direzione di Nishi Shinjuku, svoltiamo a sinistra verso il Museo delle spade giapponesi, una meta leggermente insolita e fuori mano, che sarà apprezzata non solo dagli amanti delle lame, ma anche dai cultori della storia e dell’arte. La ricca collezione comprende una preziosa serie di pezzi unici, alcuni classificati come patrimonio nazionale, esposti seguendo l’evoluzione cronologica delle tecniche di forgiatura e di lavorazione delle spade dall’epoca Heian (secoli IX–XII) fino ai giorni nostri. Sono presenti varie tipologie di armi da taglio, di cui la più nota è la katana, senza trascurare le altrettanto importanti wakizashi, tantō, yari, naginata, nagamaki, tachi, uchigatana, nodachi, ōdachi e kodachi. Sono inoltre descritti i vari tipi di laminazione impiegati (ve ne sono nove fra i più comuni), che in una scala di crescente complessità vanno dal semplice maru (lama di un solo strato d’acciaio temperato), all’intermedio honsanmai (quattro strati d’acciaio di tre durezze diverse) fino al sofisticato soshu kitae (sette strati d’acciaio di tre durezze diverse). Le didascalie sono presenti anche in inglese, per cui il visitatore europeo non avrà particolari difficoltà di comprensione.
Dal museo, tornati sui nostri passi, raggiungiamo Shinjuku, quartiere direzionale, sede di vari uffici del governo e dei maggiori keiretsu (gruppi aziendali) del Giappone.
Fra la moltitudine di palazzi della skyline spicca quello del Governo Metropolitano di Tōkyō (Tōkyō-to Chōsha), cuore dell’amministrazione municipale. Costruito su progetto di Tange Kenzō tra il 1988 ed il 1991, con i suoi 48 piani raggiunge l’altezza di 243 metri. La parte sommitale si compone di due torri (nord e sud) che, con orari alternati, garantiscono l’apertura gratuita al pubblico dalle 9.30 alle 23 di ogni giorno. A pianterreno sono presenti le indicazioni per raggiungere gli accessi alle terrazze panoramiche: dopo qualche minuto di coda ed un’ispezione di polizia, siamo imbarcati sull’ascensore della torre nord, che in breve tempo conduce a 202 metri d’altitudine. Le piattaforme sono situate completamente all’interno dell’edificio e chiuse da vetrate; vi trovano posto anche dei caffè e negozi di souvenir. Se si ha la rara fortuna di capitare in una giornata limpida e ventosa, si potranno ammirare l’intera pianura del Kantō, la baia e le montagne fino al Fuji. Solitamente però, come nel nostro caso, la foschia non dà tregua. Vale comunque la pena d’effettuare questa tappa: lo sguardo spazia sull’agglomerato urbano per parecchi chilometri in linea d’aria, anche in condizioni meteorologiche non ottimali. Partendo da est si nota l’affusolata struttura di 634 m del Tōkyō Sky Tree, la torre televisiva più alta del mondo. Proseguendo in senso orario, in primo piano vi sono i grattacieli di Akasaka, quartiere centrale che cela la vista al palazzo imperiale. Ancora più a destra, verso sud-est spicca il colore rosso e bianco della torre di Tōkyō, situata nel quartiere di Minato, in prossimità dell’area portuale e della baia. A sud risalta la macchia verde del Yoyogi kōen e del santuario Meiji, oltre il quale si trova Shibuya. In direzione ovest si estende il vasto hinterland, che s’arresta sui rilievi montuosi dopo circa trenta chilometri. A nord vi è infine la piana del Kantō, ove entro qualche decina di chilometri la metropoli lascia progressivamente spazio ai terreni agricoli, inframmezzati da un reticolo di cittadine.
Scesi a pianterreno, accediamo alla linea Ōedo della metropolitana (con l’ingresso all’interno del palazzo), che utilizziamo per otto fermate fino a Shiodome. Da qui raggiungiamo la linea Yurikamome, il primo sistema di trasporto automatico di Tōkyō (inaugurato nel 1995), senza alcun conducente a bordo. Anche se spesso essa è definita erroneamente “monorotaia”, in realtà i treni scorrono sul percorso sopraelevato mediante ruote gommate, guidate dalle piste laterali, mentre l’alimentazione è effettuata in corrente continua con la terza rotaia: questo tipo di convoglio è stato utilizzato per la prima volta in Italia sulla linea 1 della metropolitana di Torino (2006).
È invece necessario non confondersi con la “Tōkyō Monorail”, l’unica vera monorotaia della città, gestita dalle ferrovie e inclusa nel Japan Rail Pass, che non conduce ad Odaiba (zona della baia) bensì in direzione opposta, da Hamamatsuchō al vecchio aeroscalo di Haneda, al giorno d’oggi destinato prevalentemente ai voli interni. Al contrario la Yurikamome è, a mio avviso, il miglior mezzo per godere di una panoramica completa del fronte-mare, senza dover affrontare le elevate spese di una gita in barca o per non dover effettuare ulteriori tratti a piedi (specie se siete nella nostra condizione, con ormai dieci ore e tredici chilometri di cammino alle spalle…).
Finalmente seduti. Il treno s’avvia verso sud fino al ponte Arcobaleno (Rainbow bridge, così detto per via della variopinta illuminazione notturna), ove compie un giro di 270 gradi per portarsi dal livello del terreno a quello dell’arcata, attraversando la baia e l’estuario del Sumida-gawa.
La zona portuale di Odaiba
La zona portuale di Odaiba ed il Ponte Arcobaleno al crepuscolo
Sull’altra sponda sorge Odaiba, una serie di isole artificiali strappate ai flutti a furia di imponenti ritombamenti, frutto dei piani regolatori degli anni ‘70 e ‘80, quando si riteneva che l’espansione dell’edilizia residenziale e commerciale potesse trovare sfogo a mare, oltre l’ormai sovraffollata terraferma. All’inizio degli anni ‘90, con il crollo della domanda dei terreni edificabili dovuto all’esplosione della bolla speculativa, questo progetto minacciava di essere trasformato in un eccesso di territorializzazione. Il comune ne decise allora la parziale riconversione della destinazione d’uso, includendo centri commerciali, onsen, ristoranti, musei ed altre strutture ricreative come la Daikanransha, ruota panoramica di 115 metri d’altezza. Questa politica, unita alla presenza ad Odaiba dell’unico accesso diretto al mare di Tōkyō, addirittura dotato di una lunga spiaggia sabbiosa, ha trasformato questo luogo nella meta privilegiata dei cittadini in cerca di una giornata all’insegna del relax e dello shopping. Nelle calde giornate estive qualcuno si avventura a bagnarsi, nonostante il divieto, nelle acque della baia comprese tra la spiaggia e le due ex batterie militari ottocentesche. Altri lotti sono invece dedicati alle attività portuali, con attracchi, depositi di container, piattaforme industriali, raffinerie, ecc. Alcuni appezzamenti rimangono però deserti: è il caso dell’area dove saranno in futuro trasferiti i mercati generali: un’intera isola artificiale di oltre 500.000 m², per ora sede della sola fermata Shijō-mae della linea Yurikamome. Questo scalo, denominato con troppa fretta «di fronte al mercato», fronteggia ad oggi solo i prati ed è, con i suoi neppure 100 passeggeri annui, il meno utilizzato di tutta la città.
Giunti al capolinea di Toyosu ormai all’imbrunire, prendiamo la coincidenza con la linea Yūrakuchō fino a Ginza-itchōme. Nonostante l’ora sciagurata d’uscita dagli uffici, riusciamo addirittura a sederci. Durante il viaggio mi sovvengono alcune strofe di Battiato, che nel Re del Mondo canta: «nelle metro giapponesi oggi macchine d’ossigeno». Mi guardo intorno: sono su una metropolitana giapponese, a Tōkyō, in piena ora di punta, ma non vedo alcuna macchina d’ossigeno. Non v’è neppure l’ombra dei famigerati “spintonatori” per stipare all’inverosimile i vagoni: questa circostanza può forse verificarsi durante i picchi d’affluenza sulle direttive più affollate, ma si tratta dell’eccezione e non certo della norma. Si viaggia compressi, ma a parità d’orario non si è in condizioni peggiori rispetto ai mezzi pubblici delle grandi città europee (con buona pace di Battiato, che apprezzo assai come cantautore). Ultimo cambio per la linea della Ginza in direzione di Ueno. Cena con un buon rāmen piccante nei pressi dell’albergo. Il locale, lo abbiamo scoperto più tardi, è gestito da cinesi: pazienza, in fondo lo stesso rāmen non è un piatto d’origine giapponese, bensì continentale.

14 aprile. Tōkyō: musei e tecnologiapercorso a Tōkyō su consulta la mappa

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Oggi, come previsto, piove a dirotto: è la giornata adatta alle mete che non prevedono dei lunghi tragitti all’aria aperta.
Situato all’interno del parco di Ueno, il Museo Nazionale di Tōkyō è una tappa che non può mancare agli amanti della storia, della cultura e dell’arte di questo paese. Fondato nel 1872, contiene la più vasta collezione d’arte giapponese al mondo, oltre ad una ricca rassegna di opere provenienti da tutta l’Asia. L’edificio principale è l’Honkan (galleria giapponese), costruito negli anni ‘30 e strutturato su due piani: la visita inizia da quello superiore con lo sviluppo dell’arte sacra e l’introduzione del buddhismo dalla Cina attraverso la Corea (secoli VI–VII d.C.: epoca Yamato, sottoperiodo Asuka). Si prosegue con l’arte di corte, che ebbe la massima espressione durante il periodo Heian, con l’invenzione del genere romanzesco da parte della dama Murasaki Shikibu: il suo Genji Monogatari racconta le vicende del principe Genji che, con le sue virtù e le sue debolezze, è assurto a simbolo della classe nobiliare dell’XI secolo. Il percorso espositivo comprende inoltre la pittura Zen, la cerimonia del tè, gli equipaggiamenti militari e le armature antiche. Un discorso approfondito si sviluppa poi intorno alla pittura: dallo stile tradizionale Yamato-e alle calligrafie Zen, fino ai pannelli ed ai paraventi delle scuole Kanō e Tosa. Nelle sezioni successive sono illustrate le arti nella vita quotidiana, il teatro sacro Nō ed il profano Kabuki, l’Ukiyo-e, le stampe e la moda nel periodo Edo. Infine, uno spazio a sé stante è dedicato alla collezione personale del principe Takamado.
Non è possibile descrivere l’esatto contenuto delle singole sale ma solo il tema, perché il numero dei reperti posseduti dal museo è assai elevato: l’esposizione avviene a rotazione con turni trimestrali.
Al piano inferiore trovano posto la scultura, le lacche, la lavorazione dei metalli, la forgiatura delle spade, le ceramiche, la cultura popolare e l’arte moderna. Da un passaggio interno si accede all’edificio dell’Heiseikan, dov’è collocata la galleria archeologica, focalizzata sui reperti delle epoche precedenti l’arrivo della scrittura (fino al V secolo d.C.), in particolare la preistoria (periodi Jōmon e Yayoi) e la protostoria (epoca Yamato, sottoperiodo Kofun).
Museo Nazionale: Ukiyo-e
Museo Nazionale: Ukiyo-e
I Jōmon, primi abitanti del Giappone tra i secoli XIV e IV a.C., erano organizzati in varie tribù di cacciatori-raccoglitori dislocate sul territorio, divenute in seguito stanziali con l’adozione di un’agricoltura di sussistenza: artisticamente si distinguono per una produzione di terraglie e ceramiche riccamente decorate, pietre lavorate e statuette antropomorfe d’argilla. Gli antropologi sono concordi sul fatto che i discendenti dei Jōmon siano gli attuali Ainu, vero popolo autoctono del Giappone (probabilmente indoeuropeo), ora ridotto ad una minoranza sull’isola più settentrionale di Hokkaidō. Furono gli Yayoi (secoli III a.C.–III d.C.), progenitori genetici degli attuali giapponesi, a confinare verso le fredde regioni del nord i popoli già presenti sul territorio, da loro chiamati Emishi o Ebisu (“barbari”). Forti di una superiorità tecnica, gli Yayoi introdussero la coltivazione del riso ed il procedimento per la lavorazione del rame e del bronzo, materie prime per la fabbricazione di utensili ed armi. Infine il periodo Kofun (secoli IV–V d.C.), con cui si conclude la preistoria e si dà l’avvio alla storia, trae il proprio nome dai tumuli funerari rinvenuti presso l’area di Yamato (nell’agro di Nara), luogo del ritrovamento di alcuni idoli d’argilla detti Haniwa, nonché di vari specchi, gioielli e spade, coevi a quelli noti come “sacri tesori” della nazione e simbolo del potere imperiale.
Uscendo dall’Honkan, un viale sulla destra conduce all’Hōryū-ji Hōmotsukan, edificio che conserva il tesoro dell’antichissimo tempio di Hōryū-ji, risalente ai secoli VI–VII (epoca Asuka). A pianterreno sono esposte varie statuette dorate raffiguranti divinità buddhiste, alcune di stile chiaramente indiano, altre influenzate dal gusto cinese con reminescenze tibetane e nepalesi. Accanto vi è la sala delle attrezzature per il gigaku, una danza mimata a ritmo di musica, oggi non più praticata. Le fattezze grottesche delle maschere le avvicinano per molti versi a quelle tuttora utilizzate in Tibet. Al piano superiore sono inoltre collocate stoffe, calligrafie, pitture, lacche, opere di legno e di metallo provenienti dallo stesso tesoro dell’Hōryū-ji.
Fuori piove a dirotto: i giardini con le storiche case da tè sono chiusi per maltempo, mentre l’edificio del Tōyōkan (galleria asiatica) non è temporaneamente accessibile per lavori di ristrutturazione (2012). Parte della collezione d’arte orientale è esposta provvisoriamente nell’Honkan e nell’Heiseikan. La riapertura di quest’ala è prevista per l’anno 2013.
Da lì riattraversiamo il parco e torniamo all’albergo per riposare circa un’ora, asciugando l’umido dei vestiti.
Terminata la pausa, usciamo nuovamente: con la linea Hibiya raggiungiamo in due fermate Akihabara, soprannominata denki-gai (“città elettrica”) per via dell’elevata concentrazione di negozi specializzati nel campo dell’elettronica.
La storia di questo distretto ha avuto origine nel Giappone del dopoguerra: l’elevata quantità di residuati bellici aveva indotto alcuni commercianti a sfruttarne proficuamente il riutilizzo, facendo comparire le prime bancarelle di materiale elettrico grezzo venduto a peso. In capo a pochi anni sorsero i primi negozi, mentre parallelamente l’offerta si arricchiva e si differenziava con l’assemblaggio di prodotti funzionanti, seppur artigianali: spesso accadeva che gli studenti d’ingegneria elettronica, per sbarcare il lunario, si dedicassero alla costruzione di apparecchi radiofonici, molto richiesti quanto difficili da trovare negli anni dell’occupazione americana (1945–1952). Nel successivo periodo dello sviluppo economico iniziarono a diffondersi i generi di svago come i dischi e gli impianti stereo hi-fi. Con gli anni ottanta le vetrine, ormai illuminate dalle variopinte luci al neon, si riempirono di elettrodomestici, videoregistratori e tv-color, articoli dei quali i giapponesi erano ormai divenuti i maggiori produttori mondiali. Dagli anni novanta in poi, Akihabara si è affermata come principale piazza per i prodotti legati all’informatica, nonché come luogo deputato per il lancio di nuovi videogiochi e di anime (cartoni animati di produzione nazionale).
Già fuori dalla stazione si aprono varie viuzze di negozi colmi d’ogni articolo: componenti elettrici, attrezzature per la gioia di ogni radioamatore, accessori per telefonia, ecc. Poco oltre si apre la perpendicolare Chūō dōri, la strada principale dove s’affacciano i centri commerciali rigorosamente dedicati alla tecnologia. Per visitarne velocemente uno fra i più noti (un intero edificio di sei piani) impieghiamo circa un’ora. La fornitura è vasta ma i prezzi sono simili a quelli europei: praticamente non v’è convenienza negli acquisti in loco di questo genere. In compenso, se desiderate un souvenir veramente originale, per ¥ 300.000 (ca. € 3.000) potrete portarvi a casa l’intero washlet (il water automatico), scegliendo fra vari modelli in base alle vostre esigenze: con la tavoletta che s’abbassa automaticamente al vostro arrivo, autopulente e, perché no, con l’asse riscaldato… ce n’è per tutti i gusti!
Fuori dai negozi sono a disposizione dei sacchetti di plastica di forma tubolare, dove i clienti sono invitati a riporre gli ombrelli bagnati, che ognuno si porta appresso, per non insozzare il locale e magari per non sgocciolare su qualche costosa videocamera. Agli angoli delle strade si vedono alcune giovani cameriere, che tentano d’attirare l’attenzione dei passanti offrendo volantini: lavorano nei cosiddetti maid cafè, luoghi dove le bevande e le pietanze sono accompagnate da parole lusinghiere verso i clienti (le finte domestiche vi si rivolgono con «bentornato padrone», «la sua umile serva le dà il benvenuto» ed altre simili amenità). Probabilmente gli avventori, in larga parte uomini, non si rendono conto che per le ragazze questi lavori costituiscono una scelta spesso obbligata per ovviare alla disoccupazione, pagarsi gli studi oppure estinguere dei debiti. Coloro che frequentano questi locali contribuiscono ad esaltare le espressioni d’una società tradizionalmente maschilista ed a propugnare la cultura del servilismo, piaghe che invece si tentano di debellare con fatica da decenni. Non mancano poi altri esempi di strani caffè, fra cui quelli popolati da intere colonie di gatti che, volenti o nolenti, sono a disposizione dei frequentatori per essere accarezzati e vezzeggiati. Appena 500 metri verso nord, la zona commerciale termina per lasciare il posto ad anonimi palazzi: ritorniamo sui nostri passi, cogliendo l’occasione per visitare un altro grande magazzino ed avviarci infine sulla strada del ritorno.
Questa è l’ultima sera in terra giapponese: decidiamo all’unanimità di celebrarla con una cena a base di sushi all’ottimo kaiten già sperimentato in precedenza. Poi, a dormire presto: il letto lo rivedremo nuovamente fra due giorni, e sarà quello di casa.

15 aprile. Last but not least: ultimo giorno a Tōkyōpercorso a Tōkyō su consulta la mappa

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Questa notte abbiamo dormito in quattro in una camera all’occidentale. Per fortuna, rispetto alla sistemazione precedente, questa è collocata ad un piano alto, con due ampie porte a vetro che danno accesso ad un balcone ad angolo. Il tempo stamattina è clemente, con il cielo sgombro da nubi: un tiepido sole inizia ad alzarsi facendosi strada in fondo alle vie e tra i palazzi.
Con la linea della Ginza raggiungiamo in tre fermate Asakusa per visitare il Sensō-ji: la leggenda narra che questo tempio, il più antico di Tōkyō, fu fondato nel 645 sul luogo del recupero di una statua di Kannon dalle acque del fiume Sumida. Il ritrovamento, effettuato da due pescatori, fu considerato miracoloso e la comunità locale volle edificare un sacello affinché i fedeli potessero recarsi a venerare il bodhisattva della Misericordia.
Nel corso dei secoli il complesso si è progressivamente esteso, in particolare durante il primo periodo Edo, quando Tokugawa Ieyasu elevò la divinità titolare del tempio a protettrice della propria casata. Conformemente allo spirito sincretico dell’epoca, è presente anche un santuario scintoista dedicato al kami Inari, patrono delle attività agricole e delle volpi. I danni dovuti ai bombardamenti della II guerra mondiale sono stati ingenti, ma riparati in breve tempo dopo la fine delle ostilità.
L’accesso principale è il Kaminari-mon (portale del tuono), così detto per via delle due statue, quella del dio del tuono Raijin e del dio del vento Fūjin, che trovano posto al suo interno. La costruzione del portale risale al 941, ma le statue furono realizzate nel 1635 in occasione di alcuni lavori di restauro. Sul passaggio incombe un’imponente lanterna rossa (chochin) di 670 chili di peso, forse uno dei simboli più noti della città, recante gli ideogrammi “Kaminari-mon” e “Furaijin-mon” in dimensioni cubitali. Dall’altro lato si apre Nakamise-dōri, la strada che conduce al tempio: un percorso lungo circa 300 metri, costellato di bancarelle di tutti i tipi con dolciumi, souvenir, abiti, cartoline, maschere, valigie, piatti, ecc. Questo bazar nacque spontaneamente in tempi antichi per soddisfare le esigenze dei pellegrini; altri esempi del genere erano assai diffusi nei pressi dei templi e dei santuari più importanti del paese. L’intero quartiere di Asakusa è gravitato intorno al Sensō-ji fin dalle sue origini, condividendone i momenti di gloria e di decadenza. Questo è il centro della vecchia Shitamachi, la popolare città bassa che per secoli si è contrapposta al centro del potere e degli affari della Yamanote, la zona delle colline occidentali.
Sensō-ji
Asakusa: tempio del Sensō-ji
Un banchetto vende biscotti sfornati sul momento: non sono né dolci né salati ed hanno una pasta piuttosto consistente, bagnata nell’uovo sbattuto prima della cottura. Le nostre giornate non prevedono lunghe pause pranzo, per cui questi saltuari assaggi costituiscono una valida occasione per conoscere i cibi di strada giapponesi.
Oltrepassata l’Hōzōmon (la porta più interna), si apre il cortile del tempio, dov’è collocato un grande incensiere di bronzo. Le persone si avvicinano e si lasciano avvolgere dal fumo, ritenuto di buon auspicio, benefico e curativo. Oltre a recitare le litanie e le preci, i pellegrini possono tentare la divinazione della fortuna richiedendo un biglietto stampato (o-mikuji), che una volta aperto reca il vaticinio: se è infausto lo si può legare ad una rastrelliera in modo da lasciare la malasorte al tempio, mentre se è favorevole lo si porta con sé. Osserviamo con interesse questi rituali, ma ci asteniamo dal praticarli in prima persona: per degli europei come noi, nati fuori dal contesto della cultura giapponese, sarebbe fuori luogo. Purtroppo invece, è assai frequente osservare dei turisti che, per citare un tipico esempio, praticano l’abluzione (magari pure in modo errato) solo per farsi scattare una fotografia da esibire a casa, oppure suonano le campane dei templi per curiosità e non per motivi religiosi: non si comprende perché queste persone, che considerano la cultura locale alla stregua di folklore, abbiano volontariamente affrontato un viaggio di varie migliaia di chilometri per recarsi in Giappone.
Sulla sinistra spicca la pagoda rossa del Sensō-ji, alta cinque piani. A destra vi è la fontana per la purificazione, mentre di fronte campeggia l’Hondō, sala principale dalle tegole di titanio, metallo adottato per via della maggiore leggerezza e resistenza ai fenomeni atmosferici.
I gradini che conducono al porticato sono gremiti di persone in attesa del loro turno per venerare l’effigie di Kannon. Da quel punto ritorniamo sui nostri passi, ripercorrendo Nakamise-dōri in senso contrario. Un negozio espone una bella lanterna rossa: non starebbe male in casa mia, penso. Chiedo il prezzo e scopro che in realtà… è la lampada esterna del negozio: «sorry» dice il negoziante, «questa non gliela posso proprio vendere!» Pazienza, niente lanterna…
Data la maggior clemenza del tempo rispetto ai giorni precedenti, con le linee della Ginza e di Marunouchi torniamo a Shinjuku verso il palazzo del governo metropolitano. Stavolta saliamo sulla torre sud, che ha la visuale sgombra a meridione: v’è molta meno bruma dell’altro ieri, ma la cappa d’inquinamento e polveri è notevole, lasciando come di consueto il mare e le montagne all’immaginazione dell’osservatore.
Poi, sempre con la linea Marunouchi, arriviamo fino ad Ōtemachi. Dopo aver costeggiato il fossato del palazzo imperiale ci fermiamo, seduti su un gradino, a consumare un veloce boccone al sacco.
Mentre sostiamo tranquilli a riposare, scrutiamo i passanti: nel via vai non si vede neppure un immigrato. Gli unici stranieri sono i turisti e, siccome il Giappone non è una meta di viaggio gettonata, il loro numero è assai esiguo. La marginalità geografica di questo paese ha da sempre svolto la funzione di difesa naturale contro le invasioni e le ondate d’immigrazione. Con l’avvento dei galeoni da guerra e delle armi da fuoco (secoli XVI–XVII) e con il crescente proselitismo cattolico, l’insularità non fu però più un fattore sufficiente. Il bakufu instaurò pertanto un isolamento forzato, respingendo chiunque sbarcasse sulle coste, compresi i mercanti e gli ambasciatori. Chi osava addentrarsi di nascosto nell’entroterra era, nel migliore dei casi, preso ed incarcerato dagli hatamoto, gli scherani dei Tokugawa, ma più spesso veniva trucidato sul posto. Agli stessi giapponesi, una volta espatriati, era fatto divieto di rientrare, pena la morte. Tra il 1633 ed il 1853 gli unici europei autorizzati a commerciare nell’arcipelago furono gli olandesi, arroccati in una minuscola concessione nei pressi di Nagasaki, ed obbligati a recarsi periodicamente a Edo per rendere atto d’omaggio allo shōgun. Tra il 1853 ed il 1854 gli Stati Uniti, prefigurando nel Giappone un mercato da sfruttare, inviarono una flotta militare al comando del commodoro Matthew Perry per imporre l’apertura dei porti. I futuri e poco idilliaci rapporti tra i due paesi ebbero inizio con quest’atto d’imperio, preludio della stipula dei trattati ineguali, odiatissimi dai giapponesi e forieri d’ingiusti vantaggi per le potenze coloniali. Questi avvenimenti, uniti alla tradizione storica ed all’esperienza pregressa, spinsero i giapponesi a chiudersi nuovamente (ora anche in senso psicologico) per rifugiarsi nella convinzione d’essere un popolo superiore, omogeneo, razzialmente puro e di discendenza divina, additando i detestati invasori come “barbari”, “cani”, “puzzolenti” e con altri gentili epiteti. In questo periodo iniziarono a svilupparsi i sentimenti del razzismo e del nazionalismo, inizialmente fra i letterati sulla base ideologica della scuola kokugaku (“studi nazionali”) e successivamente fra il popolo col movimento sonnō jōi («viva l’imperatore, fuori i barbari»). Come inoltre ha rilevato il giornalista Tiziano Terzani (1938–2004), a quest’epoca risale la radicata ed erronea convinzione, diffusa anche fra gli stranieri, che i giapponesi possano essere compresi solo da loro stessi. Terzani ha mosso critiche assai aspre nei confronti del Giappone, che detestava apertamente, al punto da affermare che la civiltà europea non avrebbe avuto nulla da imparare da esso.
La chiusura del paese (sakoku), seppur ufficialmente abolita da più di un secolo e mezzo, rimane ancora oggi larvata nella politica, nella legge e nella società: l’asilo politico è un istituto raramente applicato perché gli estremi di persecuzione non vengono quasi mai riconosciuti, nonostante l’ONU abbia inoltrato vari richiami al governo, sollecitando l’accoglimento dei rifugiati provenienti dai paesi in cui sono violati i diritti umani. I visti per lavoro sono assai restrittivi ed i permessi di soggiorno sono centellinati col contagocce. In ogni settore produttivo vige la regola non scritta che determina la preferenza per la manodopera nazionale a quella straniera, anche per le mansioni non qualificate.
Fra gli italiani vi è chi, nonostante le difficoltà di ordine burocratico e culturale, si è recentemente avventurato in Giappone in cerca di fortuna: qualcuno è ritornato in breve tempo sui propri passi, mentre pochi altri sono riusciti nell’intento, magari formando anche una famiglia laggiù. Alcuni si raccontano sui social network (primo fra tutti YouTube), soffermandosi su vari aspetti della vita quotidiana (lingua, usanze, cibo e le immancabili stranezze folkloristiche). Dietro una cortina d’apparente normalità, si nasconde però una sostanziale insoddisfazione, magari tradita da qualche frase pronunciata sovrappensiero. Anche i volti paiono talvolta tradire la voglia di tornare a casa. Gli emigrati occidentali, ormai prigionieri di un contesto culturale diverso dal loro, hanno gravi difficoltà a tornare indietro a causa dei legami affettivi e lavorativi costruiti nella nuova patria. Alcuni di essi ammettono apertamente il proprio disagio, riportando di sentirsi sempre trattati dai giapponesi come gaijin (“stranieri”), anche dopo anni di permanenza e con un’ottima padronanza della lingua.
Panorama di Tokyo
Panorama di Tōkyō dalle torri del municipio
Il momento della sosta e delle riflessioni è terminato: percorrendo Uchibori dōri verso nord ci rechiamo fino all’ingresso est dei giardini orientali del palazzo imperiale (Kōkyo higashi gyōen), l’unica parte del Palazzo effettivamente aperta al pubblico. Quest’area non è nata come giardino, ma come fortificazione durante l’epoca Edo: se ne può tuttora osservare la struttura originaria, divisa in honmaru (rocca), ninomaru (cerchia secondaria) e sannomaru (bastione esterno).
Oltre il fossato ed il primo bastione, si aprono vari percorsi e viali, fiancheggiati da aiuole fiorite e prati piantumati. Proseguendo in senso orario si arriva alla rocca, un tempo residenza ufficiale degli shōgun di Casa Tokugawa, della quale rimangono integre solo le fondamenta. Il vasto prato ai suoi piedi ha trovato nei secoli vari impieghi, fra cui quello di sede di alcuni riti d’incoronazione dell’attuale imperatore Akihito tra il 1989 ed il 1991. In particolare, qui si è tenuta la cerimonia del daijōsai (grande banchetto), con l’assaggio da parte del tennō degli alimenti tradizionali (riso, sake, ecc.) donati dai migliori produttori del paese. Per l’occasione era stato costruito un intero villaggio di legno secondo le regole della carpenteria sacra, con un santuario scintoista nel centro, smontato pochi mesi più tardi. A nord-est, oltrepassato il moderno edificio della sala musica, vi sono il giardino ed il boschetto d’epoca Edo, fra i rarissimi esempi di questo stile rimasti in tutto il Giappone.
Appena fuori dall’uscita nord si trova la fermata Takebashi della linea Tōzai, che utilizziamo fino a Nihonbashi, dove cambiamo con quella della Ginza fino a Ueno.
Il Tōshō-gū, tempio collocato all’interno del parco di Ueno, è uno dei primi mausolei dedicati a Tokugawa Ieyasu, dove furono inizialmente conservate le sue spoglie prima di essere traslate a Nikkō.
Un lungo viale (sandō), affiancato da lanterne di pietra e metallo, conduce fino alla sala principale (haiden), che purtroppo non è accessibile a causa dei lavori di restauro attualmente in corso. Lo stile è ricco e colorato come si addice ad una costruzione del XVII secolo, fortunatamente senza raggiungere gli eccessi di Nikkō. Nel cortile sono presenti una fontana per il lavacro purificatore e un’edicola, dove i fedeli sogliono appendere le tavolette di legno (ema) con le loro preci e i loro desideri. Il Tōshō-gū possiede anche una pagoda di cinque piani, situata sulla sinistra del viale, voltando le spalle al tempio.
Abbiamo ancora un po’ di tempo a disposizione prima del ritrovo in albergo: per mezz’ora restiamo seduti ai margini di un’aiuola ad osservare le persone a passeggio, ricordando i momenti salienti di questo viaggio, che ormai volge al termine.
Transitando sul cavalcavia di Ueno, udiamo un rauco vociare proveniente dalla strada, amplificato da un megafono. Mi sporgo dal parapetto per ottenere una visuale migliore: il baccano ha origine da un lugubre camioncino blindato, dipinto di nero, su cui spiccano bandiere giapponesi ed emblemi imperiali. Senza volerlo, ci siamo imbattuti in un comizio dell’estrema destra, che sta approfittando della bella giornata per fare della propaganda. Come di consueto, le loro parole paiono cadere nel vuoto. Molte persone ferme ai semafori fingono di nulla, ma guardano con la coda dell’occhio ed ascoltano con discrezione. Qual è la loro reazione di fronte agli slogan dei nazionalisti? Approvano? Biasimano? È inutile tentare di capirlo: dai loro volti impenetrabili non si riesce ad indovinare alcun’emozione. Poco oltre ci viene incontro un finto santone, asiatico ma non giapponese, di dubbio aspetto ed eloquio sospetto, che con insistenza cerca d’imbonirci offrendo benedizioni in cambio di denaro. Ci svincoliamo e proseguiamo oltre.
Ormai è tardo pomeriggio: rientrati all’hotel Izu, una volta riunito il gruppo, preleviamo i bagagli e ci accingiamo a lasciare Tōkyō. La nostra armata Brancaleone si avvia verso la stazione in ordine sparso con zaini sulle spalle e trolley al seguito, formando una lunga e variegata colonna di persone, ormai stanche e dimagrite, dall’aspetto di reduci delle crociate.
Per raggiungere l’aeroporto di Narita non utilizziamo il Narita Express ma un treno locale, meno veloce ma anche meno costoso.
Check-in, attesa e poi… addio Giappone! Il volo Emirates 319 delle 22 per Dubai decolla puntuale, prendendo rapidamente quota sulle campagne della penisola di Bōsō. Dopo una virata di novanta gradi, una sfavillante Tōkyō si rivela porgendoci l’ultimo saluto, spettacolo che Fosco Maraini ha definito «campi di luce in fiore». Transitiamo sulla pianura del Kantō, poi sulle Alpi. Dopo Kanazawa avanza il buio del mar del Giappone, poi verso la Corea si scorge Seul. Ad un tratto il sonno prende il sopravvento… mi risveglierò solo fra qualche migliaio di chilometri.

16 Aprile: Parentesi araba, poi a casa.

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Il volo verso ovest dilata apparentemente il tempo: partiti ieri sera da Tōkyō, dopo undici ore e mezza di volo atterriamo a Dubai che neppure albeggia.
L’intera giornata è a nostra disposizione. Richiediamo il visto, che viene rilasciato direttamente dalla polizia di frontiera, con validità di trenta giorni. In banca ci procuriamo qualche dirham per le piccole spese. All’esterno dell’aerostazione si percepisce una temperatura elevata poiché Dubai si trova a ridosso del tropico del Cancro: anche se sono solamente le cinque del mattino di un giorno d’aprile, siamo costretti a rimanere in maniche corte. I taxi, piuttosto diffusi, sono il mezzo migliore per spostarsi in città. Gli altri trasporti pubblici sono quasi inesistenti: data l’abbondanza di denaro e petrolio, ciascuno possiede una propria vettura e perfino le donne guidano, fatto inconsueto in un paese arabo. Alcuni taxi, differenziati dagli altri mediante una livrea rosa, sono riservati alla sola clientela femminile.
Chiediamo all’autista di portarci in centro città. Si tratta però di una richiesta difficile da comprendere: a Dubai il centro non esiste, ed ognuno interpreta questo vocabolo secondo la propria visione personale. Le strade sono nuove ed ampie, scarsamente utilizzate rispetto al traffico reale.
Il taxi si ferma sotto il Burj Khalifa (o Burj Dubai), un grattacielo che con i suoi 828 m è attualmente il più alto edificio costruito dall’uomo. Il prezzo per la salita senza prenotazione è proibitivo (quasi 100 euro a persona), ma per vedere cosa? Il deserto? Oppure quell’enorme cantiere che è la città ai suoi piedi, fatta di palazzi che sorgono disordinatamente qua e là, in mezzo alla sabbia? Rinunciamo: decisamente di scarso interesse.
Dubai: Burj Khalifa
Dubai: Burj Khalifa
Sono circa le sette del mattino: il sole sorge all’orizzonte su un’atmosfera quasi surreale, fatta di larghi viali vuoti, costeggiati da aiuole d’erba verde e di fiori che stridono con l’aridità del luogo. Ovunque si vedono scavi, recinzioni, lavori in corso. Gli operai, uniche persone in circolazione, sono quasi tutti indiani, pakistani, bangladesi e cingalesi. Le fotografie promozionali e le pubblicità turistiche non mostrano la vera natura di Dubai: un’effimera città in costruzione ai margini del nulla.
È arrivata l’ora di colazione ma è difficile trovare un locale aperto. Alla fine, chiedendo il permesso, ci accomodiamo sotto la veranda esterna di un albergo e riusciamo ad ottenere brioche, muffin ed addirittura caffè e cappuccino.
Pare non sia una cosa molto nota, ma a Dubai è presente anche la città vecchia (Deira) affacciata su un’insenatura, con i suoi sūq immersi in un dedalo di stradine. Su questi vicoli si affaccia una miriade di negozi che vendono stoffe, incenso, frutta e molto altro. Gli esercenti provengono in larga parte dal subcontinente indiano, tanto che non pare neppure d’essere in Arabia. Presso un banchetto sorseggio un cocco fresco, tagliato al momento. Poco oltre, girato l’angolo, appare la mole dell’antico forte Al-fahidi, risalente al XVIII secolo. Il sole inizia ad essere alto nel cielo e il caldo si fa sentire: meglio camminare all’ombra rasentando i muri.
Una piccola flotta di barche di legno effettua la spola tra una sponda e l’altra dell’insenatura, per approdare sul lato del sūq “arabo” con i suoi banchi di spezie, datteri e pesce secco. Alcuni isolati di una zona attigua sono invece dedicati alla vendita dell’oro: gli oggetti sono pesanti, elaborati e decisamente dozzinali, assai adatti al cattivo gusto degli sceicchi locali.
Acquisto del curry in una drogheria: quando, qualche settimana più tardi, ho aperto il sacchetto con l’intenzione di usarlo, vi ho trovato all’interno degli insetti… vivi. Questa merce scadente si è rivelata utile solo come concime per l’orto.
Il mercato ortofrutticolo è situato poco distante, sul lato opposto della strada verso il mare. Il caldo torrido, accentuato dall’aria marina carica d’umidità, non dà tregua: affrettiamo il passo per raggiungere i tendoni e pranziamo con qualche frutto, consumato velocemente sul posto.
Ultima tappa: in quattro fermiamo un taxi per recarci a Jumeirah, 20 km a sud-ovest, zona delle spiagge e delle case (perlopiù vuote) di proprietà dei ricchi occidentali. Durante il tragitto si notano numerose cliniche odontoiatriche ai lati della strada: una specialità di Dubai nel campo delle cure mediche a basso costo, meta di un certo “turismo” da parte di molti europei ed arabi. Simbolo inconfondibile della zona è il Burj al-’Arab, l’unico albergo ad otto stelle del mondo, che con i suoi sessanta piani sovrasta qualsiasi altra costruzione dei dintorni. Sulle spiagge, stranamente non attrezzate, sono in molti a sostare: gli arabi sono i più coperti, mentre gli occidentali indossano i costumi da bagno. Questo è l’unico posto dove si riesce a resistere sotto il sole, per via della brezza che spira dal mare.
Si sta facendo tardi: in aeroporto, dopo un ultimo saluto, il gruppo si divide, questa volta definitivamente. Metà di noi rientra a Milano e l’altra metà a Roma. Ancora sei ore ci separano dalla meta. L’aeromobile attraversa il mediterraneo, poi arriva sulla penisola italiana, celata dalle nubi. Ad un tratto la coltre si dirada, rivelando il paesaggio della pianura padana: campi verdeggianti costellati da decine di paesi, ognuno con il proprio campanile, le case ricoperte di tegole rosse. Sullo sfondo, le Alpi spolverate di neve. Bentornato a casa.

Postfazione

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Vi sono paesi che possono essere compresi con uno sguardo ed altri che devono invece essere indagati con l’intelletto: nel novero dei primi vi è ad esempio il Tibet, la cui cultura millenaria trova perfetta sintesi nei suoi cieli, fiumi, laghi e montagne. Fra i secondi invece, il Giappone è addirittura scoraggiante al primo impatto, con i suoi grigi condominî a perdita d’occhio. Dietro questa cortina di cemento e di yen, si scorge però ancora l’anima d’un paese che non c’è più, fatto di persone schive, scontrose e laboriose, abituate da secoli a rassegnarsi alle catastrofi d’una natura ingrata e a difendersi dai continui attacchi degli stranieri.
I giapponesi sono, fra i popoli non europei, i più modernizzati: questa modernizzazione non è però entrata realmente a far parte della mentalità più profonda perché non è scaturita dalla graduale evoluzione dei processi produttivi, ma dall’imposizione di riforme volute dall’alto. Il popolo giapponese, in fondo, pur non potendo più fare a meno di essa, non riesce tuttora a sentirla come propria. Il Giappone, per rimanere se stesso in un mondo che tende all’entropia culturale, potrebbe mantenere alto il livello raggiunto nella scienza e nella tecnologia, distaccandosi invece, per quanto possibile, dagli usi e costumi alloctoni che hanno inquinato il suo modo di vivere e di pensare da oltre centocinquant’anni. Le sembianze odierne di questa terra, costituite dalla luccicante tecnologia, dalle megalopoli, dai colori sgargianti delle pubblicità e dai treni veloci, appaiono in ultima analisi come i sottoprodotti di una vecchia nazione di agricoltori e pescatori che per ragioni storiche si è trovata, suo malgrado, a recitare la parte della potenza economica.
Nei mesi successivi a questo viaggio ho navigato sul web alla ricerca di resoconti e relazioni di altri viaggiatori per indagare quali fossero gli approcci più diffusi alla sfera culturale giapponese. Non solo siti internet e blog, ma anche audiovisivi: su YouTube è sufficiente digitare “viaggio in Giappone” per ottenere decine di risultati. Sono rimasto perplesso dalla palese incongruenza che talvolta si verifica tra la narrazione e la realtà: in alcuni casi ho addirittura stentato a riconoscere i luoghi da me visitati, perché tratteggiati in maniera del tutto fuorviante.
Purtroppo duole constatare che molti autori, invece di concentrarsi sulla descrizione di ciò che hanno visto, cadono volentieri nella tentazione d’indugiare su fatti insoliti, stranezze, stravaganze e folklore. Non intendo negare che anche quell’aspetto sia parte del contesto: già quattro secoli fa gli shōgun della famiglia Tokugawa, scaltri comunicatori ante litteram, avevano edificato l’esuberante Nikkō per stupire i sudditi con un’arte straniera e decadente. Nell’epoca attuale invece, il popolo non è più incantato davanti a dei semplici intagli variopinti, ma è narcotizzato davanti alle rumorose e colorate macchine del pachinko: come Nikkō, in molti lo definiscono «cool» e «fantastico», quando invece è simbolo di paralisi morale.
Questo racconto e le relative considerazioni sono il frutto di una visione strettamente personale, che non deve essere necessariamente condivisa. Credo sia opportuno diffidare dei racconti dove il Giappone assurge a luogo idealizzato oppure, all’opposto, dove i giapponesi sono definiti strani, bizzarri ed addirittura extraterrestri, poiché il passo verso l’adorazione acritica o verso la xenofobia è assai breve. Nel propugnare tali visioni distorte per compiacere il pubblico voglioso di facili esotismi, questi autori non fanno che acuire e rimarcare il divario tra le culture, anziché tentare di trovare terreni comuni basati sulla reciproca comprensione, sui sentimenti umani e sui problemi globali.
A mio avviso sarebbe pertanto auspicabile una visione più ampia e comparata della cultura giapponese, poiché la conoscenza che se ne ha in Europa e in Occidente, non rende sufficiente giustizia a questo paese. A quel punto, una volta fugati gli stereotipi e i pregiudizi, potremo finalmente comprendere che, nel bene e nel male, il Giappone ed i suoi abitanti sono assai più simili a noi di quanto qualcuno potrebbe (o vorrebbe) credere.

Alcuni dati riassuntivi

giorno itinerario
1° aprile Milano–Dubai (6 ore)
2 aprile Dubai–Ōsaka Kansai (11 ore)
3 aprile Ōsaka–Kyōto
4 aprile Kyōto
5 aprile Kyōto
6 aprile Kyōto–Nara–Kyōto
7 aprile Kyōto–Miyajima–Hiroshima
8 aprile Hiroshima–Kanazawa
9 aprile Kanazawa–Takayama
10 aprile Takayama–Tōkyō
11 aprile Tōkyō–Kamakura–Tōkyō
12 aprile Tōkyō–Nikkō–Tōkyō
13 aprile Tōkyō
14 aprile Tōkyō
15 aprile Tōkyō Narita–Dubai (11,5 ore)
16 aprile Dubai–Milano (6 ore)
Questo viaggio, effettuato dal 1° al 16 aprile 2012, è stato auto-organizzato da parte di un gruppo di dieci partecipanti con l’operatore Avventure nel Mondo seguendo, pur con delle significative variazioni, la traccia proposta dall’itinerario “Giappone Solo”.
Voli dell’andata: Milano Malpensa–Dubai (6 ore), Dubai–Ōsaka Kansai (11 ore).
Voli del ritorno: Tōkyō Narita–Dubai (11,5 ore), Dubai–Milano Malpensa (6 ore).
Il percorso, a grandi linee, è stato: Ōsaka, Kyōto (con escursione a Nara), Hiroshima (con escursione a Miyajima), Kanazawa, Takayama, Tōkyō (con escursioni a Kamakura e Nikkō).

Totale km percorsi
In aereo: 25.000 (34,5 ore)
In treno: 2.400 (25 ore)
Con mezzi urbani: 170 (ca. 5 ore)
A piedi: 100 (ca. 70 ore)
In traghetto: 5 (meno di 1 ora)

Nota: le informazioni pratiche presenti in questo racconto sono riferite al momento in cui è stato effettuato il viaggio (2012) e potrebbero risultare non più valide o attuali.

Per viaggiare

Guide Mappe Lingua

Bibliografia

Storia Cultura, costume e società Religione e filosofia Immagini e luoghi del Giappone ieri ed oggi Recensioni film e TV

Per informazioni potete contattarmi all’indirizzo: info@lorenzorossetti.it


“Giappone per caso”: © 2012 Lorenzo Rossetti, Tutti i diritti riservati – All rights reserved.